“Er Presepio”

Ve ringrazio de core, brava gente,
pè ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore nun capite gnente…

Pé st’amore so nato e ce so morto,
da secoli lo spargo da la croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto senza ascolto.
 
La gente fa er presepe e nun me sente,
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore.

 

(Trilussa)

 

Il dialetto esprime più di ogni lingua, l’anima del popolo, il valore delle sue tradizioni, ma soprattutto la saggezza dei poveri che sa andare al di là di ogni retorica, che sa cogliere la luce della verità e la sa esprimere con disarmante semplicità.

Quando Gesù passava per i sentieri della Galilea insegnando e guarendo i dimenticati dal mondo, gli scarti, gli ultimi usava proprio una lingua dialettale, l’aramaico, la lingua degli illetterati, dei contadini, degli operai. Si serviva di immagini semplici che traeva dalla vita di tutti i giorni. Faceva leva sulla sapienza degli ultimi perché, essa solo, sa comprendere il valore grandissimo di “un Dio con noi”, di un Dio che ama i dimenticati della storia.

O è questo amore che mettete in pratica, o, dice Gesù (il poeta) sono passato per niente, voi non mi sentite, la mia voce rimane un grido inascoltato, un invito respinto, una salvezza mancata.

E, il vostro bel presepe, non è che un’inutile cianfrusaglia.