Siamo ormai giunti a un punto cruciale della vita della Chiesa. Un punto talmente critico, che se non si prenderanno decisioni coraggiose, il cattolicesimo sprofonderà nell’insignificanza.

Il Concilio Vaticano II era già quasi fuori tempo massimo rispetto alle istanze che la modernità e il mondo avevano posto. I segni dei tempi erano stati, da anni, colpevolmente ignorati. Il grido dei poveri era stato ascoltato da “altri”.

La struttura rinascimentale della chiesa sopravviveva a un evoluzione democratica ormai interiorizzata sostenuta e diffusa.

L’etica dei diritti, il primato della coscienza, lo sviluppo scientifico, richiedevano una rilettura delle scritture e dell’ecclesiologia, della pastorale e della liturgia in modo che potessero ancora dare un senso alla “fede”/fiducia in Dio.

L’assise romana scatenò un immenso entusiasmo e una ventata di giovinezza. Nonostante molti documenti prudenti, è innegabile che venne introdotto un rivoluzionario cambiamento di prospettiva. La riforma liturgica con l’affermazione della centralità della Parola, finalmente proclamata nelle lingue nazionali, la declericalizzazione del presbiterio con l’accesso dei laici, un’accoglienza meno pregiudizievole del “diverso” (introduzione del dialogo interreligioso, attenzione per un discorso politico alternativo), una seppur cauta prospettiva di un ascolto rispettoso dei “mondi altri”, non occidentali.

Naturalmente molte questioni rimanevano aperte. Si sarebbe dovuto rimettere mano alla dottrina, alla dogmatica, all’ecclesiologia. Forse come si augurava il cardinale Martini, si sarebbe dovuto aprire un altro concilio per dirimere quelle questioni (celibato obbligatorio, ordinazione delle donne, riammissione dei divorziati all’eucarestia, inculturazione…) che oggi tornano inevitabilmente sul tavolo.

Purtroppo con l’avvento di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il processo di rinnovamento ha subito una allarmante e definitiva frenata per quarant’anni. La loro restaurazione (fallita!) non ha fatto che allargare il fossato tra la Chiesa e il popolo di Dio. Si è tentato, oltre ogni considerazione realistica, oltre ogni saggezza e senso della storia, di ripristinare il modello di Chiesa, che (secondo loro a torto), il Concilio aveva cercato di superare.

Si è ancora messo in scena l’autoritarismo che ha silenziato ogni voce profetica con la condanna della teologia della liberazione e dei suoi più grandi interpreti, l’ epurazione di ogni voce critica tra i preti e tra i vescovi, l’espulsione di teologi che sostenevano l’innovazione conciliare…)

Si sono pubblicati documenti in cui il dottrinalismo prevaleva sulla rilettura e reinterpretazione delle scritture alla luce dei segni tempi. Ciò ha favorito le difese dei “principi non negoziabili”, dizione che nascondeva l’arroganza e la non volontà di ascolto di una casta “sacra” che temeva di perdere il potere.

Si è privilegiata la salvaguardia dell’istituzione rispetto alla testimonianza evangelica come conferma la copertura della pedofilia che ha attraversato gli ultimi cento anni ! (con buona pace di Benedetto che la fa derivare dalla “rivoluzione del’68”!)

Si è tentato di “conservare” un potere e una facciata mentre all’interno tutto andava in frantumi, le chiese erano sempre più vuote, le vocazioni al palo, l’insignificanza sempre più percepibile…

A onor del vero ci sono altre, e non banali, concause del tracollo del cristianesimo in occidente: il materialismo diffuso, il consumismo, il liberismo, la rivoluzione della comunicazione, la presenza/confronto con altre religioni, il crollo politico-culturale dell’Europa.

Ma come si sa, il “mondo” è, da sempre, una sfida. E per tentare di vincerla bisogna innanzitutto ascoltarlo.

Dunque perché sono importanti i due sinodi attuali? Perchè sono un po’ l’ultima spiaggia. Infatti con essi si chiede con forza un cambiamento concreto di atteggiamento, una capacità di farsi carico di una realtà profondamente mutata, di una consapevolezza e maturità umana a cui  si deve una risposta.

Con essi si vuole affermare che è finito il tempo dei pronunciamenti di principio, dei grandi “vedremo”, della fiducia (ingenua o alienata?) nel Signore-aggiustatutto, dei coup de teatre, delle visioni tanto universali quanto irrealistiche, dell’esclusione dalla corresponsabilità dei laici/laiche, dell’esclusione arrogante della diversità (in tutte le sue declinazioni).

Dunque il “camminare insieme (laici e preti) sinodale” è di fondamentale importanza. Ascoltare le istanze irrinunciabili del mondo è funzionale alla sopravvivenza (anche di poche comunità).

Chi infatti oggi può ancora escludere le donne dal presbiterato? Chi oggi può accettare l’imposizione del celibato? Quale laico un po’cresciuto può accettare di essere escluso dalle decisioni che riguardano la sua comunità/Chiesa? Chi oggi può difendere una costruzione gerarchica autoritaria dove uno solo decide per il mondo? Chi oggi può ancora accettare una coercizione della sua coscienza come se fosse un minore? Chi oggi può accettare di ignorare la scienza? Chi oggi può accettare acriticamente una costruzione dogmatica evidentemente congegnata più per salvaguardare la struttura gerachica che il progetto di Dio?

Certamente potrebbe già essere troppo tardi.

Ma potrebbe essere un estremo dono dello Spirito, un guizzo di speranza, un’iniezione di giovinezza, un segno di liberazione in un mondo che corre dritto verso l’autodistruzione.

Dunque occhi puntati sul sinodo amazzonico e sul sinodo tedesco: Dio ha promesso di salvaguardare “la” Chiesa, non “qualunque Chiesa”!

Dunque la speranza di una Chiesa “altra” non ci abbandoni!

 

don Paolo Zambaldi