Viviamo negli ultimi mesi in un rapporto straordinariamente ravvicinato con il tema della morte e questo ha generato un senso diffuso di panico. É vero ci sono altre questioni sul tappeto: crisi economica e sociale, distruzione dei legami interpersonali, incertezza per il futuro… Un futuro che improvvisamente non è lontano ma è domani, il mese prossimo, l’anno prossimo.

Ma tra tutte le preoccupazioni contingenti pur tragiche e pressanti, una su tutte campeggia. Quella della morte. Non espressa a parole, né esplorata col pensiero, essa pervade questi giorni, chiede attenzione, urta.

Le immagini che la stampa ci propone, i numeri sempre più allarmanti, i letti ammassati delle terapie intensive, rendono infatti palese qualcosa che la cosiddetta “civiltà dei consumi” ha tentato in ogni modo di oscurare, e come era prevedibile, il nostro delirio di onnipotenza mostra le sue radici infantili: l’impazienza, una paura irrazionale, la ricerca di un colpevole chiunque sia (governo, cinesi, medici, untori vari…)  e soprattutto il bisogno di un padre consolatore declinato a seconda del pensiero di ognuno, come scienza, Dio onnipotente, magia e superstizione, uomo forte al comando.

Improvvisamente si rivela falsa, la consolazione tutta occidentale, che ormai la medicina ci avrebbe fatto vivere fino a cent’ anni e più!  Si è infranto il sogno di una vecchiaia redenta da preparati “anti- qui” e “anti- li”! Mai più nonni, mai più anziani.

Vivere in eterno, eternamente giovani, ci pareva diventato possibile.

Un’ottimismo davvero fanciullesco, visti i pericoli imminenti che, pur incombono all’orizzonte. L’avvelenamento progressivo del nostro cibo, la distruzione degli ecosistemi, il balzo di malattie e tumori causati da emissioni tossiche e polveri sottili, l’esclation degli armamenti nucleari, l’esodo di intere popolazioni… Evidentemente questi pericoli, non erano percepiti come rischiosi per noi, ma solo per altri “e per un non ben definito “altrove”…

In questi anni, dunque, un vivere “giocoso”, alimentato dal consumismo, mascherato da progresso, ha nascosto, con astuzia, i luoghi del dolore, della malattia e della morte. Luoghi di sconfitta, di ripensamento, di consapevolezza. Luoghi dai quali si sarebbe potuto cogliere il grande inganno…

Ma ora siamo costretti a guardare in faccia la soglia… la morte è diventata un’opzione possibile, tremendamente reale, tremendamente vicina. La comunicazione battente, che prima ci propinava il Bengodi, ora ci obbliga a considerare questo nuovo spiacevole prodotto.

Improvvisamente temiamo la sofferenza della separazione (dai nostri amori, dalle nostre case, dalle nostre passioni…), siamo costretti a fare un bilancio delle nostre vite, delle nostre relazioni, ci preme dare un senso a ciò che facciamo e speriamo. Smesso di consumare parossisticamente, rimane uno spazio/tempo vuoto nel quale abitiamo “soli” e ci confrontiamo (non sempre volutamente) con le radici del nostro essere e della nostra storia.

Ci confrontiamo ad esempio, (credenti e non), con un dopo misterioso che incombe. Un dopo mai pienamente “rivelato”. Suggerito soltanto. Sperato in qualche caso. Accettato per fede. Ma certo mai conosciuto, ne esplorato. Le religioni storiche, specialmente il cristianesimo, hanno riempito quel dopo di realtà costruite a immagine del prima: tribunali, giudici, colpa, pena, premio, sofferenza, gioia, perdono, redenti e dannati…

Ma con l’avanzare della scienza che ha penetrato l’universo, dimostrando che lassù ci sono stelle, pianeti, galassie,energia, materia oscura e buchi neri, ma niente Dio o paradiso… il cielo si è svuotato, le nostre immaginifiche costruzioni sono irrimediabilmente cadute.

É finita l’era del “Dio tappabuchi” messo lì, per dare spiegazioni all’inspiegabile.

Dunque dove finiremo? Dio in quest’ottica è ancora necessario?

Di certo Dio ha bisogno di essere ridefinito!

Se non concepissimo più Dio come “un theos” (cioè come padre, re, giudice dell’universo, creatore, persona), ma come un’ “essenza/sostanza” generatrice eterna di vita, di cui noi (il nostro intelletto) siamo un’espressione/un attributo, la morte non sarebbe che un ritorno all’origine, una resurrezione (nel senso che, ritornati là da dove siamo venuti, vivremo in eterno).

Un cielo e un Dio liberato dalle nostre visioni “troppo umane”, rende la morte più comprensibile. E se pure il dolore del distacco resta, ci può consolare il ricordo di un tempo, di uno spazio nel quale abbiamo cercato di “essere insieme” nel migliore dei modi.

Perché è chiaro che in questa rinnovata visione di Dio, la responsabilità del “vivere bene” non è un gesto di obbedienza, in vista di un castigo o di un premio, ma ricade sulla nostra coscienza.

È qui, sulla terra, che realizziamo il nostro riscatto e la nostra felicità. É qui il luogo in cui ci dobbiamo “sentire responsabili dell’altro, vederne il volto, assumerne il destino, amarlo senza pretese di dominio, vivere capaci di non rispondere al male”.

Non in un dopo “alienato e alienante” al quale delegare una giustizia inutile e tardiva, che mantiene legati gli oppressi, gli esclusi, i poveri alle loro catene “nei secoli dei secoli”.

In questo tempo dunque, messi di fronte a un “dopo” che incombe, impariamo a cogliere, oltre il dolore, l’impegno per una vita più attenta, oltre la precarietà, la presenza nel mondo di un Dio che continuamente/meravigliosamente/eternamente si manifesta, oltre la paura, l’infinito/amabile/Dio nel quale “sprofondare” per l’eternità.

don Paolo Zambaldi