Da “Dei sepolcri”

Non vive ei forse anche sotterra, quando

gli sarà muta l’armonia del giorno,

se può destarla con soavi cure

nella mente dei suoi? Celeste è questa

corrispondenza d’amorosi sensi

celeste dote è negli umani, e spesso

per lei si vive con l’amico estinto

e l’estinto con noi, se pia la terra

che lo raccolse infante e lo nutriva,

nel suo grembo materno ultimo asilo

porgendo, sacre le reliquie renda

dall’insultar dei nembi e dal profano

piede del vulgo, e serbi un sasso il nome.

E di fiori adorata arbore amica

le ceneri di molli ombre consoli.

Sol chi non lascia eredità di affetti

poca gioia ha dell’urna; e se pur mira

dopo le esequie, errar vede il suo spirto

(…) o  ricovrarsi sotto le grandi ali

del perdono d’iddio; ma la sua polve

lascia alle ortiche di deserta gleba

ove né donna innamorata preghi

nè passeggier solingo oda il sospiro,

che dal tumulo a noi manda Natura.

(Ugo Foscolo)

 

Il sepolcro per il poeta è segno di civiltà, di rispetto, di amore verso chi ci ha preceduti nella vita. Per lui la morte si riscatta nella memoria. Noi non viviamo dannati all’inferno o beati in paradiso, nè in nessun altro luogo che non sia il cuore e la mente di chi ci ha amato, compreso, stimato.

Tanto più significativi i versi risuonano in questi nostri tempi in cui avviene un sistematico occultamento della morte, vissuta come inspiegabile e inaccettabile fragilità. E con la morte si occulta anche la memoria, che in realtà ci sarebbe amica e guida, mentore affidabile nelle difficoltà della vita.

Oggi il sepolcro non è più al centro, non è un luogo di ripensamento per i vivi, è semplicemente un obbligo civico.

La poesia foscoliana ci ricorda invece, che ciò che esalta l’umanità, ciò che le dà un senso, è la memoria. Un sepolcro, un sasso con un nome inciso, un albero che con la sua ombra consoli chi, seppur diventato cenere, vive ancora in noi, ci parla, ci tiene, ci testimonia il ciclo inesauribile della vita.

L’oblio infatti non è umano. Cancella non solo il volto di un amico, l’affetto di un parente ma cancella la stessa appartenenza all’ umanità, alla sua storia, all’evoluzione del suo pensiero, delle sue conquiste.

Una corrispondenza d’amorosi sensi con chi non c’è più: è questo che ci differenzia dal resto della natura. Questa sintonia tra passato e presente, questo essere eterni/eternamente presenti nel farsi e disfarsi delle cose e delle creature, questo dialogo ininterrotto con la terra/natura che ci nutre e ci accoglie, che madre pia e generosa ci difende dall’insulto del tempo.

Di certo bisogna meritarsi questa presenza che va oltre la vita.

Qui e ora costruiamo la nostra memoria. Chi ci sopravvive ricorderà di noi la relazione, l’affetto, l’amore, la generosità, il genio, lo spirito. Se saremo stati incapaci di “dare”, moriremo due volte.

by ELISA_451