ANNO A, 5 aprile 2020, DOMENICA DELLE PALME; Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14 – 27,66

Più che seguire i vari episodi della passione mi sembra opportuno interrogarsi sul senso della croce. Abbiamo sempre pensato che il peccato originale e i nostri peccati meritassero una giusta punizione da parte di Dio. In questo contesto la morte in croce di Cristo avrebbe pagato il nostro riscatto dall’eterna dannazione. La croce sarebbe il sacrificio espiatorio che salva tutta l’umanità, massa damnatorum. Questa interpretazione della croce è inaccettabile per più motivi:

1) La concezione del sacrificio espiatorio presente nella tarda tradizione ebraica non è autoctona, ma deriva dalla civiltà dei popoli cananei. Nell’epoca dei patriarchi non c’è traccia del sacrificio espiatorio, l’agnello pasquale unisce la famiglia e prelude l’evento della liberazione. Anche il significato del peccato originale va ripensato: la paleoantropologia ha scoperto che l’evoluzione dell’uomo ha iniziato tre milioni e mezzo di anni fa in condizioni in cui era impossibile il peccato, inoltre l’interpretazione del testo biblico sulla vicenda di Adamo oggi è completamente diversa e non dice nulla delle origini dell’umanità.

2) In secondo luogo Gesù ci rivela non un Dio adirato e minaccioso, ma pieno di misericordia e di amore. La più bella descrizione è quella rappresentata dal padre nella parabola del figlio prodigo. Lascia che il figlio se ne vada da casa e sperperi tutto il suo patrimonio in avventure degradanti, non medita vendetta, non pensa a un riscatto da fargli pagare, attende solo che ritorni, anche se nulla lo faccia pensare: l’amore intuisce ciò che nessuno può sospettare. Quando lo vede spuntare sulla strada del ritorno, rompe ogni indugio e gli va incontro, lo abbraccia, gli ridona la veste, i calzari, l’anello e festosamente lo fa entrare in casa reintegrandolo nella dignità di figlio. Dio non vuole nessun sacrificio espiatorio, basta che veda il figlio sulla strada del ritorno che subito apre le braccia della misericordia.

3) Contro la prospettiva del sacrificio espiatorio insorge anche la ragione umana: è mai pensabile un Dio adirato, che per placare la propria ira esige sangue versato con quella crudeltà? Se ci fosse, sarebbe peggio di noi! Quest’immagine l’abbiamo costruita noi elevando all’ennesima potenza la nostra barbarie, che nella vendetta spesso non conosce limite alla crudeltà. Ma allora perché lo scialo di violenza della croce? La violenza non la può volere Dio, la violenza ce la mettiamo noi e la storia umana è invasa da un torrente di violenza e di ingiustizia. Penso ai miliardi di uomini che per secoli hanno vissuto con la catena ai piedi e la frusta alle spalle: spesso sono morti per i colpi della frusta o del bastone, mentre la legge giustificava questa ferocia. Penso ai miliardi di giovani morti nelle infinite guerre con la spada infilata nel petto, senza capire il perché. Penso alle vittime delle torture dove la contorta fantasia del carnefice ha oltrepassato i confini della bestialità. La croce è la condivisione di Dio alla nostra pena. Quando il dolore ci schiaccia gridiamo: perché? Nessuna risposta né dal cielo stellato, né dall’uragano. In silenzio Dio si fa uno di noi, condivide la nostra pena, sulla croce, con la carne a brandelli, come tanti prima e dopo di lui, come gli ultimi di sempre porta il peso della violenza e dell’ingiustizia. Cristo si spende nella nostra storia, con il più crudo realismo. Sa di che sangue e di che lacrime è intriso il nostro faticoso sentiero, ma non arretra, sa persino che ci dimentichiamo di lui quando il cammino si fa leggero e piacevole, ma non ci abbandona. La sua presenza da senso al soffrire e al vivere, riscatta dalla disperazione il dolore umano e allo stesso tempo indica un grande impegno: lottare per liberare gli uomini dalla sofferenza.

 

 

Vittorio Mencucci prete della diocesi di Senigallia, parroco di S. Giovanni Battista di Scapezzano (An), teologo di fhttps://www.adista.it/edizione/4803rontiera. Il suo ultimo libro, di cui è coautore con  Luigi Gianantoni, è Ripensare la fede nella fedeltà a Cristo e al proprio tempo (Il pozzo di Giacobbe ed., in vendita presso Adista)