ANNO C, 24 novembre 2019, CRISTO RE; 2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

Dal Vangelo odierno emerge un grande annuncio che Cristo ci fa… Egli non annuncia né se stesso, né la Chiesa, e neppure istituisce i sacramenti. Egli proclama l’esistenza e la venuta del Regno di Dio.

Questo Regno significa la “politica”, cioè il modo di agire, di Dio nel mondo: egli riscatta tutto ciò che è perduto, sana ciò che è malato, resuscita ciò che è morto… È un processo di liberazione totale dell’uomo “DA” tutto ciò che lo rende radicalmente “lontano” da Dio, schiavo degli idoli della ricchezza e del potere. Ma è anche una liberazione totale “PER” Dio che si realizza nell’amore verso l’altro, nella fraternità e nell’attenzione al mondo. Con il termine Regno di Dio dunque dobbiamo intendere una rivoluzione così assoluta ed integrale che solo il Signore la può rendere possibile.

Cristo infatti con la sua esistenza senza compromessi, così rivoluzionaria, annuncia e realizza questo Regno attraverso una forma tanto profonda ed intima da essere Egli stesso il Regno di Dio, come ci ricorda un altro evangelista (Luca). Si deve partire da qui per comprendere il momento cruciale del racconto, il dialogo tra Gesù e Pilato: da una parte il Figlio di Dio incarnatosi, per scelta, tra gli ultimi a Nazaret, villaggio di poveri altrimenti dimenticato dalla “storia che conta”… E dall’altra parte il governatore, il rappresentante dell’Imperatore di Roma, del Re-Dio che decideva la sorte di popoli interi a lui sottomessi e li vessava. Ciò a sottolineare la radicale differenza tra la regalità di Gesù e gli altri re della terra, di ieri e di oggi… ecco il dramma che si inscena tra Lui e Pilato. Entrambi usano una parola, “re” appunto, ma la intendono in modo assolutamente differente, incompatibile. “Il mio regno non è di questo mondo” …

Infatti il Regno di Dio non nasce da poteri politici, economici o religiosi. Esso è vicino, è già in mezzo a noi come sottolinea Luca nel 17esimo capitolo, tuttavia esso non ha le sue radici nel mondo ma in Dio. Pilato intende “re” nel significato delle rappresentazioni dominanti: come potere, dominazione, sopraffazione, come fasto e gloria. Cristo scardina dalle fondamenta questa concezione proponendo un’immagine nuova: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.”.

Ecco dunque la parola chiave che marca la differenza tra queste due “re”: mentre uno domina l’altro SERVE; uno ha una corona d’oro e l’altro di spine e sangue; uno prende la vita degli altri mentre l’altro offre la sua vita per gli altri.

La festa di Cristo Re venne istituita nel 1925 da Pio XI in un tempo difficile per noi europei. Un conflitto mondiale, una carneficina di proporzioni impensabili era da poco terminata, con tutta la sua tragica eredità di morte, dolore e miseria. Come se non bastasse nuovi “regni” andavano formandosi sulle macerie di quelli precedenti. “Regni” che avrebbero trascinato il nostro continente in un terrore ancora più agghiacciante. Il papa pensò quindi di sottolineare che Cristo non voleva quel tipo di re, che il re che lui diceva di essere era al servizio del mondo, per salvarlo da se stesso.

Dovremmo tenerla ben presente anche oggi quest’immagine, sentirne tutta la provocazione! Dopo ogni evento tragico, dopo ogni violenza, dopo ogni attentato… i media “vomitano” nelle nostre case e nelle nostre menti parole violente e immagini tragiche: “guerra al terrore”, “orgoglio nazionale”, “leggi e poteri speciali” per fare fronte alla minaccia del terrorismo, per cacciare i poveri da dove sono venuti, per non vedere… treni piombati carichi di esseri umani, orrore, morte ed esplosioni. E nella foga del momento corriamo il rischio di riproporre vecchi errori, di ascoltare i re di questo mondo che inseguono sempre cinicamente il potere.

E noi cristiani in tutto questo come ci comportiamo? Lasciamo che questi profittatori ci usino per i loro scopi? Diamo il nostro contributo con il voto o con il nostro tacito consenso a chi semina odio? Parliamo di “radici cristiane” senza sentire la vergogna di aver tradito lo spirito del Vangelo, che parla di giustizia e di amore? Esponenti di spicco della politica, chi platealmente chi in maniera più sofisticata, continuano a predicare odio e violenza, mascherandole dietro a termini rassicuranti come “sicurezza”, “controllo”, “ordine”… ignorando il dolore di chi soffre e sfruttando in maniera ignobile anche i morti… Persino i morti si ricordano solo se occidentali… sulle migliaia di morti vittime del nostro stile di vita egoista, vittime degli interessi dei vari governi, masse immense rese miserabili dalla rapacità del nostro sistema economico.… SILENZIO: non esistono!

Se non siamo capaci di reagire diversamente il terrore ha già vinto!!! Ha vinto perché è riuscito a cancellare la nostra umanità, la nostra natura divina, trasformandoci in animali rabbiosi pronti ad attaccare… Ha vinto perché questa prospettiva ci porterà alla distruzione.

Guardiamo perciò sempre a Cristo Re: Egli ha aiutato i poveri liberandoli dai loro bisogni accecanti, saziando la loro fame, curandone le malattie, perdonandone i peccati e le fragilità… Cristo ha affidato loro un messaggio di speranza e la certezza di essere “i primi nel suo Regno. Egli ha detto a ognuno noi che questo modo di essere re è possibile, anzi è necessario per la salvezza, la salvezza qui su questa terra, perché senza solidarietà e giustizia siamo destinati alla distruzione. E oggi più che mai la vediamo all’orizzonte. Chiudo con un passo molto bello di San Paolo nella lettera alla comunità di Filippi che ci trasmette la vera chiave di lettura della regalità: “Gesù era Dio ma non pretese di essere trattato come tale, al contrario, spogliò se stesso ed assunse la condizione di servo; umiliò se stesso accettando lo scandalo della croce”.

Sarà il servizio, e non il dominio, l’unica necessaria testimonianza di tutti coloro che accettano di seguirlo, lungo le strade della vita e della storia!

 

don Paolo Zambaldi