Ho trovato molto stimolante la riflessione di Stefano Allievi su Confronti di febbraio 2020, a pagina 34: è un pensiero che mi accompagna da molto tempo, insieme alle sue contraddizioni, come quella che mi fa tifare Italia nelle competizioni sportive. Ma anche questo tipo è in crisi, in verità.

Scrive Allievi (sintetizzo): «Lo Stato-nazione è in crisi, come ogni cosa, vive dei cicli: nasce, cresce, si sviluppa, muore. Anche le istituzioni (…) Con la crisi dello Stato-nazione si è persa anche l’idea di patria come di una comunità-rifugio che identificherebbe il nostro noi di riferimento. (…) Probabilmente è un bene: si perde il suo aspetto burbero, severo, un po’ ottuso, minaccioso e talvolta impietoso – patriarcale, paternalistico e padronale a un tempo. Ma siamo rimasti orfani. (…) non sappiano dove stiamo andando, né se stiamo veramente andando da qualche parte, o semplicemente le cose accadono, senza che alcuno le progetti o le persegua. (…) La patria è morta: pace all’anima di chi è morto per essa. Ora ci tocca trovare con cosa sostituirla (…)».

Gli Stati-nazione, con i loro egoismi intrinseci, sono quelli che impediscono all’Onu di realizzare l’ideale per il quale è stata pensata e creata: mettere pace tra le Nazioni, gestire pacificamente gli inevitabili conflitti, ecc.

Anche nelle Organizzazioni sovranazionali, come la Comunità Europea e l’Organizzazione degli Stati americani, continuano a dominare i “più uguali”, i prepotenti, come succede tra gli adolescenti ancora immaturi e tra gli animali della fattoria di Orwell. Anche dove sembrano regnare le migliori intenzioni, come nel cuore e nelle parole di Sergio Mattarella, persistono il culto e la retorica della Patria… e i sovranisti hanno buon gioco (non sempre facile, in realtà) a proclamarsi difensori dei confini della Patria perchè cercano di impedirne l’invasione da parte dei disperati della Terra, delle vittime della nostra secolare occidentale prepotenza.

Io so dove voglio andare, con che cosa sostituirla: con la comunità umana, universale e meravigliosamente variegata, con l’amor di comunità. Quello che “ci tocca” fare è cominciare ciascuno e ciascuna di noi a parlare così, a cambiare linguaggio, formule, riti e celebrazioni; a praticare celebrazioni e ricorrenze alternative, ad esempio la “festa dell’Europa”, la “festa dell’Onu”… nelle giornate in cui ricorrono le date delle loro fondazioni. E, insieme, in ogni celebrazione nazionale riflettere e promuovere i passi avanti verso il superamento del nazionalismo.

La urgente necessità di avviare la “pianificazione ecologica” ci impone di pensare la politica e l’economia a livello davvero globale, planetario: persistere nei particolarismi è sempre più masochistico.

Io non mi sento affatto “orfano”: mia madre è la Terra, fratelli e sorelle mi sono tutti gli uomini e tutte le donne che la abitano. Se resistiamo nel parlare così il nostro linguaggio sarà sempre più inclusivo e ci aiuterà a consolidare un nuovo simbolico, che darà vita e forma a una vera comunità umana.

In questo senso il “Regno di Dio” ci è vicino, ci accompagna nel nostro qui e ora di uomini e donne che cercano la felicità. Non è millenarismo… non è “vicino” nel senso che “presto verrà”, ma nel senso che ci “vive già accanto”, è “vicino” a noi: è nelle persone e nelle pratiche che promuovono l’amore universale, la solidarietà e la condivisione, la sobrietà di tutti e tutte come mezzo per garantire a ogni uomo e a ogni donna una vita dignitosa.

Ci sarà sempre vicino e ci accompagnerà nei nostri tentativi di abbandonare i muri, le discriminazioni, il sessismo, l’omotransfobia, le differenze tra ricchi e poveri, le gerarchie di stampo patriarcale… per imparare a vivere sempre in cerchio, come intorno alla mensa insieme a Gesù, imparando a spezzare tutti e tutte la nostra vita per vivere la reciprocità sempre, in gioia e semplicità.

Ancora uno spunto, suggerito dall’articolo di Pier Giorgio Ardeni che, su Il Manifesto del 15 luglio scorso, riflette sui recenti dati Istat relativi ai movimenti demografici in Italia, che lamenta ignorati dalle Istituzioni. Cito un dato solo, significativo: «Nell’ultimo quinquennio sono 766mila gli stranieri “naturalizzati” [che hanno, cioè, ottenuto la cittadinanza italiana], il che vuol dire che, se non fosse stato per loro, la popolazione residente in Italia sarebbe calata di 1milione e 600mila unità. (…) Ma le cifre non solo dovrebbero servire come base per il decisore politico, ma alimentarne la discussione, indicarne le priorità…».

«Ma il Palazzo – prosegue Ardeni – con la classe politica che lo abita, stabilisce le sue priorità guardando altrove… I media italiani guardano ai “social” – quelli sì che fanno notizia – e a come questi interagiscono con il Palazzo. L’Italia vera, quella di cui parla l’Istat nei suoi comunicati, sta altrove».

Allora – tornando al nostro tema – se abolissimo gli Stati-nazione e le relative frontiere il problema si risolverebbe da sé: l’umanità si dislocherebbe a vivere dove può, senza etichette identitarie. La Terra diventerebbe un vero villaggio globale.

Beppe Pavan, Confronti, 4 Settembre 2020