Testo tratto dall’intervista al teologo di Nimega, Edward Schillebeeckx a cura di Francesco Strazzari:

 

I domenicani, alcuni anni fa, lasciarono l’Albertinum, storico e celebre centro di cultura, per trasferirsi alle porte di Nimega, a Berg en Dal, nel mezzo di un bosco suggestivo. Sono una piccola comunità di gente anziana. A malincuore il teologo Schillebeeckx dovette dire addio alla sua cella che occupava dal 1958, quando, lasciata l’Università di Lovanio, venne chiamato a dare corsi di teologia, che lo resero famoso. È qui che incontro nuovamente p. Schillebeeckx (cf. Regno-att. 12,1997,344). La sua vita non è stata facile. Anche se un tempo ha detto di essere stato un “teologo felice”. Il tempo lo pone oggi di fronte alla sfida della precarietà... 

 

– Padre Schillebeeckx, che tipo di fede l’ha sostenuta? Che tipo di fede ha ricevuto?

 

“Ho avuto la fede tipica dell’ambiente fiammingo di quel tempo: una fede molto solida, devozionale, ma non clericale.Ricordo che mio padre ebbe una volta una discussione molto accesa con il parroco, essendo presidente della Conferenza di san Vincenzo de Paoli. Vivevamo a Kortenberg, un piccolo comune tra Bruxelles e Lovanio, ricco; nel comune vicino la gente era molto povera ed era tutta socialista. In quel tempo socialista voleva dire antireligioso. Il cattolicesimo allora era molto attivo. Fiorivano in gran numero le vocazioni missionarie; gruppi e associazioni tenevano vivo il Belgio degli anni venti e trenta. Come presidente della san Vincenzo, mio padre dava più denaro ai poveri non cattolici che agli altri e questo non andava giù al nostro parroco. Dopo accese discussioni, diede le dimissioni. Era un cattolico tutto d’un pezzo. Ogni giorno andava alla messa, ma nei nostri confronti aveva un atteggiamento di grande libertà e rispetto. Non ci costringeva ad andarci, ma ci andavamo con lui ed era per noi una grande gioia.

 

Eravamo affascinati dalla sua pietà, dal suo modo di pregare. Era una fede aperta, sincera e gioiosa. Si pregava prima e dopo i pasti. Mi ricordo un episodio. Prima di sederci a tavola – io ero appena stato ordinato prete – mio padre, come il solito, invitò i quattordici figli alla preghiera. Tutti in piedi e lui al centro, come un patriarca. La mamma gli fece notare che avrebbe potuto lasciare a me la preghiera. Le rispose: “In casa sono io il gran sacerdote”. Quando ricordo questo episodio, mi commuovo ancora.

 

La mia fede non aveva problemi, non era una fede critica. Quando decisi di entrare tra i domenicani a diciannove anni, incominciai a riflettere sulla fede ogni giorno e sulla spiritualità dell’ordine. E ponevo alla mia fede continue domande, diventavo sempre più critico. Soprattutto durante i tre anni di filosofia dopo il noviziato. Avevamo alcuni professori di filosofia molto aperti, pur nell’ambito e nella tradizione della filosofia tomista tipica dell’ordine domenicano. Era il tempo della fenomenologia e dell’esistenzialismo, e per me che iniziavo a studiare teologia era impossibile non confrontare la mia fede e la mia riflessione con queste correnti filosofiche.

 

Ero allora a Gand. Durante l’anno di servizio militare vivevo con altri candidati al sacerdozio, e c’erano anche protestanti ed ebrei. Eravamo dislocati in una caserma a parte. Ebbi i primi contatti con protestanti ed ebrei, con i quali confrontavo le mie idee cattoliche. Poi iniziai i quattro anni di teologia, il cui insegnamento in quel tempo, a Lovanio, non era gran che. Tutto si limitava alla lettura degli articoli di san Tommaso, senza una prospettiva storica; il contrario della teologia che s’insegnava a Le Saulchoir, nei pressi di Parigi. A Lovanio pensavo di non dedicarmi alla teologia, ma alla filosofia, dove avrei avuto più libertà di ricerca.

 

Alla fine della seconda guerra mondiale in Belgio non si poteva andare all’Università. Divenni allora professore nella nostra facoltà di teologia per due anni e dopo ebbi il permesso di andare a Le Saulchoir, dove insegnava il p. Dominique Chenu, che aveva un approccio del tutto differente a san Tommaso. C’era anche Congar, che non m’impressionò molto, tanto che lasciai i suoi corsi. Continuai invece a frequentare i corsi a Parigi (Aux Etudes), dove Chenu continuava a insegnare, dopo la sua condanna. Potei frequentare anche alcuni corsi alla Sorbona, ma non per molto tempo perché me lo si vietò. Ero stato affascinato dall’apertura culturale della Parigi di quel tempo, dove Lavelle, Le Senne e altri esercitavano una grande influenza su di noi studenti.

 

Rientrato in Belgio, mi fu affidato l’incarico di padre spirituale e tenni dei corsi sulla spiritualità. Fui maestro dei novizi per dodici anni, fino alla mia nomina di professore all’Università di Nimega.Il fatto di essere nel contempo maestro spirituale e professore di teologia contribuì a cambiare la struttura della mia fede. Ero convinto della scientificità della teologia, ma anche della sua funzione pastorale. Ritenevo fondamentale che la mia fede fosse integrata nella grande fede della Chiesa, nel solco della grande Tradizione (fides Ecclesiae).

 

Era per me necessario e indispensabile studiare la Bibbia e la Tradizione. Tutti i miei corsi partivano dalla Bibbia, passavano in rassegna i testi dei padri, affrontavano i teologi del Medioevo, soprattutto san Tommaso, e quindi la modernità nei suoi vari momenti, ponendo l’accento sull’esperienza umana.

 

Sono rimasto tomista, ma contrario allo “scolasticismo” del tomismo. Iniziai ad avere rapporti con teologi protestanti, soprattutto al tempo del concilio e andavo sempre più convincendomi che fondamento della mia fede è la fede della Chiesa nel solco della grande Tradizione. Non ho mai visto una frattura tra la mia fede personale e la teologia. Ho fatto non so quante conferenze su questo tema per tutto il Belgio. Andavo ripetendo che non è tanto importante la mia fede personale, ma che la mia fede poggi sulla fede della Chiesa e della Tradizione. Questo non m’impedisce di essere critico nei confronti e della Chiesa e della Tradizione alla ricerca di nuove strade per interpretare e presentare i dogmi.

 

Qui s’innesta tutto il mio lavoro ermeneutico, che ha aperto orizzonti nuovi e ha certamente coinvolto la mia fede. Non dovevo più ripetere semplicemente la formulazione dei dogmi, ma inserirli nei loro contesti. Come, ad esempio, i concili di Nicea, di Calcedonia e altri. Occorre tenere ben presenti i contesti dei concili per capire la formulazione dei dogmi. Per esempio: l’espressione “Figlio di Dio” nel contesto giudaico è del tutto diversa che in altri contesti.

 

Ed è qui che ho incontrato le maggiori difficoltà con Roma, che non comprendeva il mio metodo ermeneutico, il quale mirava a contestualizzare personaggi, insegnamenti e formulazioni di verità. Non vanno assolutizzati né l’ellenismo dei primi concili né la scolastica. Le verità fondamentali restano tali, ma vanno espresse in modo diverso. Il nucleo centrale della nostra fede resta immutabile, ma è la formulazione che va storicizzata. Che cosa significano nel nostro tempo postmoderno certe verità? Come possono essere espresse? L’idea di natura, l’idea di persona, la grazia, la predestinazione… Si dà una natura umana senza essere persona umana? Quando Gesù è diventato vero uomo, è diventato una persona umana. Roma mi diceva: “Ma quello che lei sostiene è contro il concilio di Calcedonia”. Non credo. Il “vero Dio” è la Trinità e Gesù non è la Trinità. Il metodo ermeneutico mira a rendere “attuali” i dogmi e a far fronte alla crisi di fede che investe il mondo cristiano oggi”.