I cieli cileni sono attraversati in questi giorni da un’ombra lieve, un’immagine dotata del senso dell’infinito, della imperturbabilità che solo la consapevolezza del non finito garantisce: è Fortunata, la gabbianella a cui Luis Sepúlveda, per mezzo del gatto Zorba, insegnò a volare e ad abbattere gli ostacoli.

La sua tristezza è la nostra, da quando abbiamo saputo che il maledetto Covid-19 si è portato via lo scrittore, il menestrello, il poeta cileno, privandoci così del dono della sua parola.

Raccontare la storia dell’uomo nato a Ovalle, in Cile, nel 1949, è come fissare lo sguardo in un caleidoscopio, dove frammenti di vita e di esperienza si mescolano e si riflettono per originare figure sempre diverse, ma sempre simmetriche.

Avventuroso, idealista, sostenitore indefesso delle proprie convinzioni, pronto a battersi nel vero senso della parola con chi si frapponesse nel suo cammino verso l’utopia, verso il non luogo che sperava un giorno di veder concretizzato, Luis Sepúlveda è anche e soprattutto lo scrittore, colui che ha raccontato incredibili avventure e favole moderne che lo hanno portato al successo mondiale.

La sua vita potrebbe far invidia anche ad Indiana Jones: nato già fuggitivo, cresciuto da un nonno anarchico che fece scaturire in lui l’amore per i romanzi d’avventura, visse il dramma del colpo di stato nel suo paese, che portò alla dittatura militare di Pinochet.

Né il carcere né le torture e le condanne subite plasmarono il suo animo ribelle, che continuò a manifestarsi durante i suoi viaggi tra l’Europa e il Sud America, tra le spedizioni che lo portarono a vivere per lunghi mesi a contatto con gli indios o a partecipare alle lotte in mare di Greenpeace contro lo sterminio delle balene.

Il tempo della vita di Luis Sepúlveda è stato un tempo denso e spesso, mai sfilacciato, in cui gli impulsi della ragione e quelli del cuore erano in perenne contrasto, senza che mai uno dei due venisse soffocato.

E così l’uomo, il combattente, è stato anche giornalista, uomo di teatro e scrittore, quest’ultimo soprattutto nella seconda parte della sua vita.

Poiché la sorte è beffarda, colui che era sopravvissuto ai getti d’acqua gelida delle baleniere giapponesi, alla prigione e alla tortura volute da Pinochet, ai proiettili delle mitragliatrici in Nicaragua e alle gigantesche zanzare dell’Amazzonia è stato sconfitto da un virus subdolo e potente, al quale ha dovuto arrendersi.

Saranno i suoi libri a continuare a farlo vivere tra di noi, come sempre accade ai grandi scrittori capaci di raccontare il mondo da un punto di vista insolito.

Luis Sepúlveda lo ha fatto ad esempio nelle sue favole, libri con protagonisti gli animali che parlano e ragionano come quelli di Esopo e di Fedro, lasciandoci una morale semplice ma cristallina.

Fu proprio la gabbianella Fortunata, con la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, a rivelare la sua capacità di trasformare in favola il suo vissuto, le sue ansie e le sue gioie.

Ma poi  arrivarono la Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico, la Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, la Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà e infine la Storia di una balena bianca raccontata da lei, considerato un piccolo capolavoro, un pamphlet filosofico moderno.

Facendo propria la tecnica dello straniamento, Sepúlveda ha ribaltato i punti di vista, è la lettura del mondo nell’ottica dell’animale a costituire il cuore del racconto, con un finale narrativo edificante, tanto semplice quanto incisivo.

Il mondo, ci racconta l’autore, è costituito di dicotomie, di opposti, o c’è la vita o c’è la morte, o il bene o il male, o la povertà o la ricchezza e via discorrendo: pronti sempre a collocarci dalla parte del giusto, veniamo messi a dura prova nelle nostre caparbie convinzioni quando proviamo ad ascoltare la voce della balena, della lumaca, del cane.

L’insegnamento è tutto lì, racchiuso in un finale che apre a mille possibilità, nella convinzione che la lettura sia una chiave d’accesso ad un mondo migliore: non saranno i letterati a cambiare il mondo, ma certo il loro apporto sarà fondamentale.

D’altra parte, sin dal suo romanzo d’esordio, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, il suo essere un menestrello moderno, un aedo senza tempo, era apparso evidente: come il vecchio Antonio Josè Bolìvar Proano, con i suoi segreti nascosti nel più profondo anfratto del suo cuore, anche lui è vissuto tra gli indios nella grande foresta e ha capito qual è il legame che deve unire l’uomo alla natura, troppo spesso ferita.

Raccontare tutti i personaggi, molto spesso caratterizzati fortemente da pennellate autobiografiche, è impresa ardua, in quanto sono tanti, troppi e tutti ugualmente belli.

A volte Sepúlveda è autobiografico esplicitamente, come accade nel resoconto del viaggio compiuto in Patagonia e nella Terra del Fuoco (Patagonia Express), altre volte lo ritroviamo tra le pieghe di protagonisti come Juan Belmonte, l’uomo che insieme alla sua compagna ha vissuto sulla propria pelle la dittatura e non riesce a scollarsela di dosso, maturando disillusioni, rimpianto e sfiducia, prima del guizzo di vita finale.

Come non vedere l’autore tra le righe di Ultime notizie dal sud, storia di un fotografo e di uno scrittore in viaggio nella steppa patagonica, dove raccolgono immagini di una natura ancora padrona di se stessa e ascoltano storie popolate di fantasmi, di folletti, di un passato in bilico tra magia e realtà.

Il passato in realtà non ti abbandona mai, è il frutto di ciò che si è stati, anche se lo scorrere del tempo modifica molte cose: lo sanno bene i protagonisti di L’ombra di quel che eravamo, storia di militanti sostenitori di Allende che si ritrovano a decenni di distanza per tentare un’ultima azione rivoluzionaria.

A ben vedere, la vita di ciascuno è una storia e per Luis Sepúlveda la vita è piena di storie, che si snodano e si intrecciano mettendo a nudo difetti e qualità, menzogne e verità nascoste, basta saperla leggere: come fa lui stesso cercando di riannodare i fili delle vite disperse di alcuni ragazzini immortalati in una fotografia, col desiderio di scoprire il loro destino personale insieme a quello di un paese, il Cile, uscito da una lunga e sanguinosa dittatura (Ritratto di gruppo con assenza).

Luis Sepúlveda ci ha lasciato le tracce del suo passaggio, della vita dell’uomo che è stato definito l’ultimo cantastorie e ci ha fatto dono di parole, poiché le parole sono come il vino: hanno bisogno di respiro e di tempo perché il velluto della voce riveli il loro sapore definitivo (La lampada di Aladino)vit

di Luisa Perlo

(da Insonnia mensile di Racconigi, maggio 2020, pag. 1 e 3 – contatti@insonniaracconigi.it)