«Dobbiamo prendere sul serio la tanto declamata carità cristiana, senza mezze misure», scriveva un giovane uomo di quindici anni, che voleva un amore così, incondizionato, folle nel suo profondersi senza riserve. Quel giovane si chiamava Alexander Langer. In quel piccolo testo adolescenziale ripeteva la parola “amore” ben cinque volte, martellante come un timpano. Era nato in una famiglia borghese, laica e liberale: padre medico, di origini ebraiche, madre farmacista e tirolese. Non fosse stato per loro, il giovane Alex avrebbe vestito un abito religioso, consacrando ufficialmente quella inclinazione al mistero e al paradosso cristiano che visse invece con profondo e laicissimo travaglio. La madre si era duramente opposta al governo nazista, per poi essere eletta nel dopoguerra al consiglio comunale di Vipiteno, come indipendente nella lista dei Südtiroler Volkspartei. Insegna ai figli che non importa «in cosa si crede, ma come si vive». Mentre in Alto Adige infuriano polemiche etnonazionalistiche, mamma e papà Langer pretendono che i figlio conoscano sia l’italiano che il tedesco e frequentino un asilo italiano. La loro casa è un piccolo gabinetto scientifico in cui ci si abitua ad interrogarsi sul senso di appartenenza comunitaria, sul rapporto tra culture diverse.

Alex ha soltanto diciotto anni quando fonda un gruppo di studio e una rivista che comprendono ragazzi di madrelingua ladina, italiana e tedesca. Alexander prende a bersaglio i muri culturali, nazionali, etnici, religiosi, come scrive Alessandro Leogrande in un testo in cui riassume i tratti salienti del pensiero e dell’azione politica di Langer: «È uno che nella sua vita non ha fatto altro che saltare muri e attraversare confini». Rifiutò di dichiarare la sua appartenenza etnica nel corso di ben due censimenti, precludendosi così anche la candidatura a sindaco di Bolzano. «I confini netti, quelli per cui si dice: di qua si parla una lingua, di là un’altra sono soltanto artificiali. Nulla hanno a che fare con la natura dei popoli», dirà ad un intervento per la convivenza inter-etnica organizzato ad Assisi, il 31 dicembre 1994. Un intervento che mostrò chiaramente cosa era centrale nell’impegno politico di Langer: l’inquinamento industriale, la xenofobia, lo sfruttamento lavorativo, i diritti umani…

Ne Il viaggiatore leggero, Langer propone il capovolgimento del motto olimpico Citius, altius, fortius che divenne manifesto della trasformazione dell’uomo individuale e degli stili di vita: Lentius, profundius, suavius. Non cioè più veloce, più alto, più forte, (si deve produrre, consumare, spostarsi, istruirsi), una corsa al più, senza pudore, quintessenza dello spirito del nostro tempo; bensì più lento, più profondo, più dolce, che per lui significava ridare alla vita una dimensione profonda, attraverso la riscoperta e la pratica dei limiti, non soltanto per amore del creato, ma anche in virtù di un autentico senso di benessere, sempre declinato alla prima persona plurale. Langer era così ossessionato dall’idea del noi, di relazione, che reinterpretava a suo nome anche il termine «confine», non una barriera che isola, invece che dividere, come ha fatto notare Massimo Cacciari in Profezia e politica in Alexander Langer: «Per Langer (…) la vita è fondamentalmente intesa come convivenza. Laddove tu non sai convivere, non sai nemmeno vivere, perché vivere è convivere. (…). Il confine per Langer è una linea che mi mette cum,  cioè “inseme”». Questo per lui significa percorrere il cammino insieme agli altri, dividere le proprie esperienze con gli altri. Ma significa anche difendere lo spazio abitativo condiviso con gli altri, la «nostra casa comune»; non a caso Marco Boato nel 2015 definì l’ecologismo di Langer come una delle ispirazioni dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, con un articolo dal titolo emblematico: “L’ecologismo della ragione. In ricordo di Alexander Langer, strano ambientalista ratzingeriano”. Il 14 aprile 1987, insieme ad altri ecologisti, presentò una dichiarazione di approvazione del documento della Congregazione per la Dottrina della Fede sui problemi morali connessi alla fecondazione artificiale e alla sperimentazione sugli embrioni, noto come «documento Ratzinger», dichiarazione fortemente contestata da alcune giornaliste del manifesto. Langer fu costretto a tornare sul tema, per precisare che il suo apprezzamento al documento riguardava soltanto i passaggi sulla manipolazione genetica e la vivisezione.

Ma fu un’altra polemica ad oberare definitivamente l’umore e la sensibilità di un intellettuale già provato dalla scomparsa della cara amica Petra e da terribili episodi d’asma e depressione: la querelle nata quando chiese l’intervento internazionale armato in seguito alla strage di Tuzla, un bombardamento di civili che uccise 71 giovani. Gli ex compagni di lotta, i Verdi, presero le distanze da questi interventi, accentuando la sensazione di solitudine e di sconfitta, che lo portarono all’albicocco cui appese tutto il carico della sua vita: «Perdonatemi. I pesi mi sono diventati davvero insostenibili». Prima di morire, però, ebbe un ultimo pensiero nei confronti di coloro che avevano “aggravato” i suoi “problemi”: «Non rimane da parte mia alcuna amarezza (…)». Una parola alla moglie Valeria e agli amici: «Non siate tristi. Continuate in ciò che era giusto»