SARA E AGAR

(Gen 16, 1-16; 18, 1-16; 21, 1-21)

 

Sara e Agar: dalla disperazione alla speranza

“21Ditemi, voi che volete essere sotto la Legge: non sentite che cosa dice la Legge? 22Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. 23Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne; il figlio della donna libera, in virtù della promessa. 24Ora, queste cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar 25- il Sinai è un monte dell’Arabia -; essa corrisponde alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. 26Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi. 27Sta scritto infatti:

    Rallégrati, sterile, tu che non partorisci,

    grida di gioia, tu che non conosci i dolori del parto,

    perché molti sono i figli dell’abbandonata,

    più di quelli della donna che ha marito.

28E voi, fratelli, siete figli della promessa, alla maniera di Isacco. 29Ma come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo spirito, così accade anche ora. 30Però, che cosa dice la Scrittura? Manda via la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non avrà eredità col figlio della donna libera. 31Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera.”

(Gal 4, 21-31)

“28Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.”

(Gal 3, 28)

Gal 4, 22

La Bibbia dice che Abramo “ebbe due figli: uno nato da Agar- una schiava-e l’altro da Sara, sua moglie che era libera.”.

Chiamare libera una donna che era stata obbligata ripetute volte a sottoporsi a sotterfugi pericolosi per salvare la pelle al suo “Signore” non è altro che una fantasia maschile.

Il ragionare per via di opposizioni (il famoso schema Eva/Maria dei Padri della Chiesa) conduce l’apostolo Paolo a contrapporre Sara “la libera” ad Agar “la schiava”. “Le due madri rappresentano due alleanze: Agar rappresenta l’antica alleanza che “genera solo schiavi”. Sara invece, che è libera, rappresenta la Gerusalemme celeste, ed è lei la nostra madre.” (Gal 4,22ss.).

É la stessa mentalità che per imperare deve dividere; la divisione in classi (schiava/libera) spezza la solidarietà tra donne. Nel contesto di violenza latente qual è il patriarcato, non ci si può aspettare dei rapporti tra donne. Sara e Agar più che artefici sono vittime di questa situazione di conflitto, situazione in cui farà la sua entrata l’Iddio per cui “non ha più alcuna importanza l’essere schiava o libera” (Gal 3, 28), l’Iddio che sconvolge le contrapposizioni facili della mente maschile.

Il Signore ha promesso ad Abramo una discendenza numerosa ma le circostanze non sono favorevoli: “Signore mio Dio, cosa potrai darmi, dal momento che non ho figli?” aveva detto Abramo, perché Sara era sterile…e all’età di novant’anni sarebbe stato difficile partorire.

E così Sara pensandoci su, decide di risolvere la situazione. Sarà lei ad aiutare Dio ad adempiere la sua promessa. Seguendo l’usanza diffusa, dà ad Abramo la sua schiava. Se questa rimane incinta partorirà sulle ginocchia della sua padrona a cui apparterrà il neonato.

Gen 15, 6 /Gal 4, 23

L’autore del testo non apprezzerà l’iniziativa di Sara. Per lui Sara (come poco prima Eva) rappresenterà il volere umano, mentre Abramo invece aveva avuto fiducia nel Signore.

L’incredulità della donna Sara viene contrapposta alla fede dell’uomo Abramo.

Gen 16, 4

Una fede però non troppo forte. Come Adamo aveva accettato passivamente il frutto offertogli da Eva, anche “Abramo accettò il suggerimento di Sara… Abramo andò dunque da Agar che rimase incinta” (Gen 16 ,4).

Seguendo le regole del patriarcato Sara come padrona poteva disporre della sua schiava; poteva appropriarsi del figlio della schiava (mero “utero in affitto” per mantenere la genealogia maschile) ma non aveva contato sulla rivendicazione da parte della schiava, doppiamente sfruttata. La cultura maschile aveva dato potere a Sara, ma la natura (o il divino?) aveva dato ad Agar un potere sulla padrona: la sua fertilità. La natura stessa si erge e si ribella contro Sara diventata portatrice di regole patriarcali.

Gen 16 ,4 ss.

Agar si rese conto di essere incinta e cominciò a guardare con disprezzo la padrona. Sara si lamenta: “Da quando è incinta mi considera inferiore a lei”. Sara si trova presa in trappola, in mezzo alle contraddizioni di una cultura classista. In un momento di lucidità sa individuare il vero responsabile: L’uomo!Sara allora disse ad Abramo: “Sei tu il responsabile di questo disprezzo”. E allo stesso tempo si appella a un’autorità superiore, a quel Dio per cui non ha più importanza l’essere schiava o libera, uomo o donna: “Decida il Signore chi ha ragione fra noi due”.

 

Gen 16, 6

Chiamato in causa Abramo, la sua risposta è quanto mai deludente. Negando qualsiasi responsabilità di una gerarchia sociale in cui egli è “signore” di Sara e Sara è “signora” di Agar, caccia Sara di nuovo in mezzo al conflitto: “La schiava è tua. Pensaci tu. Trattala come meglio ti pare!” Sara non riesce a sottrarsi al meccanismo creato dal patriarcato: E Sara maltrattò Agar che fuggì lontano da lei.

Gen 16, 11

Questa situazione lacerata da divisioni sessiste, classiste e forse razziste (Agar è egiziana), richiama una presenza che può sanare, unire, riconciliare. A questa presenza si era già appellata Sara, ma a questa presenza grida anche Agar: “Il Signore ti ha ascoltato nella tua disperazione”.

Pochissime volte le apparizioni divine nell’A.T. coinvolgono in prima persona le donne. Ma è proprio a questa donna, maltrattata dalla cultura e resa vulnerabile dalla natura, che il divino si manifesta. Dio l’aveva seguita col suo sguardo; vedendola le rivolge domande sulle sue radici e sul suo futuro.

Gen 16, 8 ss.

L’angelo del Signore la vide nel deserto vicino a una sorgente (…) e le disse. ”Agar schiava di Sara, da dove vieni? E dove vai?” Non è il momento di fuggire, le suggerisce Dio. Se la cultura ti è ostile, lo è ancora di più la natura. Non puoi partorire qui nel deserto. Come fai ad allattare qui tuo figlio?” Torna… da lei e a lei obbedisci.” Magra consolazione per la schiava ribelle: poca cosa per il Signore che abbatte il muro della separazione.

 

 

Gen 16, 10-12

Ma Dio non ha finito con Agar. Le parla ancora. E’ lei, la schiava Agar non la libera Sara che riceve, Abramo: “Io renderò così numerosi i tuoi discendenti che non sarà possibile contarli.” E il suo erede: “…vivrà come un puledro selvatico, pronto a battersi con tutti e tutti si batteranno con lui” (n.d.r sarà cioè un capo orgoglioso del suo sangue). Il figlio frutto di quella “decisione umana”, frutto di una società ingiusta, diventa erede di una nuova promessa, di una nuova benedizione. “Per ciò che riguarda Ismaele… io lo benedirò…” Ismaele diventa il segno di come Dio aveva ascoltato Agar.

Gen 16, 13

Agar non resta indifferente allo sguardo amoroso di Dio. Meravigliata, stupita, colpita dal mysterium tremendum esclama: “Ho veramente visto colui che mi vede?”. L’incontro col divino non la rende muta; Agar è capace di esteriorizzare la sua esperienza; è capace di teologizzare. Sa ciò che i salmisti dovevano ancora esprimere. Esclama: “Tu se il dio che mi vede”. Una tale comprensione di Dio, la consapevolezza che prima di vedere Dio siamo già visti da lui.

Gen 17, 17-18

La ragione maschile preferisce l’aut-aut; figlio della libera- figlio della schiava; Isacco-Ismaele, ma Dio non ragiona in questo modo. La sua misericordia abbonda per abbracciare le contraddizioni. Nonostante la richiesta di Abramo: “C’è già Ismaele. Potresti fare che sia lui il mio erede” il figlio della schiava non rimpiazza Isacco. La promessa fatta ad Agar non sostituisce quella anteriore fatta ad Abramo ma che coinvolge Sara: “No tua moglie Sara ti partorirà un figlio”.

 

Gen 18, 11 ss.

Isacco nasce in una situazione di conflitto, conflitto prima di tutto tra l’essere umano e Dio, segnato dal riso dell’incredulità di cui è colpevole non solo Sara, “che rise fra sé perché sia lei che il marito erano molto vecchi, ma anche Abramo che, sentendo la promessa di Dio, si prostrò a terra e rise.” (Gen 21, 6). Ma sotto lo sguardo e la fedeltà di Dio la risata di derisione, paura e menzogna viene trasformata in riso di gioia e di comunione: “Abramo aveva cento anni quando gli nacque Isacco Sara disse :” Dio mi ha dato la gioia di ridere. Chiunque verrà a saperlo riderà con me”

Il conflitto tra la libera e la schiava rimane irrisolto. È un conflitto che esiste forse più nella mente di Sara, resa profondamente insicura dal patriarcato, che nella realtà. Un conflitto anche questo segnato dal riso di Ismaele, innocente o derisorio che fosse.

Gen 21,9-10ss.

Sara notò che il figlio che Abramo aveva avuto da Agar l’egiziana stava scherzando (rideva)con suo figlio Isacco.” Sara la “libera”, Sara “la padrona” (ma sempre soggetta al padrone) non riesce a scavalcare il muro abbattuto da Dio; non riesce a confidare in due promesse, in due eredità, vuole anche lei l’aut-aut: “Allora disse ad Abramo: “Manda via questa schiava e suo figlio. Egli non deve spartire l’eredità con mio figlio Isacco.”

“Questo dispiacque molto ad Abramo perché anche Ismaele era suo figlio.” Questa volta Abramo si mostra più umano e, come Sara e Agar prima di lui, si appella a Dio cercando una luce e una guida. Dio risponde mostrando che lui è più grande delle false alternative create dalla mente umana. Sorprendentemente Egli viene incontro a Sara, vittima debole di una serie di contraddizioni in un mondo che lei non ha forgiato, ma non dimentica Agar.

Gen 21,12

Dio gli disse: “Non rattristarti per la tua schiava e per il ragazzo. Accontenta Sara in tutto quello che ti chiederà, perché per mezzo di Isacco tu avrai discendenti. Ma anche il figlio di questa schiava darà origine a un grande popolo, perché anche lui è figlio tuo.”. Agar la troviamo di nuovo vittima di una cultura e una natura ostili ma con una differenza: anche se “essa se ne andò e si smarrì nel deserto”, questa volta Dio ha autorizzato la sua fuga. In tali circostanze, minacciata dal sole, dalla sete, dalla morte stessa, Agar non ce la fa più a credere alla promessa di Dio.

Il figlio Ismaele, sta morendo e con lui muore la speranza di Agar. In un atto di disperazione ella lo abbandona, il riso che aveva caratterizzato la situazione di conflitto diventa pianto: vv 21,15s. “Quando non ci fu più acqua nell’otre prese il figlio e lo lasciò sotto un cespuglio. Si allontanò e si mise seduta di fronte a lui, a un centinaio di metri. Diceva tra sé: “Non voglio veder morire mio figlio”. E standosene lì seduta si mise a piangere.”

La situazione è disperata. Ma Dio “udì il lamento del ragazzo” e così viene richiamato alla sua promessa. La voce flebile del ragazzo agisce potentemente sul divino che si affretta commosso a risanare la situazione. Questa volta Agar non ha più bisogno della protezione instabile che offre la cultura degli uomini. Invece di tornare s sottomettersi alla padrona è chiamata ad agire in libertà: “Alzati, le dice l’angelo di Dio, riprendi il ragazzo e abbi cura di lui, perché io lo farò diventare padre di un grande popolo” (Gen 21, 18 ss.).

Sotto lo sguardo del Dio che “la vede” le si apriranno gli occhi; poiché “Dio ha udito la voce del ragazzo”, lei udirà la voce di Dio. Con gli occhi ben aperti, le orecchie tese, le membra forti e la mente allerta potrà sopravvivere in mezzo a una natura ostile: poi “Dio le aprì gli occhi e Agar notò una sorgente d’acqua” Gen 21, 19 Agar finalmente libera, vede crescere suo figlio, lo vede diventare esperto cacciatore. Fedele alla sua razza, provvede per il suo futuro dandogli “in moglie un egiziana”.

Come l’apostolo Paolo aveva intuito in un momento d’ispirazione, le alternative ebreo-pagano, libero-schiavo, maschio –femmina non bastano a interpretare la libertà multiforme dell’agire divino. Fedele alla sua promessa originale, niente e nessuno impedisce a Dio di fare altre promesse, altre scelte. Scelte che vanno a favore del “volere umano” delle sue vittime, scelte che vengono incontro ad Agar, donna doppiamente oppressa. La nuova promessa è indirizzata alla schiava che diventerà libera; sconvolge gli schemi di coloro, donne e uomini, che non riescono a vedere, il Dio “che vede” oltre le opposizioni create dal patriarcato.

tratto da Elizabeth Green, Dal silenzio alla parola. Sorie di donne nella Bibbia, 2007

Elizabeth E. Green,
teologa femminista, è pastora presso le chiese evangeliche battiste di Cagliari e Carbonia. Tra le sue recenti pubblicazioni per Claudiana ricordiamo: Dal silenzio alla parola. Storie di donne nella Bibbia (2007), Il Vangelo secondo Paolo (2009), Il filo tradito. Vent’anni di teologia femminista (2011) Padre nostro? Dio, genere, genitorialità. Alcune domande (2015).