Padre Giovanni Vannucci sentiva che, di fronte al diluvio universale di questa epoca, diluvio di parole e di immagini, è necessario costruirsi un’arca di silenzio per incontrare se stessi, e, nella profondità di sé, aprirsi all’abbraccio divino.

 

“Il silenzio – scriveva – è quello spazio in cui il divino non è più invocato, ma presente nel cuore”. Il monaco delle Stinche vedeva la preghiera come “l’attività specifica dell’uomo che cerca di comprendere il silenzio, che è aldilà delle cose, dell’uomo, delle parole, dei riti, delle formulazioni dottrinali, e che conferisce un senso e un valore al tutto”.

 

“In questo senso – aggiungeva – la preghiera costituisce l’attività più vera e incisiva dell’uomo”. Nel suo libro “Invito alla preghiera” (edizioni Lef) padre Giovanni prova a trasmettere alcune indicazioni su come offrirsi alla preghiera: 

 

“Sentitevi, al mattino e alla sera, nell’ora da voi scelta, come creature che salgono verso lo Spirito con atto di perfetto culto. Fate tacere tutte le voci che vengono dalla terra e dal sangue; e compiendo l’atto di totale offerta di voi allo Spirito vi sentirete invasi lentamente da una forza nuova che darà calore e alimento a tutta la vostra vitalità, anche a quella fisica. Insistendo in questo esercizio, lentamente ma infallibilmente, raggiungerete la pacificazione di voi stessi. Rientrando nell’esistenza, guarderete le creature con i sensi purificati, avrete nuove capacità mentali, il vostro giudizio sulle realtà terrene sarà più esatto e più preciso, perché le osserverete dal punto di vista dell’eternità. Sentirete, ad esempio, come la vostra parte irascibile viene gradatamente riordinata, troverete l’elemento positivo di tutte le vostre passioni, e soprattutto incomincerete ad apprendere cosa significa amare”
(Fraternità di Romena, Perché pregare?, Anno XIV n°3/2010)