“IMMAGINARIO: che è effetto dell’immaginazione, fittizio. (Zanichelli, 2000).

Ci sono molte persone che parlano di Africa senza sapere nulla di questo enorme continente che non è così lontano dalle nostre coste. Quello che si coglie nei loro discorsi è un “immaginario” che esprime ignoranza e un subdolo residuo colonialista che nasconde la realtà attuale della popolazione africana.

Questo “immaginario” ha dietro di sé una lunga storia, tracciata nel XIX secolo, cominciata con le grandi esplorazioni quando pionieri, mercanti e missionari affrontarono questo “continente misterioso” ancora sconosciuto agli europei. L’immagine che si diffuse (terra primitiva, villaggi in cui si celebrano riti tribali, lingue sconosciute, abitudini semplici, economia rurale arcaica…) venne poi ancora volutamente peggiorata negli anni del colonialismo e, sia pure con qualche adattamento, essa rimane alla base della rappresentazione corrente dell’Africa e degli africani. Incredibilmente nell’epoca dell’informazione veloce, di internet, dei social network, dei giornali, ancora molti non riescono a superare visioni superficiali e preconcette riguardo a questo continente!

L’Africa ad esempio, appare più in relazione alla natura che alla cultura. Si descrive come un angolo ecologico dove è possibile ancora vivere esperienze alla “Tarzan”, però sempre accompagnate da un certo ribrezzo di fronte alla “primitività” degli abitanti.

L’Africa appare come terra popolata di leoni, scimmie ed elefanti. I suoi abitanti sembrano vivere ancora nella preistoria, ancora cacciatori e raccoglitori, “mangiatori di banane” e di strani insetti rivoltanti.

Si pensa che gli africani passino la vita nella foresta (?), che la caccia sia la loro principale occupazione. Li si immagina mentre ballano tutta la notte per far piovere, vestiti di pelli (o nudi, o coperti di stracci…), si è convinti che vivano in capanne (Tucul di paglia!), che non si lavino (allora: nero=sporco!), che puzzino, che siano portatori di pericolose malattie, che parlino linguaggi tribali, che la loro povertà sia conseguenza della loro pigrizia e della loro inettitudine.

In questa visione dell’Africa, le città non esistono, si pensa che l’istruzione non ci sia o che venga impartita solo dai missionari, dalle associazioni no profit occidentali e che comunque non superi mai livelli elementari. Pochi sono convinti che in Africa possa esservi una qualche forma d’arte a parte “i bonghi” e le “maschere”.

L’unico “valore” che viene riconosciuto agli africani è quello di possedere enormi capacità di sopravvivenza in un ambiente ostile…

Siamo di fronte dunque non a una paura, ma piuttosto ad una rappresentazione compatta dell’inferiorità degli “altri”. Qui l’immagine del “noi” (civilizzato) si costruisce nel confronto con gli “altri” (selvaggi).

Ponendo sullo sfondo l’arretratezza africana si mette in evidenza il paternalismo in cui il bianco è il soggetto assoluto, l’eroe civilizzatore, il benefattore (“aiutiamoli a casa loro!”).

É un immaginario coloniale che propone un’Africa bisognosa di noi. In realtà siamo noi “bisognosi” (il bisogno del rapinatore!) di lei, delle sue risorse (oro, petrolio, minerali, diamanti, terra, coltivazioni), siamo noi che abbiamo sfruttato e continuiamo a sfruttare i tesori immensi di questo continente senza il minimo scrupolo.

Che cosa manca per combattere questa visione distorta?

Manca ad esempio l’informazione sulle diverse culture africane prima dell’occupazione occidentale e quella sulla storia dei singoli stati, manca la conoscenza delle opere di scrittori africani (si perché sanno scrivere?!), di antropologi africani (si molti sono laureati nelle varie università europee e africane?!), di poeti africani, di musicisti africani. Manca persino la basilare conoscenza della geografia per cui se si dice Gabon…pochi pensano all’Africa!

Manca la conoscenza del perchè delle guerre che sono in atto in molti territori, manca l’interesse, il desiderio di conoscere le cause profonde della povertà di quei popoli.

Infatti solo la conoscenza dell’altro aiuta ad accogliere la “diversità” come un valore, come un arricchimento, aiuta a superare il pregiudizio e il razzismo che ne deriva, aiuta a ristabilire la giustizia che l’unico fondamento della pace.

 

don Paolo Zambaldi