Purtroppo, con la fine delle ideologie e delle idealità dei sistemi filosofici e politici avvenuta alla fine del secolo scorso, oggi sembra non esserci più una cultura della crescita umana e sociale, non esserci più strutture educative, come una volta potevano essere i partiti e sopratutto, ovviamente, la Chiesa. Oggi l’unica realtà per cui si predica e si auspica la crescita è il PIL, da realizzare tramite il circuito produzione-consumo che tiene in piedi l’economia.

Ma c’è da riflettere se questo circuito è basato sulla produzione di beni che in qualche modo sono utili alla crescita personale e sociale oppure di beni servono solo alla realizzazione di profitti ottenuti soddisfacendo bisogni momentanei, più o meno fittizi e volutamente indotti ed amplificati.

Sembra che l’orizzonte di senso dei valori sia non più nelle relazioni umane ma nella partecipazione al processo produzione-consumo, anche di prodotti di nessun effetto sulla crescita personale, di nessun significato etico, ma il cui consumo offre solo un senso di appartenenza ad una comunità di acquirenti, quindi di (apparente) realizzazione, di (pseudo) identità.

Sembra costituirsi una nuova religione, quella della “comunità dei consumatori” (al posto della “comunità dei santi” promossa dal cristianesimo).

Una nuova religione intesa come “fondale di senso della vita”, come valore esistenziale, come significato e scopo dell’agire umano: consumare quanto viene prodotto e proposto perché questo è il nuovo “regno-dei-cieli”, in questo c’è “il senso della vita”: in effetti il prodotto viene offerto all’acquisto non per la sua vera funzionalità, che spesso è banale ed anche insussistente, ma perché il suo consumo viene presentato come “mezzo di accesso” ad una vita “altra”, idealizzata, fuori dalla normalità quotidiana… quasi un “sacramento”, verrebbe da dire, dove materia e azioni sono segni efficaci di una dimensione spirituale.

Una religione che potrebbe chiamarsi “consumanesimo”.

Come fa Panikkar confrontando diverse religioni, anche in questo caso può essere individuata tutta una serie di “omeomorfismi” tra cristianesimo e consumanesimo: il confronto suona ironico, ma neanche troppo (e l’ironia è una maschera della verità):

cattedrali – outlet;

testimoni (i martiri) – testimonial; padri spirituali – influencer;

anno liturgico – stagione dei saldi, dei nuovi arrivi, settimane della moda, ecc.; vita eterna – transumanesimo;

sacre festività – Black Friday, season’s holidays, Halloween, ecc.;

comunione dei santi – comunità dei consumanti, gruppi d’acquisto;

sacre scritture – cataloghi patinati; parabole – spot pubblicitari;

giaculatorie – claims pubblicitari;

santi – chef stellati, stilisti griffati;

l’estasi di s. Teresa – l’estasi di chi addenta un cioccolatino;

miracoli – prodigi tecnologici

(Vaccaro, La linea obliqua. Tecnologia e teologia, p. 163);

Dio “Padre”, benefico con suoi doni spirituali – “Babbo” Natale, munifico con suoi regali commerciali (donare è offrire qualcosa di sé, arricchisce umanamente chi riceve; regalare, qualcosa di acquistato, arricchisce economicamente chi vende).

Un centro commerciale di Roma si autopresenta come “centro di felicità permanente”, che è quasi una definizione del Paradiso…

C’è sempre l’invocazione AMDG (ad maiorem Dei gloriam): Awaiting Multi Dimensional Gain.

Ogni religione, proprio per essere tale, deve affrontare il senso della Morte. Anche il consumanesimo ne parla: ne afferma l’inesistenza cancellandone il ricordo, (l’attuale massimo tabù) e comunque promettendo l’immortalità con il transumanesimo.

Ormai i valori di positività esistenziale che connotavano l’“essere umano” sono attribuiti a l’“essere consumatore”.

Non è che il cristianesimo sia combattuto (da cui emergerebbe rinforzato “semen est sanguis christianorum”, diceva Tertulliano), ma semplicemente sostituito. Come nel caso di Halloween, che ha ormai sostituito la fede nell’universale destinazione umana alla santità (Ognissanti) ed il rapporto con chi è più avanti in questo percorso e continua ad aiutarci a compierlo (i defunti).

Il consumanesimo si è impossessato del desiderio (Giaccardi-Magatti, La scommessa cattolica, p.137), ed offre un “senso della vita” che appare totale e soddisfacente, tanto da appagare l’ansia e la fatica del vivere, e quindi molto accettabile, anche perché promette una soddisfazione immediata.

Il cristianesimo, invece, è impegnativo: ti chiede di fare il Bene. Il consumanesimo ti offre, più facilmente, di consumare un bene.

A questo concorre tutto l’insieme dei messaggi dei media, Tv in primis, sempre più vuoti, banali, decostruttivi, finalizzati a creare una società che sia preda – meglio, vittima – del circuito produzioneconsumo, qualunque esso sia («società liquida», direbbe Bauman, sulla quale appunto non si può edificare).

Il comandamento essenziale del consumamesimo è: “consuma questo oggetto e avrai la felicità”. Un po’ come disse il Serpente ai Primogenitori: «Mangiate questa mela e sarete dei».

È per questa religione del consumanesimo che varrebbe il giudizio di Marx: «La religione è l’oppio dei popoli». Oppio dei popoli: soddisfazione dei bisogni attuali attuando uno stato di benessere psicofisico momentaneo, e stimolando la nascita di bisogni indotti ed artificiali per poterli soddisfare: circolo vizioso, che alla fine depersonalizza.

Il cristianesimo è invece educativo (ex-ducere significa guidare avanti), stimola all’impegno per la crescita esistenziale, della persona e della comunità, e l’una per e nell’altra, crescita verso uno stato-di-vita “che non passa” (san Paolo), quello che viene chiamato “vita eterna” (su cui varrebbe la pena ormai di riflettere più seriamente se si vuole capire questa “vita terrena”).

Per questo offre un serio contributo il pensiero di Teilhard de Chardin di un’umanità “in evoluzione”, per cui l’essere umano è in costante divenire, un divenire finalizzato alla partecipazione – addirittura, alla costituzione – del Corpo di Cristo.

Solo se la vera, profonda, permanente soddisfazione del bisogno, ormai non più psicofisico, ma totalmente esistenziale, è il frutto ed il compito del vivere, delle “opere e giorni” impegnati al Bene e non consumati nei beni, tale vivere non viene vanificato ad ogni istante che passa, ma radicato nell’essere.

 

Adista Segni Nuovi n° 43 del 14/12/2019

Edmondo Cesarini è coordinatore della sezione romana dell’Associazione nazionale Teilhard de Chardin