“Verso un mondo senza violenza”: alla Conferenza internazionale battista svoltasi in Colombia hanno avuto un ruolo centrale le voci delle donne e quelle del Sud del mondo, i temi politici si sono intrecciati con quelli sociali, ambientali e di genere, e l’ecumenismo è stato praticato con naturalezza a partire da un impegno condiviso per il bene dell’umanità e della casa comune.

 

Dal 15 al 20 luglio scorsi si è tenuta a Cali, in Colombia, la sesta Conferenza internazionale battista per la pace, promossa da Bautistas por la paz e dalla Baptist Peace Fellowship of North America, che ha visto quasi quattrocento persone da una trentina di paesi diversi riunite intorno al tema “Pace nella nostra terra, verso un mondo senza violenza” (la precedente edizione risaliva al 2009, quando fu ospitata a Roma dalle Chiese battiste italiane). L’evento, in cui erano riposte grandi attese, può, credo, interessare questo blog per almeno tre motivi.

Il soggetto “neutro-universale” si è fatto da parte

In primo luogo, perché a occupare il centro della scena durante i cinque giorni intensi di riflessioni, testimonianze, incontri e momenti liturgici non è stato il cosiddetto soggetto universale neutro (maschio, bianco, abbiente, eterosessuale) ma i molteplici soggetti che appaiono quando lui – anche con grazia – si mette da parte. Protagoniste, quindi, erano soprattutto donne come Lizette Tapia, dalle Filippine, o Manal El Tayar, affermata mediatrice e operatrice per la pace libanese. Più di metà delle cinque predicazioni sono state affidate a voci femminili come quella della cubana Daisy Machado. Dal palco la voce maschile proveniva rigorosamente dal Sud del mondo: Colombia, Messico, Rwanda, Zimbabwe.

La sede della conferenza è stata scelta in virtù del faticoso accordo di pace siglato nel 2016 tra il governo colombiano e i guerriglieri della FARC (Forzate armate rivoluzionarie della Colombia), che prevede una riconciliazione nazionale nella quale le Chiese sono impegnate in prima linea. Emozionante è stata la tavola rotonda con la presenza ancora di due donne, Fabiola Perdomo (giornalista e direttora dell’Unità per l’attenzione integrale alle vittime) e la senatrice Victoria Sandino, rappresentante della FARC in versione partitica. Quest’ultima è stata sottoposta a una serie di domande non prive di tensione da parte dei rappresentanti di vari paesi latinoamericani.

La pace di cui la Conferenza si è occupata è attenta a ciò che chiamerei “intersezionalità”: accanto al superamento di conflitti politici e/o tribali in luoghi come il Myanmar o il Rwanda, ci siamo interrogati sulla migrazione dei popoli, sulle questioni ambientali, sul destino dei popoli indigeni, sulla corruzione e sulle questioni di genere e d’identità sessuale.

Violenza di genere: lavorare con gli uomini

E questo ci porta al secondo motivo per darne notizia in questa sede: l’importanza che è stata accordata al tema della violenza di genere. È stato messo in evidenza come viviamo immersi in un continuum – o in una rete – di violenza, di cui il femminicidio è parte integrante (alcune di noi direbbero fondante). Uno dei laboratori dedicato al tema, condotto dalla pastora Margarita Becerra García, ripercorreva tutte le tappe del lavoro con le donne vittime di violenza che in Italia conosciamo bene grazie all’impegno decennale dei centri antiviolenza. Solo che in Colombia, paese che occupa il 4o posto nel mondo per numero di femminicidi, secondo le statistiche ufficiali vengono uccise quattro donne al giorno.

Cosa possiamo fare per sostenere le donne vittime di violenza, si chiedevano i molti pastori latinoamericani presenti. Avendo anche io le mie fisse, ho risposto: «lavorare con gli uomini». È ciò che sta facendo in Colombia Pablo Sucky, mennonita, attraverso una serie di incontri sfociati nella pubblicazione Essere uomini sul modello di Gesù: studi biblici per aiutare gli uomini a esplorare la propria mascolinità, la relazione con le donne e la figura di Gesù come costruttore di pace. «In questo paese – mi ha detto Pablo – gli uomini nascono all’interno di relazioni già violente, sono vittime a loro volta della violenza domestica paterna e di quella sociale patriarcale». Svelare i meccanismi del patriarcato e i suoi effetti nefasti su donne e uomini è scopo dell’impegno di persone come Margherita e Pablo.

Poiché la violenza di genere è strettamente connessa alla violenza omofoba (ne abbiamo già parlato su questo blog), non poteva mancare alla Conferenza la presenza dell’associazione di Chiese battiste Welcoming and affirming, ovvero Chiese inclusive della comunità lgbtq. Su questo tema le Chiese battiste, come quasi tutte le Chiese – anche nel nostro paese – non sono unanimi. Ben venga, quindi, un gruppo che unisce e incoraggia le Chiese che si adoperano attivamente contro l’omofobia praticando un Vangelo radicalmente inclusivo di tutte le identità sessuali.

Ho constatato il grande interesse che l’argomento suscita, non in senso polemico ma dal punto di vista pastorale: pastori e pastore sinceramente desiderosi di rendere le proprie comunità veramente inclusive, e di venire incontro ai bisogni umani e spirituali delle persone lgbtq. Straordinarie alcune testimonianze in questo campo, non solo dagli Stati Uniti ma dalla Georgia, dalle Repubblica Dominicana e – perché no – anche dall’Italia.

L’ecumenismo non come fine, ma come frutto

Infine, sebbene la conferenza fosse organizzata in ambito battista e ospitata con grande efficacia e cortesia dall’Unibautista di Cali (sede della Facoltà battista di teologia della Colombia), era quasi naturalmente ecumenica. Presenti e partecipi non solo una varietà di denominazioni protestanti (battisti, mennoniti, metodisti e altre), ma anche fratelli e sorelle cattolici. Importante la presenza in alcuni momenti di Harold Enrique Banguero Lozano, rettore dell’Università cattolica di Cali, ma anche di cattolici di base, come Cecilia Blanco Santana Cortès, la quale insieme a su marito svolge un lavoro pastorale sui generis leggendo le Scritture e occupandosi di medicina naturale accanto ad alcuni gruppi di indigeni.

Il lavorare insieme, il pregare insieme, l’imparare gli uni dagli altri, l’apprezzare i doni gli uni degli altri, tutto fluisce laddove l’ecumenismo non è un fine in se stesso bensì, per così dire, l’effetto collaterale dell’impegno delle Chiese a favore di un mondo privo di violenza. Invece, laddove le Chiese sono ripiegate su se stesse e dimentiche della nostra Terra – come talvolta accade in Europa – gli sforzi ecumenici spesso appaiono un simulacro, un po’ come la valle di ossa secche bisognosa del soffio vivificante dello Spirito.

 

Elizabeth Green, il Regno, 26/08/2019