Quei giovani minatori uccisi dai nazisti e la Resistenza tradita dalla cultura di guerra

 

Quest’anno, il 25 aprile – giorno della Resistenza – ricordiamo anche P. Ernesto Balducci a 28 anni dalla scomparsa (25 aprile del ‘92). Voglio farne memoria pubblicando uno stralcio del capitolo che gli dedicai nel mio libro “Il monaco che amava il jazz. Testimoni e maestri, migranti e poeti” (Il Margine, Trento 2006)

Dovevamo incontrarci a Fiesole. Ci eravamo dati appuntamento alle 13 del primo maggio 1992 fuori della Badia. Ma il 25 aprile padre Ernesto Balducci moriva improvvisamente in un incidente stradale, all’uscita da un incrocio, vicino a Cesena: una botta alla testa contro il parabrezza, il coma e il giorno dopo l’annuncio della scomparsa. Guidava lui la macchina, accanto aveva un’amica di dieci anni più anziana che uscì incolume dalle lamiere. «Gli avevano detto di fare attenzione – mi fu riferito qualche giorno più tardi da amici di Firenze – di non guidare più la macchina e di prendere meno appuntamenti, ma la sua vita era oramai dedita totalmente agli altri, alle persone che andava a trovare quotidianamente e alle conferenze che teneva in tutta Italia con un ritmo frenetico».

Mi dovevo incontrare con Balducci per definire alcuni punti della mia tesi di laurea che avevo deciso di fare sul pensiero di Raimon Panikkar. Mi ero rivolto a lui per due motivi: perché la sua casa editrice (Edizioni Cultura della Pace) aveva dato alle stampe un libro di Panikkar, La torre di Babele, e perché, nonostante la differenza di prospettiva, ero convinto che fra i due intellettuali vi fosse una convergenza molto più profonda di quanto potesse apparire vedendoli dibattere sui grandi temi come l’uomo planetario, la città pianeta, il governo mondiale.
Anni dopo feci anche un saggio per Testimonianze – la rivista fondata da Balducci nel 1958 con un gruppo di amici: Mario Gozzini, Gian Paolo Meucci, Vittorio Citterich, Mario Camagni, Federico Setti, Danilo Zolo e Lodovico Grassi – in cui proposi una comparazione fra due impostazioni di pensiero che avevano approcci molto diversi fra loro, però anche orizzonti comuni. Panikkar considerava l’idea di «uomo planetario» come una generalizzazione astratta, mentre Balducci la pensava molto concreta e la inquadrava in una prospettiva in movimento, di uscita dai confini propri di una cultura particolare per abbracciare altri riferimenti culturali e religiosi.
Balducci rispose alla mia richiesta di incontro con una lettera dell’8 marzo 1992: «Per quanto gli sia amico e abbia edito un suo libro, io non sono un competente di Raimundo Panikkar. Ma tra i miei cari amici ce n’è uno che ha già sostenuto una tesi su di lui e lo frequenta con assiduità. Potrebbe esserti utile perché è un sacerdote molto umile e disponibile. Si chiama Achille Rossi … Ti abbraccio e ti auguro un futuro fecondo davanti a Dio e da- vanti agli uomini».
Feci come mi disse e trovai la soluzione che cercavo.
La ricerca di un incontro con Balducci andava molto al di là di una richiesta d’aiuto. Era da tempo che volevo passare qualche ora con una persona che consideravo un maestro e un intellettuale che aveva rappresentato mol-to nella mia crescita umana e culturale e che fino ad allora avevo avuto modo di conoscere solo da spettatore in vari incontri e convegni.
Quando seppi della sua fine così improvvisa, rimasi di ghiaccio. Eppure alla Badia passai ugualmente quel primo maggio per incontrare i luoghi, gli ambienti, i volti della sua memoria. Ricordo che in un corridoio campeggia-va una sua foto con alcuni messaggi di amici e discepoli, e lungo le strade di Fiesole erano stati affissi dei grandi manifesti con una sua frase tratta da Testimonianze: «Per realizzare una civiltà veramente planetaria, senza egemonie coattive, noi dobbiamo risolvere i conflitti non attraverso l’uso della forza, ma cogliendo la verità parziale che in ogni situazione si nasconde». Andai in municipio e chiesi se ce n’era ancora qualche copia. Me ne dettero tre: una l’ho appesa sopra il letto.
Avevo avuto modo di scambiare con lui due battute durante un pausa caffè ad un convegno alla Cittadella di As- sisi nell’estate del 1991.
– «Da dove vieni?» mi chiese.
– «Da Bolzano» risposi.
– «Allora conosci Alexander Langer – continuò con quel faccione grande che ricordava quei volti di montagna molto simili ai volti degli indios – e magari anche l’amico Giuseppe Rauzi. Sai? Ogni tanto qualcuno mi telefona da Bolzano per chiedermi di parlare da qualche parte e non potendo accettare rispondo: “Chiama don Giuseppe ed è come se chiamassi me”. Ma quando posso vengo sempre volentieri a Bolzano perché mi ricorda le vacanze che facevo in estate in val Gardena con gli amici di Firenze».
Quella conferenza alla Cittadella la ricordo molto bene. Balducci, come sempre, appassionava l’uditorio. Molti lo considerano uno dei più affascinanti oratori che abbiamo avuto in Italia. Parlava chiudendo gli occhi, di tanto in tanto incrociava le mani sull’ampia fronte come per rendere le parole più teatrali, oppure batteva sul tavolo per attirare l’attenzione. Alternava momenti di grandissima intensità a battute ironiche in un toscanaccio tagliente. Gemito dei viventi, silenzio di Dio era il titolo del suo intervento ad Assisi. Balducci parlava di un Dio concreto, un Dio amore, un Dio onnipotente nella sua impotenza. Un Dio che unisce credenti e non credenti. Un Dio che soffre con il povero e libera l’oppresso. Un Dio «sovversivo» che smonta l’ordine delle cose e scrive diritto sulle carte storte: «Ecco perché gli atei spesso hanno ragione a rifiutare Dio – diceva – perché noi ne abbiamo fatto un garante dell’ordine. Ma essi vedono disordine. Gli atei hanno avuto il coraggio di demolire il dio dell’ordine. Come ha fatto Gesù: “Ha bestemmiato!” disse Caifa, tutore del dio dell’ordine. Gesù ha
rivelato un Dio che si compromette con le sorti dell’uomo e in modo particolare con i più deboli e i miti». E chiuse la relazione con un riferimento a quel momento finale della vita, quando l’amore impotente di Dio si troverà faccia a faccia con l’amore disarmato dell’uomo: «Ogni tanto penso a me stesso e immagino quel momento supremo della mia vita quando mi troverò faccia a faccia con Dio. Solo allo- ra mi conoscerò». Dieci anni dopo l’ho ricordato con la sorella Beppina: «Era molto dolce – mi disse – nonostante fosse quell’omone che era, sanguigno e forte. In realtà era anche molto fragile. Non tollerava l’ingiustizia in qualsiasi modo essa si esprimesse. Metteva la sua voce, la sua cultura, la sua parola al servizio di chi non aveva voce. Ci manca moltissimo».
«Il sogno di una cosa», che nel gergo balducciano significava l’evento aurorale di una umanità riconciliata nel- lo spirito della fratellanza fra gli uomini e i popoli, doveva passare attraverso il rito della morte (anche del cristianesimo, come figura storica oramai consunta e logorata dalle logiche di potere che da Costantino in avanti aveva assorbito in toto; e della civitas, come organizzazione della vita segnata dall’ideologia del dominio e della guerra).
E nel ricordo tornano in superficie gli episodi più significativi della sua vita. Innanzitutto le origini poverissime (Balducci nacque a Santa Fiora, un paesino nell’entroterra grossetano, sul monte Amiata, nel 1922). In vari scritti autobiografici appare il riferimento a don Milani come esperienza di vita opposta: «Lorenzo Milani – scriveva Balducci – proveniva da un ambiente alto borghese. La sua scelta evangelica gli ha fatto fare una calata a picco nel mondo dei poveri. In questa esperienza egli ha portato una volontà autopunitiva, di rigetto quasi furioso di tutto lo schema borghese della vita fino al rifiuto del gioco per i suoi ragazzi. Invece la famiglia in cui io sono na- to è vissuta, fino a che non l’ho lasciata, ai margini fra la miseria e la povertà».
Balducci ironizzava spesso sulla sua «fuga dal mondo» quando, giovanissimo, lasciò il paese natale per entrare nel convento degli Scolopi a Firenze: «Lasciando quella realtà e entrando in convento io sono passato dalla vera po- vertà al mondo organizzato. Prima ero figlio di poveri, vivevo con quello che la natura ci donava, e poi, improvvisamente, ho fatto il voto di povertà per entrare in convento e da allora non mi è mancato più nulla. Non inganniamo l’umanità ma diciamo le cose come stanno: quando si entra in convento non si abbandona un bel niente, anzi, si trova un mondo bene organizzato e strutturato».
In una delle pagine più curiose della sua autobiografia ricorda: «A dodici anni, invece di predicare come Gesù nel tempio, indossai la piccola tuta ed entrai nell’officina di un fabbroferraio. Per sei mesi feci le mie otto ore di lavoro quotidiano: aiutavo a ferrare i cavalli o gli asini, a costruire reti da letto. Feci, insomma, il sacrificio di Abramo. E quei sei mesi furono una scuola straordinaria. Il fabbroferraio si chiamava Manfredi, era un anarchico per- seguitato dal fascismo. Nel gabinetto dell’officina campeggiava una scritta: “Saranno grandi i papi | saran potenti i re | ma quando qui si seggon | son tutti come me”. E bestemmiava con grande fantasia. Mia madre mi aveva premunito contro questo scandalo, ma alla lontana, per merito di Manfredi, sono riuscito a distinguere la bestemmia proletaria, che è un fenomeno religioso, dalla bestemmia borghese, che è ributtante cinismo. Quando gli comunicai che il giorno dopo sarei partito per il collegio degli Scolopi, mi mise le mani sulle spalle e mi disse: “Non ti lasciare imbrogliare dai preti!”. Trent’anni dopo, quando i giornali parlarono di me condannato in tribunale per aver difeso il primo obiettore di coscienza, incontrai per caso Manfredi, che non avevo più rivisto. Mi batté la spalla come se ci fossimo lasciati il giorno prima: “Ernesto – mi disse – non ci sono riusciti”. La sua fierezza mi toccò nel profondo come una benedizione».
Pochi anni dopo, quando Balducci era già in seminario per essere formato alla nuova dimensione religiosa, avvenne un fatto che segnò per sempre la sua vita.
Nel 1944 un gruppo di 77 minatori, tra i quali alcuni suoi compagni di scuola, furono massacrati dai nazisti presso la miniera di Niccioleta (Massa Marittima). Balducci fu chiamato a officiare la messa funebre. Nel ricordare, tanti anni dopo, quel momento drammatico egli assunse su di sé come un senso di colpa, come un sentimento di tra- dimento verso i compagni uccisi che diventava un tradimento globale se riferito all’atteggiamento con cui si giustificavano le guerre contemporanee: «Quando le bare fu- rono portate al nostro paese io non ero uno spettatore, ero un traditore. Me ne ero andato per una strada dove uno passa per rivoluzionario solo perché scrive un articolo coraggioso, che potrebbe perfino impedirgli la carriera. Ma mentre Eraldo, Mauro, Luigi e gli altri hanno pa- gato con la vita la fedeltà al vero, io, noi sopravvissuti, che andiamo facendo? Celebriamo la Resistenza e nel frattempo lasciamo che i “nazisti dell’anno duemila” vadano disseminando su tutto il pianeta gli ordigni della morte? Questo sì che è un tradimento».
Nel 1963 Balducci iniziò a recuperare il rapporto con le popolazioni dell’Amiata che si era interrotto con la sua attività di insegnante nei licei fiorentini e con i suoi im- pegni religiosi in città. In quell’anno, infatti, avvenne la prima grande svolta della sua vita con l’esilio romano e la polemica col Sant’Uffizio per via della sua attività di collaborazione con l’allora sindaco di Firenze, Giorgio La Pira. Scoppiò il caso di un giovane cattolico, Giuseppe Gozzini, che scelse di sfidare le istituzioni proclamandosi obiet- tore di coscienza. Balducci intervenne pubblicamente in sua difesa con un articolo pubblicato sul Giornale del mattino con il titolo La Chiesa e la Patria. L’articolo provocò un terremoto politico.
Balducci fu accusato di apologia di reato e dovette sostenere un processo. Subì una condanna definitiva a otto mesi di reclusione con la condizionale. Fu emarginato anche dalla Chiesa. Solo pochissimi teologi del Concilio lo difesero. Perfino Yves Congar, uno dei grandi protagonisti del rinnovamento ecclesiale, interpellato sulla vicenda da un giornalista, rispose: «È un problema che non mi sono mai posto».
Quel dibattito alimentò le polemiche. Qualche anno più tardi ci fu il processo a carico di don Lorenzo Milani il qua-le, insieme ai suoi ragazzi di Barbiana, aveva criticato un articolo dei cappellani militari della Toscana in cui si definiva l’obiezione di coscienza una vigliaccata. Don Lorenzo ribaltò le accuse e con i suoi ragazzi formulò una difesa dell’obiezione di coscienza sia in chiave laica (in ragione del diritto all’espressione della nonviolenza), sia in chiave cristiana (questa è la strada tracciata dal Vangelo).

(…)

Nel suo testamento spirituale, La terra del tramonto, Balducci cercò di riassumere per intero le coordinate del suo pensiero. L’uomo nuovo, l’uomo «inedito» si impone sul- l’uomo «edito», l’uomo della cultura corrente. È la dialettica che, sulla linea del filosofo marxista revisionista Ernst Bloch, segna un punto cruciale nell’umanesimo balducciano. Uomini inediti sono stati per lui san Francesco d’Assisi e Gandhi, due figure su cui si trattiene per scriverne le biografie. Gandhi era per Balducci, l’uomo delle molte culture, l’uomo che ha trovato il Dio dei teologi nella non- violenza attiva e dinamica. San Francesco, invece, rap- presentava la verità di un cristianesimo sottratto alle du- rezze della legge, un cristianesimo libero, leggero, dan- zante: «In quella singolare fase della storia italiana che fu il Duecento – scrisse – il puer Francesco d’Assisi dovette confrontarsi con il senex Innocenzo III e, più in generale, con l’Ordo della società teocratica. Un pericoloso popolo di fanciulli emerse d’improvviso in Europa, ma l’Ordo provvide a riassorbire in sé la minacciosa primavera. La necessità è dalla parte del senex, al puer resta il compito di spezzare, almeno per un attimo, la catena della ne- cessità».
Balducci fu e rimane, nella memoria di chi l’ha conosciuto, un uomo inedito, non esplicitato, un uomo che a settant’anni sapeva ancora emozionarsi davanti a diecimila pacifisti all’Arena di Verona. L’ultima immagine che ho di lui è l’abbraccio con David Maria Turoldo, visibil- mente ammalato. In mezzo a quella folla colorata Balducci gli mormorò: «Sono gli angeli che ti annunciano il paradiso». Pochi mesi dopo, Turoldo morì e Balducci celebrò il suo funerale. Ma passarono poche settimane e la forza di Balducci non poté nulla di fronte all’incidente auto- mobilistico che gli accadde nei pressi di Cesena. In uno dei suoi ultimi interventi radiofonici aveva par- lato d’amore «… perché siamo chiamati da una pressante necessità della stessa sopravvivenza del genere umano a sperimentare una forma di amore che arrivi fino ad assumersi il destino degli altri. Mentre parlo, ho dinanzi agli occhi innumerevoli presenze di uomini che vivono così. Ma chi ne parla? Le nostre cronache parlano di bizzarrie altolocate. Ma di questi uomini chi ne parla? È giusto che sia così? Ma in questo Vangelo segreto che continua ad essere scritto, è nascosto il mistero dell’uomo e, insieme, è nascosto il mistero di Dio».

 

Francesco Comina