Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie.

Ungaretti, Bosco di Courton, luglio 1918

Questa più che una poesia, è una presa di coscienza della fragilità della condizione umana.

È la constatazione del disagio profondo provato dall’uomo/dalla donna, quando si sente dominato/a dalla paura del presente e dall’incertezza riguardo al futuro.

Non ci sentiamo forse anche noi così, specialmente ora, nei lunghi giorni di questa segregazione infinita, di questo autunno che ha risucchiato in sè ogni stagione?

E possiamo forse negare che, sebbene troppo spesso siamo tentati di sentirci padroni del mondo e ci affidiamo al potere, al mercato, alla scienza, alla medicina, alla tecnologia in modo troppo fideista, fino a considerarci quasi immortali, non ci riappaia con ostinata frequenza la sgradevole sensazione di essere una foglia fragile sull’albero della vita? Non è forse la nostra segreta ossessione?  

Come una foglia si nasce, si vive, si muore. E la prossima primavera altre foglie nasceranno cancellando per sempre le precedenti.

A questo non ci si rassegna… dover andare, senza lasciare traccia. Non ci si rassegna al ruolo di foglia, di “filo d’erba che oggi c’è e domani appassisce e muore e il suo posto non lo riconosce”… come dice un altro poeta/salmista. Non ci si rassegna alla precarietà… La si vive come un’ingiustizia.

Per questo, da sempre, abbiamo avuto avuto bisogno di immaginare paradisi oltremondani che ci garantissero una qualche felicità…

Abbiamo avuto bisogno di un Dio capace di amare e di prendersi cura di noi …

…di un Male, di un Satana, che si accollasse la colpa del nostro dolore, della nostra debolezza, della nostra morte…

…di un’ Eternità che cancellasse la nostra insignificanza…

Ungaretti, un ateo, si assume il compito di farci pensare che altro non siamo che una parte della natura… ma anche, senza esprimerlo a parole, di farci ridescrivere il volto di Dio.

Di farci pensare che un Dio come lo pensiamo non c’è: un Dio che ci salva da noi stessi. Che riempie le nostre debolezze. Che completa la nostra imperfezione.

Ci induce ad ammettere che forse Egli non ci ama nel modo in cui noi amiamo… instabile, capriccioso, misterioso, passionale, fisico…

Che non ci ama come un padre.

I padri da sempre amano il potere…

Che non ci ama come una madre

Le madri tengono i figli in un’eterna infanzia…

Ci induce a supporre che l’amore di Dio è forse semplicemente la sua eterna presenza nel tutto, è “la nostra possibilità di esserci”, di essere vivi, di pensare e di costruire relazioni che rendano il mondo un luogo di assoluta armonia, di sentirci parte di quella natura che troppo spesso vogliamo solo dominare!

In quest’ottica, morte e precarietà non sono più una qualche punizione, né un limite doloroso…

Nè l’opera del Maligno!

Sono il semplice respiro dell’universo che continuamente muore e rinasce, crea e ricrea, concedendo ad ogni sua umile parte, un ruolo e un senso.

by ELISA_451