Ci sono poetesse (poete) come Teresa Zuccaro, Dina Basso, Annalisa Manstretta e molte altre le cui opere compaiono nei cieli come felici comete, ma che poi spariscono. Eppure, la poesia degli ultimi cinquanta anni è donna, ha una voce autentica, potente, che prima non c’era. Allora, dove finiscono le donne?

 

Persona fra le persone

Ma che fine fanno le donne? Mi chiedo spesso. Quelle brave, intendo. Quelle che compaiono nei cieli come comete, che tu segui fino al momento, improvviso, in cui spariscono. Credo che la poesia degli ultimi cinquanta anni sia donna, per lo meno laddove c’è una novità forte, una lingua e una visione che si impone con evidenza, lì c’è
quasi sempre una donna.
La donna, per un sacco di ragioni note che qui sarebbe lungo elencare, non ha una struttura fondativa, non è autoreferenziale, non si applaude, sta, persona tra le persone. E negli ultimi anni ha finalmente trovato quella stanza tutta per sé dove far crescere tutte queste attitudini. La donna, per me, è quella della poesia di Wislawa Szymborska in cui si cerca la propria testa, in una foto, tra la folla: lei guarda la sua testa tra le teste e la vede «(…) non più unica / già simile alle simili» e ancora: «(…) è qualunque e non si vergogna / è scambiabile e non si dispera».
Questa disposizione a non ergersi a esempio di niente, una disposizione totalmente antiautoritaria, è storicamente «il femminile». E questo femminile è diventato, finalmente, storicamente dicibile. È per questo che sono tutte più brave – Wislawa Szymborska, Carol Ann Duffy, Margaret Atwood, Vivian Lamarque, Patrizia Cavalli – dei loro coetanei. Hanno una voce potente che prima non c’era, che prima era come schiacciata dallo stivale che Sylvia Plath riconduce al padre: «(…) ogni donna adora un fascista / la scarpa in faccia, il brutale / cuore di un bruto».
Allora mi chiedo perché spariscono. Sì, spariscono. (…)

 

Sarà forse pigrizia?

Mi chiedo però ragazze, perché succede questo? Perché forse non vi pubblicano? Forse non vi impegnate abbastanza nella difficile arte del «conoscere gente giusta»? Forse la poesia ha una gestione fuori quote rosa?
Io una diagnosi ce l’ho. Siete pigre. Perché essere pigre, diciamolo, è meraviglioso. Non essere rose dai morsi dell’ego. Non essere affette da presenzialismo, immaginare che ci sia tempo per tutto, tempo per scrivere e tempo per crescere, per dedicarsi a qualcosa o a qualcuno. All’orto, alle piante. Tutte le volte che mi è capitato di organizzare convegni o letture, ho notato che le donne hanno molta voglia di dire di no. Viaggiare, mammamia. Spostarsi. Una serie di «se» e di «ma» che ti fa impazzire. Anch’io sono così. Vorrei andare nella casetta di Lucignana e muovermi solo per travasare fiori, per aprire la porta al cagnolino che vuole uscire, stendere i panni e così via.
Sarà per questo che le donne spariscono. Hanno da fare altro. Diceva Elsa Morante: «Lo scrittore è il contrario del letterato: anzi una possibile definizione di scrittore sarebbe la seguente: un uomo a cui sta a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura». Ecco, quell’uomo somiglia molto a queste donne.
Detto questo vorrei che le mie poetesse pubblicassero libri, perché vorrei leggerli. Chissà com’è il mondo visto da coloro che non scrivono. Io il mondo visto con gli occhi degli uomini lo conosco bene, a volte mi piace anche molto, soprattutto quando lo sguardo si fa tutt’uno con quello del puer, quando è malinconico, taciturno, alla Sbarbaro, per esempio. Oppure quando ha quello sguardo dolente che si posa sulle
povere belle cose del mondo, come Betocchi, per esempio. Ma oggi, ragazze, ho bisogno del vostro sguardo rovesciato, che mi parla del mondo come stando al contrario, con la testa in giù, con gli occhi degli altri, con gli occhi delle cose, con la vostra peculiare vista con granello di sabbia. Dove chi parla è il granello di sabbia, naturalmente. Perché così come lo raccontate voi, il mondo, è bello e nuovo e anche più divertente.

 

Alba Donati, Testimonianze. Con gli occhi dei poeti, 2018 nn. 2-3.