Indipendentismo. Un’analisi di Concita De Gregorio sulla rivolta indipendentista catalana, come molte altre in circolazione, sottovaluta le strategie di controllo messe in campo dalle élite economiche e politiche della Comunitat

 

“Se in questo paese (Catalunya, ndr) il governo non avesse messo in campo un’epica nazionalista non sarebbe stato possibile fare dei tagli da 5 miliardi di euro”. Quando si analizza e si riflette sulle spinte indipendentiste che hanno caratterizzato la vita politica catalana degli ultimi anni, non si può non ricordare queste parole di Santi Vila, ex ministro del governo di Carles Puigdemont, ora condannato dal Tribunale Supremo per disobbedienza e per questo interdetto dai pubblici uffici.

La destra nazionalista e autonomista di Convergència i Unió – il partito fondato da Jordi Pujol e di cui fanno parte sia Vila sia Puigdemont sia l’attuale president catalano Quim Torra -, si trasformò in indipendentista nel 2012 per nascondere il duro conflitto sociale dietro un conflitto nazionale o territoriale all’interno della Spagna e, soprattutto, per riuscire a mantenersi in sella a un governo della Generalitat che gestisce (imprese pubbliche comprese) un bilancio di 40 miliardi di euro e dà lavoro a 240.000 lavoratori pubblici.

Se un’autorevole commentatrice come Concita De Gregorio avesse voluto ascoltare Bella ciao! avrebbe dovuto fare attenzione agli indignados del 15-M, alla lotta dei sindacati e dei movimenti sociali contro gli sfratti, i tagli alla scuola e alla sanità pubblica… La resistenza, in quel caso, è stata epica e la repressione feroce (purtroppo le lesioni e le perdite di occhi per pallottole di gomma non cominciano con il referendum indipendentista). Ed ha avuto delle vittorie anch’esse eroiche, soprattutto nel caso delle elezioni municipali del 2015, e in particolare nella città di Barcellona.

Bella ciao! è stata la colonna sonora collettiva dei comizi di Barcelona en Comú, il partito di Ada Colau, quando ha rivinto le elezioni municipali del maggio scorso.

L’obiettivo principale dell’indipendentismo in quel caso era proprio sconfiggere Colau ed evitare che fosse ancora una volta eletta sindaca.

Un recente articolo di Concita De Gregorio invece sembra condividere l’operazione culturale che negli ultimi anni ha fatto l’indipendentismo catalano, che ha voluto appropriarsi indebitamente della memoria della Repubblica spagnola del 1931, della guerra civile e dell’antifranchismo.

Bisogna ricordare che, mentre i soldati italiani della Brigata Garibaldi lottavano e morivano al fronte in difesa della Repubblica spagnola, gli indipendentisti catalani degli anni Trenta tentavano di negoziare sottobanco con Mussolini la costruzione di uno stato indipendente catalano satellite del fascismo italiano.

Quegli indipendentisti di Nosaltres Sols! cantavano più che altro Giovinezza, non Bella ciao!.

Nei decenni seguenti, una parte significativa della destra nazionalista catalana collaborò con la dittatura franchista (la classe viene prima della nazione, come sempre). E gli indipendentisti dell’epoca dell’antifranchismo erano di sinistra, ma assolutamente marginali.

Per capire cosa stia accadendo oggi, è imprescindibile tenere conto del fatto che l’indipendentismo catalano degli ultimi anni si inserisce in un contesto segnato  dall’onda sovranista che nasce dalla crisi economica – un tunnel del quale ancora non si vede la fine – e dalla paralisi del progetto europeo.

La sociologa Marina Subirats ha definito l’indipendentismo catalano degli ultimi anni come “l’unica utopia disponibile” per delle classi medie impoverite e indebitate e per quelli che, stando ai margini, credono che diminuire la solidarietà interterritoriale favorirà la solidarietà intraterritoriale.

Per farla breve: che i soldi che non arriveranno agli spagnoli poveri, arriveranno invece ai catalani poveri.

Secondo i sondaggi del Centre d’Estudis i d’Opinió de la Generalitat de Catalunya (2017) – il centro di ricerca demoscopica dell’amministrazione regionale -, gli indipendentisti sono in gran parte persone con genitori e nonni nati in Catalogna, con lavori qualificati (molti, funzionari), e salari tutt’altro che bassi (a partire da 1.800 euro).

Gli appoggi all’indipendenza calana molto nelle fasce di reddito più basse e fra i disoccupati.

Pep Guardiola è stato un grande giocatore e oggi è un grandissimo allenatore. Punto di riferimento per tutti gli appassionati di calcio, ora lo è pure – e ne ha tutto il diritto – per gli indipendentisti catalani, come lo è d’altra parte Sean Connery per gli indipendentisti scozzesi.

Pep Guardiola non ha mai nascosto le sue simpatie per il nazionalismo conservatore di Jordi Pujol ed ha collaborato da sempre a diffondere il messaggio indipendentista: addirittura è stato candidato (simbolico) al Parlament de Catalunya in una lista indipendentista.

Si mormora che più che presidente del Barça a Guardiola un domani piacerebbe essere presidente de la Generalitat. In questo modo, si libererebbe il posto da presidente del Barça che potrebbe essere occupato da Gerard Piqué.

Tutti e due sono uomini di successo, ricchi e invidiati dai più. Guardiola viaggia in un jet privato e si narra che noleggiò un aereo per trasportare gli invitati al suo banchetto di nozze a Marrakech. Piqué è un imprenditore che compra squadre di calcio, sta ridisegnando il tennis d’élite e ama scommettere forte a poker.

Il paragone con i curdi fatto nell’articolo di De Grogorio citato sopra è quasi un insulto. Se si dovesse fare un paragone, forse sarebbe più calzante farlo con Hong Kong, dove il reddito pro-capite è il doppio di quello cinese, e i giovani vedono come sia in pericolo il loro livello di consumi.

Il dirigente indipendentista – e vicepresidente del parlamento regionale – Josep Costa lo ha detto chiaro e tondo: “Quello che sta succedendo a Hong Kong è un esempio di come le società ricche possono ribellarsi, con tutte le conseguenze che se ne derivano”.

Effettivamente: si tratta della rivolta dei ricchi. Se De Gregorio avesse guardato davvero i giovani che hanno tentato di bloccare l’aeroporto di Barcellona, di sicuro avrebbe ricordato le parole di Pasolini: “Avete facce di figli di papà”.

In Catalogna non c’è bisogno dell’intervento dell’Unione Europea. Certamente bisogna trovare una soluzione politica, ma fino a quando gli indipendentisti non riconosceranno l’errore di aver forzato la Costituzione, lo Statuto d’Autonomia ed il regolamento del Parlamento regionale – avvertiti più volte dai servizi giuridici della camera e dal Consiglio di Garanzie Statutarie, all’unanimità -, non ci sarà via d’uscita, perché è impossibile stabilire un dialogo senza accettare delle norme condivise.

Per il momento, sarà difficile avanzare, però almeno si può e si deve preoccuparsi di trovare soluzioni parziali che non contribuiscano a dividere ancor di più la società catalana.

Bisogna ricordare che gli indipendentisti in questo momento non dispongono della maggioranza elettorale (e ancor meno della maggioranza sociale).

Il sogno degli indipendentisti di ottenere una maggioranza assoluta dovrebbe farci pensare a quella famosa riflessione di Enrico Berlinguer sul 51%: puoi governare ma non cambiare il paese.

I catalani nel loro statuto d’autonomia hanno stabilito che siano necessari due terzi dei voti del loro parlamento per una possibile riforma dello statuto di autonomia: è sbagliato – o ben poco democratico –, pensare che si possano prendere decisioni ancora più importanti sull’autogoverno con una maggioranza più stretta.

E poi c’è una questione di fondo: i problemi delle nostre società non si possono risolvere con le ricette dell’800, come lo stato-nazione.

Oggi la grande battaglia democratica è la costruzione politica dell’Unione Europea attraverso un rafforzamento delle potenzialità democratiche delle grandi città metropolitane.

 

 

Andreu Mayayo Artal è ordinario di Storia Contemporanea dell’Università di Barcellona

Paola Lo Cascio è associata di Storia Contemporanea dell’Università di Barcellona