Nel suo libro Warum wir aufhören sollten, die Kirche zu retten. Für eine neue Vision von Christsein (Perché dobbiamo smettere di salvare la Chiesa. Per una nuova prospettiva dell’essere cristiani), don Burkhard Hose si interroga su molte tematiche riguardanti Chiesa, fede e presente. Nel breve testo da me tradotto, e qui sotto riportato, don Hose riflestte sull’essere sacerdote oggi, sul clericalismo e sulla capacità/incapacità di porsi seriamente domande; e lo fa a partire da una frase del suo amico e professore universitario Karlheinz Müller:

 

“(…) “La risposta è la sfortuna della domanda”. Ci vuole un bel coraggio per affiancare un tale “slogan” ad un prete appena ordinato, la cui prima occupazione dovrebbe essere benedire fedeli! Persone devote che, secondo un vecchio adagio, lo seguirebbero fino a “consumarsi le suole delle scarpe”.(…)

Agli occhi di molti membri della Chiesa, formati su modelli che potremmo definire “tradizionali”, esiste ancora l’idea che l’ordinazione sacerdotale non solo darebbe ad una persona una santità speciale, ma anche una competenza che permette di diventare “esperti” in tutte le situazioni della vita.

Quando ero ancora un giovane cappellano ho vissuto questo tipo di esperienza sulla mia pelle… Persone più grandi di me, con tanta esperienza di vita vissuta, mi si sono avvicinate quasi timorose e sottomesse. Come se allora, a 26 anni, conoscessi le risposte a tutte le domande che avevano accumulato nella loro lunga vita.

Il sacerdote come colui che detiene tutte le risposte, specialista in tutti i campi… a differenza dei cosiddetti laici, cioè di tutte quelle persone non ordinate. Non c’è da stupirsi che con una tale immagine di sacerdote, che ho ahimè ritrovato molto forte tra i giovani colleghi ordinati negli ultimi anni, può succedere che alcuni vedano il proprio debole ego “gonfiarsi” a dismisura al momento dell’ordinazione. Infatti questi soggetti insicuri godono proprio della loro presunta “diversità/specialità” e tutto contribuisce a farli sentire i migliori e  come sollevati da terra, messi su un piedistallo. Non sono pochi i sacerdoti a cui piace il ruolo di sapiente datore di risposte, un’entità quasi onnisciente, e addirittura si aspettano che gli altri riconoscano loro questo ruolo.

Questo alimenta costantemente un’immagine di Chiesa che opera nel mondo con la pretesa ben precisa di dare risposte! Inoltre in molte prediche e negli scritti dottrinali della Chiesa questo porta addirittura ad avere l’impressione che si diano risposte a domande che in realtà nessuno ha mai posto.

Sono convinto che il mio professore (si tratta del Prof. Karlheinz Müller, 1936-2020, che ha insegnato per anni presso la Julius-Maximilians-Universität di Würzburg, dove lo stesso Hose ha studiato. Il legame molto forte tra i due è nato e cresciuto durante gli anni della formazione di don Burkhard. Inoltre Hose ha scritto la sua tesi di laurea sotto la guida di Müller ed è stato suo assistente universitario per ben sei anni. NdT) abbia voluto mettermi in guardia quando mi ha, per così dire, aperto uno spiraglio attraverso la dorata coltre di una incontestabile tradizione: “Non dimenticare mai, lungo il tuo cammino nella Chiesa che sia le domande poste dalla gente  che quelle che sorgeranno dalla tua stessa esperienza di vita sono preziose. Non distruggerle, non annullarle. Spesso infatti esse non hanno bisogno di una tua risposta, ma della tua attenzione!”

Müller stesso era sempre sospettoso nei confronti di coloro che nella Chiesa troppo rapidamente, quasi in una sorta di automatismo, giungevano a risposte ben formulate, e che davano una pia e devota spiegazione ad ogni domanda, per quanto difficile o insolubile. Spesso non si tratta infatti di risposte reali, ma di presunte risposte.

Conosco giovani sacerdoti che vivono nella convinzione che il giorno dell’ordinazione sia, per così dire, il coronamento del loro cammino. D’ora in poi potranno dare solo risposte. Non sono interessati alle domande della gente. Predicano e agiscono al di sopra di loro… come se gli altri non esistessero nemmeno. Ricordo di aver preso parte a molti incontri pubblici con vescovi, che fin dall’inizio si basavano sul principio, quasi un assioma immodificabile, che recita: “L’uditorio può fare domande, il vescovo risponde!”

A volte ho l’impressione che la nostra vecchia Chiesa sia stata soffocata dalle sue stesse risposte. Troppi discorsi pastorali si sono trasformati in un ammasso di citazioni dalla Bibbia, una raccolta di ciò che la Chiesa ha sostenuto nel passato o da discorsi papali… tutte cose che hanno avuto soprattutto un effetto: stancare e demotivare i fedeli e, talvolta, perfino gli stessi pastori che le propongono. Si è trattato di una ripetizione costante e quasi ossessiva di ciò che si sapeva già da tempo, senza “sorprese” di sorta.

In una lettera al giovane poeta Franz Xaver Kappus, Rainer Maria Rilke scrive:

“Lei è molto giovane, ancora all’inizio di tutto, e vorrei – al meglio che posso – chiederle, caro signore, di avere pazienza nei confronti di tutto ciò che di irrisolto v’è nel Suo cuore, e di provare ad amare le domande stesse come stanze chiuse o come libri scritti in una lingua a Lei molto estranea. Non ricerchi adesso le risposte che non possono esserle date perché non saprebbe viverle. E si tratta di questo: vivere tutto. Viva adesso le domande. E poi forse, gradualmente e senza accorgersene, un giorno lontano vivrà nella risposta.”

Che aspetto avrebbe una Chiesa che non pensa e dice di essere la risposta a tutte le domande?

Che aspetto avrebbe una Chiesa che smettesse di difendere le sue risposte e cominciasse ad amare le domande?

Una Chiesa che impone a se stessa e ai suoi rappresentanti un cambiamento coerente di pensiero e di conversione, un silenzio, per così dire, imposto a se stessa, e che si concentra solo sul percepire, comprendere e vivere insieme le domande che si pongono nel mondo? (…)”

 

don Burkhard Hose, Warum wir aufhören sollten, die Kirche zu retten. Für eine neue Vision von Christsein (Perché dobbiamo smettere di salvare la Chiesa. Per una nuova prospettiva dell’essere cristiani), Vier-Türme-Verlag, Abbazia di Münsterschwarzach, 2019, pag. 29-31.

(liberamente tradotto da don Paolo Zambaldi)

 

Don Burkhard Hose è un dinamico prete della diocesi di Würzburg (Germania) e una persona impegnata nei confronti di coloro che vivono ai margini della società. Come assistente degli studenti universitari cattolici di Würzburg, accompagna i giovani nel loro percorso dal 2008. Inoltre don Hose lavora senza posa in favore di gruppi che si battono per chi è emarginato, rifugiato o richiedente asilo. Egli fa parte infatti del Consiglio per i rifugiati, dell’Alleanza per il coraggio civile di Würzburg ed è membro del comitato che si occupa, nella città di Würzburg, della difesa dei diritti civili contro le discriminazioni. Nel 2014 ha ricevuto il Premio per la pace di Würzburg per il suo grande impegno sociale.

 

Per saperne di più sull’autore e sul libro: http://www.donpaolozambaldi.it/2020/01/perche-don-hose-non-vuole-salvare-la-chiesa/