Non ti allarmare fratello mio,
dimmi, non sono forse tuo fratello?
Perché non chiedi notizie di me?

È davvero così bello vivere da soli,
se dimentichi tuo fratello al momento del bisogno?
Cerco vostre notizie e mi sento soffocare

non riesco a fare neanche chiamate perse,
chiedo aiuto,

la vita con i suoi problemi provvisori

mi pesa troppo.
Ti prego fratello, prova a comprendermi,

chiedo a te perché sei mio fratello,

ti prego aiutami,

perché non chiedi notizie di me, non sono forse tuo fratello?
Nessuno mi aiuta,

e neanche mi consola,
si può essere provati dalla difficoltà,

ma dimenticarsi del proprio fratello non fa onore,

il tempo vola con i suoi rimpianti,
io non ti odio,
ma è sempre meglio avere un fratello.
No, non dirmi che hai scelto la solitudine,
se esisti e perché ci sei
 con le tue false promesse,
mentre io ti cerco sempre,
saresti stato così crudele se fossimo stati figli dello stesso sangue?


Ora non ho nulla,

perché in questa vita nulla ho trovato,
se porto pazienza non significa che sono sazio

perché chiunque avrà la sua ricompensa,

io e te fratello ne usciremo vittoriosi 
affidandoci a Dio.

 

Tesfalidet Tesfom/Segen

 

 

Accanto alla croce, dove a matita è scritto il nome di Tesfalidet Tesfom, ci sono ora dei fiori gialli, un mazzo di crisantemi, una piantina con i ranuncoli e delle piccole rose, mentre solo un soffio di vento traduce una richiesta di aiuto ancora inascoltata.

Tesfalidet è il vero nome di Segen, il migrante eritreo morto il giorno dopo il suo sbarco a Pozzallo del 12 marzo dalla nave Proactiva della ong spagnola Open Arms. Le sue braccia magre, il viso scavato e sofferente, gli occhi pieni di dolore resteranno indelebili per quanti tra soccorritori, medici, militari e volontari hanno fatto il possibile per salvare quel ragazzo che al momento del suo arrivo in Italia pesava appena trenta chili. (…)

Segen è morto in Italia a causa della Libia.

Le sue poesie ne danno conferma quando con la sua bella calligrafia Tesfalidet descrive gli uomini «lontani dalla pace/ presi da Satana/ che non provano pietà o un po’ di pena./ Si considerano superiori, fanno finta di non sentire, gli piace soltanto apparire agli occhi del mondo».

Per il prete eritreo Don Mussie Zerai, già candidato al Nobel per la pace, non ci sono dubbi a chi quei versi sono indirizzati: «Vorrei vedere la foto di Segen affissa davanti a tutti i ministeri dell’Interno dell’Unione Europea. L’Ue ritiene la Libia un luogo sicuro dove respingere i migranti, luogo da cui Segen è arrivato in condizioni disperate dopo mesi e mesi di segregazione. Quando ho visto le sue immagini è stato come tornare indietro di 80 anni, quando nei documentari abbiamo visto persone pelle ossa uscire dai lager nazisti», dice Don Zerai.

Le prima poesia di Segen ricorda i versi biblici della Genesi pronunciati da Papa Francesco durante il suo primo viaggio da Pontefice a Lampedusa nel luglio 2013: «Adamo, dove sei? Caino, dov’è tuo fratello?».

È al Creatore che il migrante eritreo si affida nelle chiuse delle sue poesie: «Se porto pazienza non significa che sono sazio/ ma io e te (fratello) otterremo la vittoria affidandoci a Dio» o ancora : «Nulla è irragiungibile/ sia che si ha poco o niente/ tutto si può risolvere/ con la fede in Dio//. Ciao, ciao. Vittoria agli oppressi».

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