Ecco, ma non credi che la nonviolenza sia già di per se stessa un valore? Cioè non credi che sia un po’ riduttivo e anche abbastanza controproducente nei confronti della non violenza stessa il descriverla come strategia necessariamente vincente?

Sono d’accordo. La nonviolenza non è soltanto un mutamento di strategia dell’uomo di sempre, è anche l’abbandono dell’idea di sconfitta come idea di perdita.

Fa parte della cultura di guerra l’idea che l’uomo si realizza soltanto quando riesce a trionfare.

L’uomo si realizza anche quando è sconfitto.

La sconfitta come momento solo apparentemente negativo appartiene alla cultura della pace. Anche come memoria collettiva abbiamo rimosso tutti quei momenti della storia in cui invece è emersa l’altra faccia dell’uomo, l’uomo non violento.

Siccome la memoria dà sostanza all’uomo esistente, questa rimozione metodica dalla nostra memoria collettiva di tutte le presenze umane contrassegnate dalla nonviolenza, ci fa ritenere che l’uomo nel passato sia stato violento. Ma non è vero. Abbiamo sempre fatto la storia secondo il gusto delle classi vincitrici.

Il mio compito, nel prossimo futuro, nella mia attività di educatore, nel senso lato della parola, sarà anche una riforma della manoria, per una fondazione culturale della nonviolenza.

Le mie ricerche non sono mai finalizzate a costruzioni teoriche, sono sempre ricerche militanti, tentativi di dar risposte alle domande che, a vari livelli e a varie distanze, mi vengono poste o con cui mi confronto.

Su questa linea sta prendendo forma in me una visione della non violenza come un processo antropologico altro da quel lo ora dominante e tuttavia implicito in quella memoria latente di cui il Vangelo è il punto luminoso.

 

tratto da Balducci E.,”Il cerchio che si chiude”, intervista autobiografica a cura di L. Martini, Casale Monferrato, ed. Piemme, 2000, pag. 165-166.