In Apocalisse Giovanni descrive una sua “visione”, avuta durante l’esilio sull’isola di Patmos, a cui è stato condannato a causa della sua fede in Cristo, contraria al culto dell’imperatore – lui parla di “testimonianza”/martirio.

La visione è articolata, complessa e stupefacente, ma percorsa da un fil rouge di grande coerenza. Il tema è il conflitto tra il potere imperiale romano, rappresentato da Babilonia, e il Regno di Dio e del suo Agnello, rappresentato dalla Nuova Gerusalemme. Questo conflitto è destinato a durare a lungo, fino alla fine del tempo umano, perché non tutta l’umanità si convertirà alla sequela dell’Agnello… ma a poco a poco tutti i popoli della terra saranno coinvolti e chi crederà a Dio e a Cristo entrerà a far parte della Gerusalemme celeste.

Credere, dice Giovanni, è “conservare il libro su cui ha scritto la sua visione”, e conservare significa “mettere in pratica”: praticare la giustizia, l’amore, la condivisione… è vivere in modo radicalmente alternativo alle leggi del potere imperiale, della ricchezza e del dominio. Per questo i/le “fedeli” subiranno persecuzioni, ma solo chi non cederà diventerà cittadino/a della Nuova Gerusalemme, la comunità (Chiesa) universale dei figli e delle figlie dell’amore. La Gerusalemme Celeste non è nell’aldilà, ma sulla terra, nella storia umana: è un messaggio di grande speranza, che nasce dal constatare che nella quotidianità del tempo presente ci sono donne e uomini che scelgono di testimoniare la loro fede nell’Amore.

Con altre parole: possiamo intendere la Nuova Gerusalemme come quell’altro mondo possibile” a cui tendiamo, che non sarà un evento ultraterreno, ma che si realizza a poco a poco e ogni volta e in ogni luogo in cui uomini e donne scelgono di vivere l’amore, la condivisione, la cura reciproca… scelgono cioè di “spezzare il pane della propria vita” seguendo l’esempio di Gesù.

È l’ingresso nell’era biofila profetizzata da Mary Daly; è l’ordine simbolico della madre descritto da Luisa Muraro: donne e uomini siamo invitati/e a entrarvi, a sceglierlo per nostro sistema di vita, diventando femministi e femministe, intendendo questo termine come l’alternativa all’ordine patriarcale. È il “discepolato di uguali” di Elisabeth Shüssler-Fiorenza. Ci invita Gesù, ci invita Giovanni, ci invitano le donne delle comunità matriarcali primitive e le donne dell’arcipelago femminista contemporaneo. E’ una scelta che possiamo compiere e sono consapevole che sia conveniente farla; per la vita di ciascuno/a e dell’intero creato.

Ma non è sufficiente la consapevolezza personale, se non diventa esigenza politica: dobbiamo pretendere che la stessa consapevolezza e coerenza entri nel cuore e nella mente di chi governa, a tutti i livelli, in modo che tutte le scelte di natura politica, economica e sociale siano coerenti con quei valori fondamentali: amore, giustizia, condivisione, convivialità di tutte le differenze. La consapevolezza deve spingere uomini e donne a pretendere questo dai/dalle governanti: costringerli/e o cambiarli/e. Lo esige la vita, la cura della nostra vita, del buen vivir, della Madre Terra, di tutti i suoi figli e di tutte le sue figlie (v. Boff in Adista Segni Nuovi 15/2020 p. 15). “Il coronavirus ha messo a nudo le nostre vulnerabilità” (ivi p. 2). In realtà queste riflessioni circolano già dai tempi di altre pandemie: Sars, Aviaria, Hiv… ma il potere imperiale della finanza e di chi cerca solo il proprio arricchimento è sordo e cieco e continua a distruggere e uccidere. Dobbiamo opporci, fermarli, costringere a recedere dalla pratica sistematica di distruzione del corpo vivo della Pachamama.

È una riflessione che comincia ad affacciarsi anche su giornali che veicolano quotidianamente il verbo capitalista. Su La Stampa dell’11 maggio scorso Gianni Riotta riflette a partire da citazioni di guru del capitalismo finanziario internazionale: “Il capitalismo tradizionale sta morendo (…) già suonano campane a morto per globalizzazione, sviluppo, libero commercio (..) accusano Lady Thatcher e il presidente Reagan di aver abbandonato i cittadini ‘ai capricci del mercato ieri’ e del virus oggi, indebolendo sanità pubblica e risorse di scuola e ricerca con privatizzazioni e tagli al welfare”. Il capitalismo collasserà quando non troverà più nulla da rapinare… ma non è una bella prospettiva.

Interveniamo adesso, subito.

 

Beppe Pavan, Cdb di Viottoli, Semestrale di formazione comunitaria (Anno XXIII-n°1/2020)