La novità del Vangelo è la non resistenza al male. Il suo profeta è Gesù.

 


Qual è la novità radicale che differenzia il cristianesimo dalle altre religioni? Obnubilati dagli atteggiamenti presi dalle chiese (tutte) negli ultimi secoli, rischiamo anche noi, che siamo rimasti fedeli, di non coglierla più. Mentre i molti che si sono allontanati certamente lo hanno fatto anche perché convinti che non ve ne sia nessuna, che il Vangelo non abbia nulla di straordinario da dire sull’uomo e sul mondo e dunque non sia in grado di trasformarlo in un luogo felice e pacificato.

 

Ma se leggiamo la Parola con onestà, senza opportunistiche mediazioni, ci rendiamo conto che la novità, il suo messaggio più significativo e rivoluzionario, è la non- resistenza al male e scopriamo che dall’accettazione radicale di  questa scelta, passa e passerà sempre, la “salvezza” dell’uomo, tutto l’uomo, carne e spirito.

 

Essa realizza infatti il vero significato della resurrezione, che non è un atto magico, inspiegabile, misterioso ma è un uscire da una logica di potenza. In questo modo la morte (intesa come incapacità di vedere nel volto dell’ ”altro”, il volto di Dio) è sconfitta per sempre.

 

In realtà molte delle affermazioni di Gesù erano già nel primo testamento. Pensiamo ai dieci comandamenti che davano regole per stabilire un rapporto rispettoso sia con Dio che con gli uomini, o alle esortazioni dei profeti, che stigmatizzavano le ingiustizie e difendevano i poveri. Pensiamo alla  Genesi nella quale la fraternità umana veniva fondata nel Padre creatore. Però, accanto a questo, persisteva anche la convinzione, dettata dal buonsenso, che la vendetta fosse un diritto e che la violenza della guerra fosse “santificata” dal fine. La guerra giusta del popolo eletto per conquistare il territorio promesso da Dio. Così come giusto sembrava lapidare le donne infedeli, uccidere i trasgressori, punire i vinti, emarginare i lebbrosi e i “diversi” (stranieri, omosessuali, sobillatori , profeti). Gesù stesso fu ucciso per salvaguardare “la casta dei giusti” che si sentiva minacciata dalla sua travolgente libertà.

 

Il primo testamento, dunque, pur animato da un forte bisogno di fare la volontà di Dio, risentiva di un contesto culturale aggressivo, di un immaginario in cui l’Onnipotente poteva manifestarsi come un re, il re degli eserciti, davanti al quale tutto doveva inchinarsi.

 

Ma la parola di Gesù, la sua predicazione, la sua testimonianza di vita  porta ineludibilmente verso altro, porta alla non violenza radicale che consiste nel non fare “resistenza al male”,  nel depotenziare cioè il male con il bene, praticare un amore eccedente perché privo di calcoli (l’ ultimo operaio pagato come il primo), abbandonare ogni disegno di potere (“beati gli ultimi perché saranno i primi”), di conquista (“che ti servirà conquistare il mondo intero se poi perdi te stesso, la tua anima/umanità), di orgogliosa affermazione personale. (“le prostitute e i ladri vi precederanno nel regno…”).

 

In questa visione si inserisce il tema  del perdono costi quello che costi, che distoglie dalla voglia irrefrenabile di reagire, di vendicarsi.

 

“Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio, dente per dente ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra…” (Mt 5,38-40)

 

Questo mettersi alla mercè di chi offende com’è lontano dal nostro istinto, eppure così necessario per depotenziare il conflitto.

 

E poi accogliere e includere tutti anche i nemici, gli oppositori, i diversi (religione, genere), gli stranieri, i poveri. ”Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico, ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi odiano, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti se amate solo chi vi ama ,quale merito ne avete? Non fanno così anche i pagani?” (Mt 5, 43-48). Non sentirsi dunque gli unici destinatari di diritti e depostari di verità. Non armarsi contro nessuna nazione, né contribuire in nessun modo alla guerra, (né come cappellani, né come lavoratori nelle fabbriche armi, né come soldati, né come elettori di governi che sostengono programmi di potenziamento degli arsenali militari, né come clienti delle banche armate), né infine uccidere fisicamente un altro uomo. Non c’è infatti una guerra giusta. Essa è fatta sempre per tutelare il potere di pochi  ed è pagata con la vita dai poveri ai quali viene giustificata mistificando parole come “patria” “democrazia” “difesa” e persino turpemente accostata al termine “umanitaria”.

 

Ancora in questa visione si inserisce il tema della proprietà.

 

Nel primo testamento esisteva il Giubileo. Uno splendido modo di affermare concretamente che la terra è di tutti, che la proprietà è un fatto temporaneo, che non la si deve difendere a scapito della vita degli altri. Gesù nutrito in questa tradizione invita a lasciare, ad alleggerire l’ansia di perdere o conservare beni per un futuro che non è nelle nostre mani. “Non accumulatevi tesori sulla terra…perché là dov’è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,19-21).

 

La proprietà dei beni della terra non può essere “privata”, perché appunto “priva”  gli altri dei beni necessari. Essa si trasforma presto in cupidigia, in avarizia, in un capovolgimento della scala valoriale per cui il bene è “avere”. E’ necessario quindi abbandonare un’economia spregiudicatamente liberista, violenta, che “privatizza” ogni aspetto della vita (casa, terra, lavoro, sanità, diritti…), che uccide popoli interi per garantire una  ricchezza (alienante) a pochi.

 

In questa visione si inserisce il tema del giudizio.

 

“Non giudicate e non sarete giudicati perché con la misura  con la quale misurerete sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello e non vedi la trave che è nel tuo?” (Mt 7,1-5). Non giudicare è un atto di non resistenza come non cedere al pregiudizio che rifiuta l’altro senza guardarlo in volto, senza sentirne la storia, senza ascoltarne le ragioni dando per scontato che non siano giuste quanto le nostre. Come non far prevalere la legge sull’uomo, la burocrazia sulle esigenze di accoglienza, l’accusa senza possibilità di appello. Anche un uomo che ha sbagliato è pur sempre un uomo. Con la sua vita, le sue delusioni, le sue giustificazioni, le sue colpe, i suoi amori traditi. Giudicare non è amare, amare un uomo infatti è sperare in lui per sempre, aspettarsi da lui sempre qualcosa di nuovo e di migliore.

 

In questa visione si inserisce infine il tema del ”divino”.

 

Gesù ci propone un Dio che ha rinunciato all’onnipotenza, che sperimenta l’umano fino alla morte (“…spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini…umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte  e alla morte in croce…”). Un Dio che non comanda dall’alto dei cieli, che non muove a suo piacimento la storia e le storie, che non afferma la sua forza davanti ai tribunali umani Allora Pilato gli disse: “Non senti quante cose dicono di te?” Ma Gesù non rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore.”, ma testimonia con la sua non-resistenza (portata al limite estremo del martirio) che solo così la salvezza e la resurrezione del mondo si realizzeranno. Non certo attraverso verità annunciate e imposte come irrinunciabili, da caste sacerdotali (allora come ora) più attente alla conservazione del potere e ai favori di Cesare.

 

La verità-nonviolenta di Cristo è infatti l’unica che può trasformare il mondo, che può rendere felice l’uomo qui sulla terra. “Beati i poveri perché di essi è il regno, beati i miti perché erediteranno la terra, beati i misericordiosi perché troveranno misericordia, beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio.” E beati quelli che lotteranno, subiranno qualsiasi persecuzione, qualsiasi esclusione, persino la morte per essere testimoni di questa Parola.
don Paolo Zambaldi