Paolo Dall’Oglio, gesuita, fondatore di una comunità monastica nel deserto siriano, è scomparso il 29 luglio 2013 mentre si prodigava a praticare l’arte del dialogo costruttivo tra le fazioni impegnate nella rivolta contro il regime degli Assad, compresi i combattenti islamisti radicali. La versione accreditata è che sia stato sequestrato dall’Isis, forse ucciso o forse trattenuto come merce di scambio. Quel che è certo è che dal 2011 si combatte in Siria una guerra spietata in cui si misurano le potenze mondiali e, lo sappiamo, la verità fugge dai campi di battaglia. D’altra parte Dall’Oglio aveva quanto meno intuito la posta in gioco e si era pubblicamente schierato a favore della rivoluzione siriana. Difficile dire pertanto chi fosse maggiormente interessato a farlo tacere. La vicenda, narrata da Domenico Quirico, dell’uccisione del giovane cooperante Giovanni Lo Porto, sequestrato dai talebani e sacrificato dagli americani per interessi superiori, è la parabola perfetta della rilegittimazione dei diritti della forza al di sopra di ogni considerazione di umanità. Ma comunque siano andate le cose e senza che venga meno la speranza che Paolo Dall’Oglio ci sia restituito, è importante, credo, che la sua testimonianza umana e religiosa seguiti a istruirci e a interpellarci.

Ho il ricordo di un pomeriggio romano di molti anni fa passato con Paolo Dall’Oglio in casa della sorella Francesca. Raccontò con entusiasmo dell’impresa di Mar Musa ancora agli inizi e ci bisticciammo un poco intorno al presunto battesimo di Simone Weil (ora so quanta Simone Weil c’è nell’esperienza spirituale di Paolo). Me ne era rimasta l’impressione di una personalità limpida, radicata nelle cose, generosa. Di recente ho scoperto piccole ma non casuali coincidenze tra le nostre vite: ero in Palestina con mia moglie e il nostro bambino nel 1977 quando Paolo ventitreenne arrivò a Beirut per studiare arabo; abitavamo a Al Azariyeh, l’antica Betania, sulla strada nel deserto che da Gerusalemme scende a Gerico; frequentavamo la comunità monastica di Dossetti, studiavamo ebraico e arabo. Presi dal fascino di luoghi tanto significativi quanto remoti dalle convulsioni del nostro mondo, avremmo voluto restare in Medio Oriente, spingendoci più a est; ma non eravamo pronti per la scelta che invece iniziava a maturare in Paolo e lo avrebbe presto condotto a scoprire il convento diroccato nel deserto di Siria e a insediarvi una comunità monastica posta “al servizio dell’armonia islamo-cristiana”. In Siria sono andato molti anni dopo al seguito di mia figlia che studiava arabo a Damasco; era l’estate del 2010, pochi mesi prima dell’inizio della catastrofe.

Quella terra, sulla quale il cristianesimo germogliato in Palestina ha avuto la sua prima fioritura e dall’Islam ha ricevuto doni ulteriori, ha innamorato Paolo: “Per L’Islam Damasco è il luogo sacro del sufismo: città dei fiori, paradiso terrestre e luogo benedetto. (…) Se Damasco sembra attirare gli animi di una certa levatura, quella città rappresenta ai miei occhi lo spazio dell’unione primordiale con Dio, l’alleanza che si potrebbe definire naturale tra il Creatore e la sua creatura, matrice che ogni persona mistica desidera ritrovare perché porta il segno dell’istante in cui è uscita dalla mano di Dio, in cui la persona umana si trova più intimamente legata all’intenzione creatrice di Dio” (L’uomo del dialogo, p. 85). Un luogo di luce, deturpato da un’orrenda guerra intestina in cui si misurano a tutt’oggi le potenze mondiali, in quella che Papa Francesco chiama la “guerra mondiale a pezzi”, con epicentro in Siria. Contrasto amaro, che ben si riflette nel titolo del suo ultimo libro, Collera e luce, che può sembrare poco confacente allo spirito di un monaco, ma rende tanto più esplicito l’atto di accusa.

L’Islam è stato per lui una seconda vocazione dopo quella religiosa, in definitiva la sua “vera vocazione”, perché ha definito il significato specifico del suo essere cristiano e insieme il campo della sua azione

Basta questo, credo, per cominciare a capire perché padre Dall’Oglio abbia voluto giocare un ruolo propositivo nella rivoluzione siriana, proponendosi come mediatore tra le fazioni in lotta contro il regime, così come per trent’anni si era speso quotidianamente per il dialogo islamo-cristiano. L’Islam è stato per lui una seconda vocazione dopo quella religiosa, in definitiva la sua “vera vocazione”, perché ha definito il significato specifico del suo essere cristiano e insieme il campo della sua azione: “Il dramma della mia vita è aver visto apparire nel mio orizzonte spirituale la parola Islam durante una meditazione nel 1976. (…) Stavo allora facendo i miei esercizi spirituali, sulle colline intorno a Roma, ed era evidente che l’Islam sarebbe diventato un soggetto politico e una priorità da prendere seriamente in considerazione” (Collera e luce, pp. 99 e 109). Dunque, slancio mistico e impegno politico per lui, come per ogni autentico spirituale, si sono presentati come facce inseparabili di una stessa vocazione. Di qui il sentimento drammatico di uomo e di cristiano che ha accompagnato il suo impegno militante nel pieno nel conflitto, ma anche la lucidità con cui nei suoi scritti ha analizzato lo stato delle cose.

Proverò, dunque, a dire qualcosa riguardo alla sua comprensione del conflitto siriano e delle implicazioni geopolitiche che sta comportando. Ciò che ne ha scritto è tanto rilevante quanto sconcertante per le nostre teste confuse ad arte, tanto più perché accompagnate da prese di posizione morali in buona parte indigeribili per i nostri stomaci di europei dimentichi di quel che abbiamo vissuto nella prima metà del Novecento. Ma innanzitutto dobbiamo avere presente chi ci parla: la sua figura umana, la sua realtà spirituale; e da dove ci parla: il luogo fisico (il medio-oriente, la terra di Siria) e la specificità della realtà socio-politica: l’Islam politico prima e dopo l’emersione dell’islamismo radicale. Non per nulla, credo, padre Dall’Oglio si è molto raccontato, e lo ha fatto con l’impronta propria del cristiano, senza vanità, perché sa (ce lo ha insegnato l’Agostino delle Confessioni), che la vita di un credente è scritta dalla mano di Dio.

L’immagine di fondo che ne ho ricavata è quella di una personalità dai contorni netti, senza abbellimenti retorici, senza complicazioni intellettuali, che va dritta all’essenziale, su una strada che gli è tracciata, ma lungo la quale sta a lui e solo a lui misurarsi con i fatti e decidere il da farsi in rapporto intimo con una vocazione che gli imponeva una duplice appartenenza, islamica e cristiana, vissuta nello Spirito di Gesù, che rompe con l’impulso a porre la propria religione sopra alle altre. È questa, mi sembra, la chiave di volta della sua visione religiosa e della sua ragion d’essere come uomo di fede. In ciò che Paolo racconta di sé come in quel che scrive sotto la spinta degli eventi, si avverte la difficile relazione, la tensione a volte dolorosa tra questi due piani, quello immanente, storico, e quello trascendente. È così che scopre a diciannove anni la propria vocazione religiosa, è così che vede apparire nel suo orizzonte spirituale la parola Islam, “una parola nuova, incandescente, di una chiarezza infinita”, e si rende disponibile “a soffrire fisicamente, e anche a morire, se fosse servito per la salvezza dei miei fratelli” (L’uomo del dialogo, p. 60); è così che nel 1992 ha fatto la scelta scandalosa di Mar Musa, anche a costo di dover lasciare l’Ordine (in cui sarà peraltro reintegrato cinque anni dopo), ma altresì pronto a lasciare Mar Musa se la comunità monastica non fosse stata più pienamente al servizio dell’armonia islamo-cristiana.

Per lui sono state certamente illuminanti le lezioni di Louis Massignon, di Simone Weil, di Gandhi.

Una vocazione mistica, dunque, che non poteva non entrare in conflitto con la religiosità ecclesiastica predominante, chiusa nell’affermazione della propria identità e superiorità religiosa, destinata a manifestarsi non appena è in questione il rapporto con “l’altro”. L’altro da conquistare, da combattere o, nel migliore dei casi, con cui stabilire un dialogo interreligioso, mantenendo dunque una distanza: ci si confronta, si cercano punti di contatto, ci si rispetta, ma restando ciascuno a sé stante. Paolo si muove piuttosto nel senso del comprendere, cerca un’armonia, a cominciare dall’“armonia tra i figli di Abramo” (Paolo Dall’Oglio, p. 129). Non so se conoscesse qualcosa degli scritti di Michael de Certeau, altra straordinaria figura di gesuita, mistico e critico del cristianesimo contemporaneo sul versante del confronto con la secolarizzazione, a cui è prossimo proprio per quanto concerne la riflessione sull’alterità.

Per lui sono state certamente illuminanti le lezioni di Louis Massignon, di Simone Weil, di Gandhi. Ecco in proposito un passo illuminante: “Come i monaci, i religiosi, i mistici, Gandhi fa parte dell’élite spirituale che assume una funzione per l’umanità intera. Secondo Louis Massignon, quando l’élite spirituale si mette al servizio delle masse, le eleva verso la maturità, come un lievito. In effetti, Gandhi ha permesso alle masse dell’India di prendere coscienza della loro vocazione a realizzare la Verità. (…) Simone Weil pensa che l’intellettuale, con le sue parole, ma prima ancora con la sua testimonianza, sia la leva delle masse in movimento”. E conclude: “La cristianità d’Oriente, l’Islam arabo, l’Occidente, l’India, la Cina, i gruppi organizzati: queste masse in movimento nella storia possono essere orientate dalla visione, dalla profezia di una minuscola parte d’intellettuali. Un piccolo gesto, se opportuno e giusto, cambia il mondo. (…) La parte visibile del nostro universo è così piccola in confronto alle grandi falde spirituali che ci sono sotto!” (L’uomo del dialogo, pp. 123 sg.). Come non ricordare “l’infinitamente piccolo” di Simone Weil: “…nelle cose umane i granelli impercettibili di bene puro operano in maniera decisiva grazie alla loro sola presenza, se sono collocati là dove è necessario”.

Da Massignon ha ricavato in particolare l’idea guida nel dialogo con i fratelli musulmani: “Comprendere qualcosa di diverso non significa annettersi questa cosa, ma trasferirsi attraverso un decentramento al centro stesso dell’altro” (L’uomo del dialogo, p. 114), e dunque fare incontrare in se stessi mondi diversi. Niente spirito di superiorità; non la ricerca più o meno esplicita di convertire; tanto meno l’Islam, una religione che, come sosteneva Massignon, conosce già l’attività dello Spirito, espressa non solo dalla bellezza della liturgia, ma innanzitutto dai corpi degli oranti uniti nei movimenti. Padre Dall’Oglio ha compreso qualcosa a cui noi occidentali per lo più ci rifiutiamo: che “l’Islam ci oppone una personalità enorme, una coscienza superiore, legata all’identità, alla civiltà, che nemmeno la colonizzazione è riuscita a indebolire”. E lo stesso vale per l’India e la Cina: grandi civiltà religiose che si sentono superiori alla civiltà cristiana, che al contrario le pensa come inferiori, arretrate. Complessi di superiorità a confronto, che rendono arduo l’incontro, ma non impossibile a condizione che vi sia attenzione e rispetto reciproco (L’uomo del dialogo, p. 112).

Entro questa conflittualità latente si è iscritto il cosiddetto “scontro di civiltà”, che da trent’anni investe il mondo arabo-musulmano e insanguina il Medio Oriente. Dopo il crollo dell’impero sovietico e dopo il crollo delle Torri gemelle, ma che era latente da tempo come effetto del colonialismo europeo, che è stato prima di occupazione territoriale e sfruttamento, poi di dominio economico e culturale, infine di imposizione del modello politico liberale, invece di favorire la maturazione di un modello politico proprio. Ecco un punto cruciale per comprendere la posizione di Dall’Oglio nei riguardi dell’islamismo politico, compreso l’islamismo radicale, liquidato di norma sotto l’etichetta “terrorismo”; etichetta buona per esentarsi dal compito di capire le esigenze di una cultura religiosa refrattaria al nostro modello socio-economico: “Gli islamisti hanno sviluppato un sommo disprezzo nei confronti di una società che a loro appare ripugnante nella sua dissolutezza generalizzata” (Collera e luce, p. 110).

Il fatto è che la realtà del mondo islamico impone di ripensare la concezione dello Stato. Non l’unità nazionale imposta dall’alto, ma un’unità che parta dal basso, che componga una pluralità di appartenenze in un quadro di comprensione umana, che si struttura non come istituzione ma come popolo: “un Paese plurale e armonioso, dove regni la religiosità, cioè dove le persone si amano perché esseri umani, creature di Dio, e quindi con diritti e dignità e il meritato rispetto”. È questa la democrazia sognata da Dall’Oglio per la Siria, una “democrazia colorata di Islam come in Europa la democrazia è colorata di radici cristiane”; pensa a una cittadinanza comune entro il cui quadro anche le minoranze cristiane sarebbero coprotagoniste. Ancora nell’ultima intervista poco prima del sequestro non desiste dall’invitare a immaginare la costruzione di un Paese inclusivo, “dove regna la convivenza, la comprensione, la solidarietà, e la diversità, accordandoci per una costituzione adatta a una Siria plurale” (cit. in Paolo Dall’Oglio, p. 56). Ma appunto questo sarebbe possibile solo in presenza di un autentico spirito religioso, quello da cui noi occidentali abbiamo creduto di doverci liberare per costruire lo stato laico e da cui invece l’Islam non vuole separarsi. Punto cruciale, perché è il punto in cui questione religiosa e questione politica si toccano e s’intrecciano fino a stringersi in un nodo nel quale l’Occidente è sempre più imbrigliato fino a perdere ogni capacità di discernimento, a illudersi di poter risolvere con la forza i contenziosi geopolitici. Tale è stata la reazione cieca in Afghanistan e Iraq all’attacco del 2001, e tale è stata l’opzione di trasformare la Siria nello “sventurato campo neutro in cui si combatte la terza guerra mondiale a fasi” fondata sull’ideologia dello scontro di civiltà (Siria, p. 23), invece di sostenere con lungimiranza la rivoluzione siriana contro un regime dispotico, come aveva auspicato padre Dall’Oglio.

Il rovesciarsi sull’Europa dei milioni in fuga da guerra, violenza, miseria è l’effetto di tale politica, di cui Dall’Oglio ha colto in anticipo l’immagine terribile: “Ma non li senti i rumori di questi milioni di profughi che si preparano ad arrivare in Europa? Non senti i colpi dei remi, il respiro ansimante dei fuggiaschi, i motori lenti dei barconi? Sono milioni, capisci? È il nuovo esodo dalle terre del Faraone, ma non ha Terre Promesse. Credi che l’Europa sia pronta ad accoglierli? Credi che l’idea stessa di Europa possa sopravvivere accanto al più grande terreno di pulizia etnico-confessionale della storia recente? È evidente che questo porterà la xenofobia, l’isteria. Il negazionismo di ieri, mai morto, si unirà al negazionismo di oggi, per impedirci di vedere. Ma in questo mondo globale c’è un proverbio arabo che è diventato un proverbio universale, e ci dice che una mano da sola non applaude. È proprio così. Se lasceremo senza solidarietà cittadina i nostri vicini, finiremo inghiottiti dal loro destino. E sarà, quello sì, un applauso terrificante” (cit. in Paolo Dall’Oglio, p. 52).

Dall’Oglio ha scritto acutamente di “un profondo antisemitismo che si espande in islamofobia”

“Negazionismo”. Mi aggancio a questa parola per una considerazione conclusiva restando prossimo, spero, al sentire di Paolo Dall’Oglio. Ottant’anni fa c’è stato, sì, un vero, ineludibile scontro di civiltà; per la prima volta guerra e genocidio assunsero la forma della negazione dell’universalità dell’umano. Ci siamo a lungo illusi di essere emersi per sempre da quell’orrore, invece negli ultimi trent’anni abbiamo progressivamente smantellato le barriere che avrebbero dovuto impedire il riemergere di quella negazione: abbiamo rilegittimato la guerra, ci siamo riconfermati nello spirito di superiorità dell’Occidente liberale, secolarizzato, democratico, indirizzandolo da ultimo contro il mondo arabo-musulmano. Invece di riconoscerlo come l’altro con cui confrontarsi, a cui dare ma anche da cui ricevere, e senza dimenticare le nostre responsabilità storiche, abbiamo voluto costruire delle barriere protettive, abbiamo alzato muri ideologici e fisici, che ai giorni nostri sono diventati una barriera di filo spinato, cemento, acqua e denaro dai Balcani fino allo Stretto di Gibilterra. Senza renderci conto che si tratta in realtà di un abbraccio mortale, perché come dice Dall’Oglio l’idea di Europa non potrà sopravvivere a quest’altra pulizia etnico-confessionale. Basta guardare agli esiti del laboratorio palestinese, in cui Israele rappresenta di fatto l’avamposto dell’Occidente contro il mondo arabo e ne paga il prezzo in termini di svuotamento della propria identità morale e spirituale. Dall’Oglio ha scritto acutamente di “un profondo antisemitismo che si espande in islamofobia” (cit. in Paolo Dall’Oglio, p. 84). Ed ecco che il fronte si è spostato più a est trasformando la Siria nello spazio di contrasto più strategico tra la potenza continentale asiatico-russa e la Nato. E già stanno maturando le condizioni per arrivare allo scontro con l’Iran sciita, immaginato come soluzione finale contro la resistenza islamica a uniformarsi all’Occidente secolarizzato.

Paolo Dall’Oglio ha voluto aprirci gli occhi su questo scenario che rischia di riprecipitarci nell’abisso da cui eravamo risaliti con immense perdite. Lo ha fatto con un movimento complesso che risale verso le origini bibliche della divisione tra i due figli di Abramo, luogo centrale per interpretare il presente alla luce di conflitti che hanno radici religiose. A sostenerlo in questo arduo movimento controcorrente, in cui ha messo come posta la propria vita, è stato, credo, il filo millenario della fedeltà cristiana alla terra di Siria nel volgere dei tempi e dei poteri. Filo che rischia ora di spezzarsi, causando una perdita spirituale grave per ambedue le parti. Padre Dall’Oglio, come i monaci siro-orientali dell’antichità, pensa in termini di escatologia; parola chiave posta a discrimine tra il dominio della forza e la forza della speranza, che è per lui inseparabile dal comprendere e dall’agire nello Spirito: “Si tratta di trascinare il significato del tempo verso una finalità che si realizza nella nostra libertà d’interpretazione e soprattutto d’azione. (…) Per questo abbiamo bisogno di un nuovo profetismo, un profetismo in dialogo, interreligioso, in una esperienza sempre nuova dell’azione dello spirito di Dio, nello spazio sacro del nostro incontro, della nostra reciproca ospitalità” (Innamorato dell’Islam, p. 64).

Testi citati

Paolo Dall’Oglio, a colloquio con Guyonne de Montjou, L’uomo del dialogo, Paoline 2014.

Paolo Dall’Oglio, con la collaborazione di Églantine Gabaix-Hialé, Innamorato dell’Islam credente in Gesù, Jaca Book 2011.

Paolo Dall’Oglio, con la collaborazione di Églantine Gabaix-Hialé, Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana, Emi 2013.

Paolo Dall’Oglio. La profezia messa a tacere, a cura di Riccardo Cristiano, Edizioni San Paolo 2017.

Riccardo Cristiano, Siria. La fine dei diritti umani, Castelvecchi 2018.

Domenico Quirico, Morte di un ragazzo italiano. In memoria di Giovanni Lo Porto, Neri Pozza 2019.

 

 

Giancarlo Gaeta, Gli Asini, 24 Febbraio 2020