Negli ultimi giorni si è riaperto il dibattito riguardo il fine vita. Ancora una volta la Chiesa entra a gamba tesa in un dibattito complesso e che avrebbe diritto a scelte laiche, meditate, soppesate. Non a riscossione di crediti politici.

Si torna a parlare ancora di valori irrinunciabili. Si torna a stigmatizzare la libertà di coscienza e la libertà di appartenenza ideologica, ci si fa farisei che puntano il dito contro i trasgressori della legge, mentre nelle chiese proprio in queste domeniche, si leggono i vangeli dell’amore di Dio che si pone oltre la legge, che ama non la “Vita”, ma l’uomo tutto intero, e in particolare l’escluso, il sofferente, il perduto…

Della vita infatti non si può parlare in modo disincarnato. La vita è sempre “la vita di qualcuno”. Qualcuno con la sua storia, con la sua personalità, con i suoi affetti. È vita costruita e spesa con fatica, è vita condivisa…

La vita è un valore? Direi che la vita è presenza dentro il cosmo, è relazione, è possibilità di… La vita non è un’astrazione di cui possiamo dire se è preziosa o no, se è buona o no. Il suo valore dipende da molte variabili. Non è assoluto. Dipende ad esempio dalle condizioni economiche, dalla salute, dalla riuscita delle relazioni, dalla considerazione che riceve, dall’inclusione amorosa in una comunità di pari, dal rispetto della diversità.

Qualcosa insegnano coloro che rischiano di morire in mare pur di lasciare l’inferno della guerra e della fame, della dignità negata!

Parlare di “valore assoluto” della vita dunque è dis-umano e crudele.

Dire poi che il vivere è un “dovere”, è proprio di chi non partecipa della sofferenza, non prova empatia per l’altro, non si incarna nel bisogno e nella disperazione. Ancor più se a dirlo è chi ha un’esistenza garantita dalla ricchezza e dal privilegio, da cure e assistenze di livello, da servi gratuiti e devoti…

Questo modo di parlare di “Vita”, è tipico di spiritualità e Chiese che configurano i loro giudizi in base alla dottrina, di chi dice di amare Dio, di chi accusa i difensori dell’uomo di non amare Dio.  Ma Dio non ha bisogno di essere amato. Dio vuole da noi solo una cosa: che amiamo l’uomo oltre ogni limite oltre ogni legge, oltre ogni dottrina, oltre ogni buon senso.

Che dire poi della libertà violata? Ogni uomo è responsabile della sua vita. Ha una coscienza che è l’ultima istanza alla quale si appella, alla quale è libero di appellarsi. Se ha ragione o torto, se crede o no, se spera o no sono libertà che gli spettano. Il Vangelo è pervaso da questo rispetto amoroso della libertà.

Che dire dell’esaltazione della sofferenza?

La malattia e la sofferenza hanno avuto nella Chiesa letture sconsiderate. Spesso le si è presentate come segno dell’amore di Dio. Una vera perversione del senso del cristianesimo! Così come lo è quell’associazione tra dolore e salvezza, tra sacrificio e redenzione. Associazione peraltro sottesa a tutte le riflessioni che accompagnano la condanna di ogni presa di posizione sul fine vita e non solo. Eppure dal Vangelo emerge chiaramente che la salvezza viene unicamente dall’accogliere l’altro, specialmente il povero, il sofferente, il rifiutato. La salvezza viene dalla misericordia e cioè dal mettersi nella carne dell’altro e sentirla come propria…

E se “la vita è un dovere”, come dicono i vertici della Chiesa, la morte, di conseguenza, cessa di essere un diritto. Cessa di essere un atto di misericordia. Viene lasciata “nelle mani di Dio” come se Egli fosse non un Dio d’amore ma un aguzzino che guarda soffrire e a sua discrezione sceglie il momento…

Bisogna ripensare il modo di definire Dio: non l’entità onnipotente e distante oltre il mondo, al quale attribuire ogni vita e ogni morte, ma un Dio-con-noi, una sostanza amorosa nella quale naufragare.

La morte, come disse S. Francesco, dovrebbe esserci “sorella”, non nemica. Essa rappresenta quell’immersione nell’oltre o nell’Altro che tutti ci accomuna. Essa con la sua ineluttabile presenza domina la vita, ne è (volenti o nolenti) punto di riferimento. Essa è anche fonte di disperazione per i distacchi dolorosi che provoca, è paura di un ignoto destino. Ma è per chi soffre spesso porto di pace, desiderio di abbandono, prospettiva di speranza. Anch’essa non è un assoluto. È un fatto della nostra vita.

Non esiste “la Morte”. Esiste la morte dell’uomo. Un uomo che ha dei diritti su di lei. Un uomo che deve poter sceglierla quando la vita gli è divenuta insostenibile.

Chi sceglie di morire davanti a una sofferenza insopportabile, chi lascia un testamento che esplicita tale volontà per il futuro, chi sostiene la necessità di attuare leggi che garantiscano la realizzazione di tali volontà, non fa che rispettare la libertà che rende uomo un uomo, non fa che esercitare la misericordia, che trasforma la morte corporale in una “nostra sorella” della quale dobbiamo ringraziare Dio.

 

don Paolo Zambaldi