Con dicembre ritornano gli incontri di “Fede con arte”. In questi giorni varie persone mi hanno detto: “Perché perdi tempo a fare incontri sull’arte?”. Mi ha fatto molto male. Erano tutti credenti impegnati. Per questo mi ha fatto male. Credenti che pensano che l’arte sia inutile, un gioco, uno svago. Che tristezza! L’arte è un linguaggio, parla, urla, sussurra. L’arte scuote l’animo, apre gli occhi. L’arte aiuta a vedere la realtà, ad andare in profondità, a vedere il mistero delle cose e non soltanto le cose. Senza l’aiuto dell’arte oggi diventa quasi impossibile uscire da uno sguardo utilitaristico, funzionale, superficiale, ripiegato sull’istante. Se l’arte non apre uno sguardo, diventa inutile il discorso religioso: astratte e monotone parole. Ecco dove sbagliano: il mio primo compito non è portare in chiesa; il mio compito è uscire dalla chiesa per incontrare le persone. Dunque l’arte non è mai una perdita di tempo. È un aiuto per ritrovare il sapore del tempo. Lo so, forse queste persone volevano dirmi altro. Forse volevano dire: “Dopo tutti i tuoi incontri sull’arte qualcuno in più viene in chiesa?”. Per fare che? Per aiutarle a vivere, a sperare, a fidarsi, ad amare. Per aiutarle ad essere umane. Per far sentire loro l’affetto del Padre. Per accendere in loro la speranza grazie al Risorto. Per stare accanto a loro nella ricerca. Sì, proprio questo deve fare la chiesa: sprecare tempo per stare con le persone, immergersi nella concretezza della loro vita, ascoltare le loro domande, le loro fatiche. Senza pretendere nulla. Con la voglia di essere un dono e basta. Libero e gratuito, senza secondi fini, senza interessi nascosti. Disposti ad imparare, a condividere, ad offrire. Perché il nostro “capo” faceva così. Spesso compiva miracoli senza chiedere nulla in cambio, rimandando a casa quelli che volevano seguirlo. E sulla croce è morto senza esigere nulla, anzi donando tutto. Che spreco! Perché questa è la sua volontà: che le donne e gli uomini vivano! Ecco perché dobbiamo imparare a “sprecare tempo”: donare il meglio di noi senza chiedere nulla in cambio. Felici del dono fatto. Questa è l’identità del cristiano. E tale atteggiamento aiuterà noi credenti a migliorare la chiesa, rendendola più aperta, più umile, più libera, più viva. Altrimenti resterà una chiesa arroccata e triste, chiusa e ammuffita, vecchia. Una chiesa che si dimentica che Cristo non viene dal passato, ma dal futuro. Lui è già al lavoro nel futuro. Tocca a noi andargli incontro, leggendo qua e là i segni della sua presenza. Ed aiutando tutti ad avere occhi capaci di stupore, occhi che sanno andare oltre le “frasi fatte”, i luoghi comuni, i “si è sempre fatto così”, le nostalgie del passato, le paure del tempo presente. Noi stiamo chiusi nei nostri “giri religiosi” mentre il Signore percorre libero e appassionato le strade del mondo. Apriamo gli occhi, aguzziamo lo sguardo oltre le nostre paure e le nostre abitudini. Lui è là dove la gente vive.

Derio Olivero, vescovo

(L’Eco del Chisone, 27 novembre)