Infatti essere semplici non significa essere sempliciotti. Essere semplici non è la partenza ma l’arrivo. Noi confondiamo spesso la semplicità col semplicismo e facciamo la retorica della “fede dei semplici”.

Una retorica equivoca, perché fondata sul falso concetto della semplicità, che ci consente di avallare le forme più viete e spesso più superstiziose della cosiddetta pietà popolare (e c’è senza dubbio una pietà popolare autentica ma ce n’è un’altra che è piuttosto magismo). 

Così la falsa religione, fondata su pellegrinaggi, santuari, sagre, luminarie, rose di Santa Rita e via dicendo, va tutta sul  conto della fede dei semplici e siamo a posto. Invece siamo proprio fuori posto e i semplici non c’entrano (spesso neanche la fede). I semplici -quelli veri- li offendiamo con queste approssimazioni e quelli falsi li manteniamo nell’ immaturità.

E’ lo stesso discorso dell’infanzia. Nella scrittura troviamo l’esortazione a diventare bambini ma anche l’altra a  smettere i comportamenti dei bambini e a nutrirci da adulti. Come comporre le due affermazioni? In realtà nella loro apparente opposizione, esse sono lo  stesso invito a superare l’infantilismo. Gesù, infatti, parlando a degli adulti, non li invita, come ci si sarebbe potuto attendere, a “ritornare” bambini, bensi a “diventarlo” (“se non diverrete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli”): a diventarlo, per la prima volta, perché l’infanzia degli anni, che sta alle spalle di ciascuno, non ci costituisce in una particolare idoneità al regno di Dio. L’infanzia degli anni è una situazione, l’infanzia del regno è un’elezione e si raggiunge dopo l’età matura. L’infanzia degli anni è l’ elementarità, l’infantilismo, il semplicismo;  solo l’infanzia del regno, che viene dopo, raggiunge la semplicità. Perché la semplicità è la semplificazione del complesso, non precede, ma segue l’articolata analisi dell’età adulta con la sua capacità di introspezione, di valutazione, di critica, di opzioni scaltrite, di indagini acute ,di elaborati processi logici e di complicati itinerari psicologici. L’infanzia di Dio si trova al di là di tutto questo e non lo nega, lo suppone: ci è passata in mezzo, lo ha assunto in una sintesi chiarificatrice che conduce tutto l’unità. Ma l’unità non è il monismo: l’ unità fondata sul modello trinitario si stabilisce sulla pluralità, l’articolazione, il movimento.

Non si può saltare il salvifico bagno del complesso. Escluderlo, col falso pretesto della “fede dei semplici”, significa precludersi la via della semplicità: restare in quella fase preunitaria in cui l’unità è monismo, la semplicità semplicismo, l’infanzia infantilismo.”

 

(da  A. Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, 2011, pag. 143)