Lo dico subito: non credo alle riunioni di piazza classificate come evento, flash mob, convocazioni via social… Le trovo un appiattimento sul mood commerciale. Un’evoluzione della pubblicità. Una strumentalizzazione “scenografica” per coprire problemi gravi, che andrebbero risolti con una seria presa di coscienza etica e politica.

Oggi, nella mente dei più, “partecipare” significa semplicemente “esserci”, “essere lì fisicamente”, far parte di una rappresentazione emotivamente appagante, significa avere visibilità sulla stampa, in tv, sui social, significa riempire spazi “pacificamente” anzi “allegramente”, significa uno stare insieme momentaneo, che non prevede un “cambiamento” di vita, né la crescita della propria responsabilità nei confronti del bene comune…

Partecipare è dunque inteso non nel senso attivo del “prendere parte”, del fare insieme per uno scopo alto… ma nel senso di una “adesione” passiva che non chiede di andare oltre l’esternazione di un’opinione, per quanto giusta o nobile.

Non fa così anche la pubblicità? Si presenta  con uno scopo suadente: rendere l’uomo felice qui e ora! E la felicità proposta, dipende dall’acquisto di un prodotto che ci accomuna, che ci fa sentire “uguali”, uguali e connessi in quella piazza virtuale che è il “consumo”.

Quanto c’è di verità, di “rivoluzione” nelle molte piazze degli ultimi anni?

Poca. Infatti da esse non è derivata nessuna riflessione politica profonda, nessun coinvolgimento a lungo termine, nessuno sforzo per un cambiamento vero. Nessuna creazione di spazi politici nuovi.

I giovani votano sempre meno. Si sono allontanati dai partiti, dai movimenti, dalle chiese, da ogni aggregazione che richieda un impegno quotidiano, una rinuncia, una lotta, un rischio.

Essi si sono rinchiusi nel loro privato, si sono circondati di cose, hanno smarrito il senso dell’appartenenza, della rivoluzione, dell’utopia, del sogno. Sono naufragati nel mare opaco del materialismo. Hanno scambiato l’essere con l’esserci.

Parlo dei giovani, perché sono giovane anch’io e  questa deriva mi addolora, perché il futuro è nelle nostre mani, perché a noi spetta di creare un progetto esistenziale nuovo, solidale, umano, in netto contrasto con ciò che stiamo vivendo oggi a livello ormai mondiale!

L’Italia ne è un esempio: è sempre più populista (fascista). E’ sempre più egoista e miope, razzista, chiusa, ignorante, impolitica e obbediente al modello liberista. Sostiene leader (a destra e a sinistra) che esprimono questo atteggiamento e li sostiene con l’unica arma che conta: il voto.

Dunque la colpa non è del capo politico soltanto ( anche se le sue responsabilità sono enormi), ma è anche di chi lo vota e lo sostiene , di chi, pensando che basti, contrappone solo piazze a piazze, piazze educate a piazze maleducate, di chi canta  e regge simpatiche sardine  di fronte a chi si trastulla (e non solo) col saluto romano e con il manganello… La colpa è  di chi, finita la festa se ne torna a casa col suo cellulare, il suo computer, la sua macchina, la sua indolenza, i suoi problemi, la sua insicurezza, il suo buio, la sua solitudine. Fino al prossimo evento di qualsiasi tipo esso sia. Di destra, di sinistra ,di centro. Religioso o laico. Pro o contro qualcuno o qualcosa.

Si dice che i giovani abbiano rinunciato a mettersi in gioco perché i partiti (le chiese, il sindacato…) sono deludenti, irriformabili, superati… e sicuramente per molti aspetti è vero. Ma la storia ci insegna che le rivoluzioni dal basso, hanno portato cambiamenti radicali.

Penso agli scioperi per rivendicare i diritti del lavoro, al sindacalismo che dava voce agli ultimi, alle campagne per la salvaguardia delle libertà costituzionali, alle lotte delle donne per ottenere il diritto di voto…

Rivoluzioni non violente ,necessarie per scongiurare quelle violente, nate dalla collera dei poveri per troppo tempo inascoltati.

Certo devono essere rivoluzioni mosse da un interesse profondo per le sorti dell’uomo, per la sua libertà, la sua coscienza, la sua dignità, rivoluzioni costruite sull’altruismo, sull’esigenza di giustizia, sul bisogno umano inestinguibile di una comunità solidale.

Per questo sono impegnative in termini di dedizione, costruzione di sé, cambiamento radicale del proprio stile di vita, assunzione di responsabilità, scelte di parte …

Come diceva don Lorenzo Milani ai suoi studenti operai ”Bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti, ma schierati!”

Partecipare dunque è non solo “prendere parte”, ma  “stare dalla parte di”… e di chi se non degli oppressi , degli sfruttati, dei senza voce sempre più numerosi nelle nostre società in cui il profitto è l’unico dio.

Questa “rivoluzione” per la nascita di un nuovo umanesimo non può dunque limitarsi a un happening colorato, non può essere vissuta con leggerezza, non può essere, pena la sua insignificanza, priva di ostacoli, di costi personali…

Come annuncia profeticamente il Vangelo: “Se qualcuno vuol venire con me, smetta di pensare a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Chi pensa solo a salvare la propria vita, la perderà; chi invece è pronto a sacrificare la propria vita per me e per il vangelo, la salverà.” (Mt 8, 34)

Se qualcuno vuol essere annunciatore di verità deve sapere che il suo destino sarà “l’essere messo in croce”! Lo hanno sperimentato tutti gli oppositori laici e religiosi, i martiri laici e religiosi, in ogni tempo in ogni luogo.

Per questo “le sardine”, non mi emozionano particolarmente, nè i canti partigiani “usati” come Jingle, nè (soprattutto) la distanza dichiarata dalla politica.

E’ proprio questa distanza “acritica” che permette “ai manovratori” di continuare indisturbati i loro traffici, le loro menzogne, il loro opportunismo.

 

don Paolo Zambaldi