Mi riferisco all’articolo di Luca Fregona di sabato 28 settembre. L’ho letto con interesse e con piacere, anche perché l’Alto Adige raggiunge un pubblico che – non frequentando più le chiese – non ha esperienza dei cambiamenti e delle svolte che stanno avvenendo in quegli ambiti. Mi ha però colpito il titolo: il prete ribelle.

Anch’io a suo tempo (anni 68!) fui indicato dalla stampa come prete ribelle, meglio: prete rosso. Adesso però non parlerei di ribellione, ma di maturazione, di una coscienza nuova che sta avanzando; di coerenza con le svolte volute dal Concilio Vaticano II, riproposte coraggiosamente anche da papa Francesco. Si tratta di uscire dal regime di cristianità per riproporre un cristianesimo che sappia attingere alle fonti, cioè al Vangelo e sappia essere in dialogo con mondo contemporaneo. L’ottica non è più europea e subalterna al capitalismo. Non si tratta più di accumulare potere e prestigio e di contrapporsi al mondo scientifico e ad altre religioni: ma di attingere ad una spiritualità rinnovata che sappia mettere davvero al centro la nuova umanità che sta nascendo dalla rovine dei vecchi assestamenti ideologici, dottrinali, culturali.

Non parlerei quindi di ribellione ma di nuovi atteggiamenti e di maggior assunzione di responsabilità. Queste svolte qualitative non sono necessariamente pilotate dal prete. Altrimenti, invece di smantellare il clericalismo (e il patriarcalismo, e mascolinismo con questo connessi) se ne prepara un altro di segno capovolto. Al centro, almeno per i credenti, ci sta la comunità dei battezzati, cui il sacerdozio ministeriale è a servizio. Ma più ancora direi: ci sta la maturazione complessiva che sta avvenendo nella coscienza di molte persone, sullo sfondo di una crisi complessiva e profonda che ci obbliga a interrogarci sul futuro del pianeta e dell’umanità intera, entro un universo in continua evoluzione.

Quante delle novità attribuite al ribelle don Paolo, non sono in realtà già da tempo ovvie in persone che sono uscite dalle vecchie dipendenze, e avvertono per intuizione che certi schemi non hanno più senso. Non a caso le chiese si svuotano (a meno che non siano gestite da “preti ribelli”, più attenti a far emergere l’umano), ma si moltiplicano altre forme di aggregazione, di confronto, di crescita, di impegno. Tutte le istituzioni – nate per conservare il passato – faticano ad accompagnarci verso il futuro che sta nascendo. L’apparato mastodontico cresciuto intorno alla chiesa cattolica non è da meno. Ma essa è anche depositaria di un potenziale di rinnovamento spirituale, umano e di fede radicato non nei sui vertici, ma nel popolo di Dio stesso, come ci richiama spesso lo stesso papa Francesco.

Questo popolo non è più tale se non sapesse cogliere le esigenze di ripensamento e rinnovamento radicale che emergono sui fronti più disparati del mondo. Le persone, finalmente liberate per svariati motivi dalla vecchie dipendenze, non sono solo quelle che sopravvivono come possono o che soccombono smarrite; sono soprattutto quelle che maturano, che pensano, che si confrontano, che cercano, che si collegano, che creano, perché sanno attingere alle fonti di una saggezza universale e nel contempo trovano un adeguato radicamento nella loro interiorità. In questo repentino allargamento di orizzonti, io sono fra coloro che sono convinti che – nonostante tutte le apparenze contrarie – il nostro senso collettivo di responsabilità nei confronti del futuro del sistema vita e del sistema terra crescerà sempre di più, e che esso è già in atto.

Di qui la riscoperta della dignità di ogni essere umano, dell’importanza di ogni forma di vita; della capacità e necessità di imparare ad obbedire – anche all’interno dei movimenti religiosi e delle nuove forme di fede -alla legge fondamentale dell’universo: la sinergia, la solidarietà, la reciprocità, le relazioni.

 

don Dario Fridel, Alto Adige, 02 ottobre 2019