L’insicurezza come porta di ingresso alla comprensione della nuova umanità.

Specie nel nostro mondo occidentale siamo assistendo al crollo di tante illusorie certezze. Molte le abbiamo coltivate nel nome di una concezione molto riduttiva di progresso dimenticando purtroppo che esso dovrebbe – se è tale – esserlo per tutti e riguardare tutto l’uomo, quindi anche la sua dimensione spirituale. Molte altre convinzioni, specie se legate a tradizioni considerate religiose, sono diventate atteggiamenti di vita e le abbiamo spesso sostenute come se fossero dettate direttamente da Dio. Per questo J.S. Spong (Vita eterna, Ed.Gabrielli) afferma: “La religione nel passato era una ricerca di sicurezza, ma la sicurezza è qualche cosa che io non considero più una virtù. Devo cercare di accettare l’insicurezza come uno dei tratti essenziali della nostra umanità e sforzarmi di aiutare la gente a capire che essa non è più un difetto, ma la porta di ingresso alla comprensione della nuova umanità”.

La scossa indotta dal corona virus ci ha impegnati a danzare con la morte, a prendere atto della nostra precarietà; ci ha resi coscienti di essere profondamente interdipendenti fra noi e con tutte le forme di vita. L’insicurezza, l’incertezza, il bisogno di riorganizzarci sembravano così essere il preludio di un nuovo modo di essere: più prudente, più rallentato, orientato alla cura, attento agli ultimi, rappacificato con la Terra e con le energie cosmiche. Certo la tentazione di far prevalete il calcolo, la competitività, la riuscita individuale, il giudizio, le ragioni della mente rispetto alle ragioni del cuore è ancora grossa. Il cervello rettiliano sembra purtroppo prevalere rispetto al cervello limbico, il bisogno di conoscenza è più forte rispetto al bisogno di sapienza. Invece di riflettere su noi stessi tendiamo quindi a proiettare sugli altri. E così ci sfugge la nostra nobiltà interiore.

Giustamente Galimberti ci ricorda quanto sia importante imparare a porci domande, a risalire magari a quelle più essenziali, proprio per non cadere nelle trappole di una mente ingannevole. Solo smettendo di considerare l’uomo un mezzo invece che un fine, si riprenderebbe a coltivare costantemente la ricerca del senso. Il vivere interrogandosi e cercando… senza mai adagiarsi entro degli schemi sarebbe quindi il vero vivere: è un affidarsi allo Spirito. La scienza stessa del resto sta abbandonando una visuale meccanicistica sulla vita, ci educa al dubbio, alla ricerca, alla compassione ricordandoci che l’interdipendenza è alla base delle relazioni esistenti nell’Universo. Il grande filosofo Norberto Bobbio, come uomo di ragione e non di fede, sapeva di essere immerso nel mistero. Questo significa capacità di interrogarci, voglia costante di ricerca, meraviglia e riconoscenza, passione, coscienza di essere un processo. La verità quindi non è più un possesso, non la si incontra in ambiti separati; ma nel bel mezzo dell’umano, del conosciuto, del mondano. L’uomo che veramente cerca vive una specie di tensione mistica: sa collegare ciò che è gramo e insignificante con il tutto, con ciò che è permanente; non conosce distinzioni fra atei, credenti, agnostici. Apprezza la confluenza di religioni e umanesimi. Si sente così aiutato a relativizzare, a scendere in profondità, a penetrare nelle viscere dell’enigma, ad attingere alle miniere della misericordia e scoprire il cielo come nucleo della terra. John Shelby Spong riferendosi ai cambiamenti religiosi che questo modo di interrogarsi implica afferma: “…il credere con il cervello umano a concetti obsoleti non è segno di ortodossia; è un segno dell’essere spiritualmente morti. Il compito della religione non è di trasformarci in buoni credenti; è quello di approfondire ciò che è personale dentro di noi, di abbracciare la potenza della vita, di estendere la nostra coscienza in modo che possiamo vedere cose che gli occhi normalmente non vedono. E’ quello di cercare una umanità che non è governata dal bisogno di sicurezza, ma che si esprime nella capacità di donarci”. E’ la legge dell’incarnazione: la scoperta del divino nel cuore dell’umano.

 

Dario Fridel, Il Segno, luglio 2020