L’intervista. Parla lo scrittore nato a Casablanca e imprigionato negli anni ’60 durante il regime di Hassan II, che con il romanzo «Ogni volta che prendo il volo» (Brioschi) racconta le sparizioni di oppositori e intellettuali. «Nel mio libro, finzione e realtà si incontrano: le famiglie degli scomparsi continuano a cercare i loro mariti, i loro figli. La speranza li mantiene in vita, come accade a Zina che confida nel ritorno di Aziz»

 

Anche il Marocco ha avuto i suoi anni di piombo. Dal 1961 al 1999, le tutele dello stato di diritto vengono soppresse e l’indipendenza dalla Francia, conquistata solo nel ‘56, si trasforma in un incubo che fa quasi rimpiangere il protettorato. «È stato un periodo molto buio della storia del mio Paese», racconta Youssef Fadel, romanziere nato a Casablanca e imprigionato negli anni ’60 durante il regime di Hassan II, che è stato ospite di Bookcity con il suo Ogni volta che prendo il volo (Brioschi, pp. 346, euro 18, traduzione di C. Dozio). Il romanzo, ambientato proprio in quegli anni di repressione, racconta le sparizioni di oppositori e intellettuali. «Nel mio libro, finzione e realtà si incontrano: le famiglie degli scomparsi continuano a cercare i loro mariti, i loro figli. La speranza li mantiene in vita, come accade a Zina che confida nel ritorno di Aziz».

Cosa ricorda lei degli anni di piombo del Marocco?

È stata una fase difficile: al di là della repressione politica e della prigionia sistematica per qualsiasi oppositore, il regime usava qualunque mezzo per seminare il terrore. Ricordo le retate giornaliere nel quartiere: chiacchieravamo tra amici in strada, all’improvviso tutti fuggivano. I militari ci inseguivano fin dentro le case. Principalmente per spaventarci. Era il loro modo di dire «il makhzen (l’autorità, ndr) è qui».

Lei è stato in carcere per colpa dei suoi libri. Cosa non piaceva al regime?
Non erano romanzi politici. Anzi, io provavo a scrivere storie d’amore in un momento difficile ma era come raccontare di due innamorati su un treno in fiamme. Ma comunque ciascun racconto era imbevuto di ciò che stavamo vivendo. Era inevitabile.

Si ricorda di qualcuno che conosceva che sparì?
No. La verità è che in quegli anni non sapevamo nemmeno dell’esistenza delle carceri. Il Marocco ne è rimasto all’oscuro fino a quando, vent’anni dopo, quelle anime sepolte sono state liberate.

Dalle proteste degli anni Settanta a quelle che oggi accendono il Medio Oriente e il Nord Africa. Compresa l’Algeria. Cosa succede nel suo paese, invece?
I demoni di un’intera storia di repressioni e risentimenti sono emersi ed è già una buona cosa. Questo «inverno arabo» – con le primavere del 2011, le proteste sono solo diventate più intellegibili ma non sono iniziate da lì . durerà ancora molto, fino a quando i primi germogli di primavera, una vera primavera, sbocceranno con un patto sociale per i cittadini. Quanto al Marocco: fintanto che i governanti non prenderanno atto del crescente impoverimento della gente e della corruzione diffusa, la situazione continuerà a peggiorare.

Veniamo al romanzo: in alcuni passaggi sembra quasi una spy story.
Credo che lo scrittore assomigli un po’ a un investigatore privato che passa il tempo a frugare nelle vite degli altri, nel loro passato, nei loro desideri dichiarati o repressi. Personalmente, cerco sempre di tener presente il filone narrativo, concedendo al pubblico gli indizi solo un po’ alla volta: ecco perché sembra un poliziesco.

Il fattore «tempo» torna spesso nella scansione del romanzo. Perché?
È un tema sempre affascinante, ma in questo caso è utile all’immedesimazione con i protagonisti che attendono che qualcosa cambi, che i loro cari tornino alla vita normale, che la repressione finisca. Ma è anche un espediente narrativo che mischia le carte, tra illusione e realtà, tra presente e futuro. Un po’ come la sabbia, che sembra avere una forma ma in realtà ne ha molte altre.