Il 25 Aprile non può essere una data di commemorazione fine a sé stessa.
La Festa della Liberazione ci ricorda il dovere di continuare a rivendicare e a lottare per quei valori di giustizia e libertà per cui tanti hanno dato la vita.
Questo è un impegno “umano”, che non riguarda solo il nostro Paese.

Il 25 Aprile ci dovrebbe ricordare che la strada per un mondo di giustizia e di libertà è ancora lunga, tortuosa e non ammette indifferenza.

Che cosa vuol dire resistere al giorno d’oggi?

La risposta, molti di noi, l’hanno trovata in luoghi sperduti della Palestina.

Lì, hanno visto cosa significhi subire un’ingiustizia quotidiana, ma non cedere all’oppressore.

Vivendo al fianco di gente comune, condividendone la semplicità dello stile di vita, hanno scoperto la straordinarietà di un popolo che lotta pacificamente per rivendicare il proprio diritto ad esistere sulle proprie terre.

Tra quelle colline aride d’estate e colorate dai fiori in primavera, hanno respirato l’aria della resistenza.

E per quanto in modalità e contesti differenti, i racconti sulla lotta partigiana li hanno ritrovati proprio lì, in un senso di appartenenza ad una comunità.

Indipendentemente dal proprio essere ajnabee (straniero), in una terra che ti rimarrà per sempre nel cuore ma che non ti apparterrà mai del tutto.

Tra quelle colline ci si è riscoperti compagni di una lotta nonviolenta contro le ingiustizie, contro l’odio, per le libertà e i diritti di un popolo che dovrebbero essere universali.

Resiste il bambino che si reca a scuola sotto la costante minaccia di attacco da parte dei coloni israeliani lungo il sentiero.

Eppure, giorno dopo giorno, continua a percorrere quella strada, perché studiare è un suo diritto.

Resiste il pastore che continua a portare il gregge sulle sue terre.

Picchiato dai coloni, arrestato dall’esercito, minacciato ingiustificatamente.

Ma continua a tornare, e sprezzante fuma la sua pipa guardando l’avamposto ergersi qualche metro più in là.

Resistono gli uomini e le donne a cui hanno demolito la casa, che si rimboccano le maniche per ricostruire la propria vita a partire da un nuovo mattone.

Resistono coloro che di fronte ai propri alberi d’ulivo sradicati senza alcuna ragione se non l’odio, celebrano una festa per ripiantarne altrettanti.

Resistono le donne, giovani e anziane, che accorrono sul posto quando la macchina dell’occupazione si attiva.

Urlano la loro indignazione e trovano stratagemmi per scongiurare il peggio.

Resistono i giovani che documentano le violazioni subite cellulari alla mano e che ristrutturano le grotte di un vecchio villaggio per permettere agli abitanti espulsi dall’occupazione di potervici tornare.

Resistono padri e madri che ogni giorno temono per le vite dei figli quando escono di casa.

I volti scavati da una vita di soprusi, ma che insegnano alle nuove generazioni la nonviolenza come unica via alla pace.

Resiste l’attivista israeliano che si ribella ad uno Stato che non lo rappresenta.

Arrestato, denigrato e umiliato dalla sua stessa società, continua a spingersi in quelle terre per stare al fianco del vicino oppresso.

Resistono queste genti.

Non con odio, non con violenza.

È una resistenza, a volte silenziosa, che fa sicuramente molto meno rumore della prepotenza che li circonda.

Ma non per questo si piega alla brutalità dell’oppressore.

Il 25 Aprile dovrebbe ricordarci che la resistenza non è storia passata.
La lotta per la libertà e per il rispetto dei Diritti Umani non dovrebbe essere la battaglia isolata di un solo popolo, ma di tutto il genere umano, unito.

M.

 

http://www.operazionecolomba.it/115-palestinaisraele/3364-il-25-aprile.html

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