Isolare una parola del lungo discorso o dialogo significa non prendere sul serio colui che parla.

Chi ascolta soltanto la melodia dell’oboe non coglie la sinfonia. E il fatto che l’ebraismo abbia canonizzato un Tenak a più voci e la chiesa una Bibbia che consiste nel Primo e Secondo testamento, sta a significare che la pluralità e la pluriformità del canone riflettono la ricchezza gloriosa e drammatica dell’agire di Dio.

E’ una pluralità che fa trasparire la complessità della vita e che ci offre tutta una serie di figure di speranza e di ricerca di Dio.

Ci sono momenti in cui Giobbe o Qoelet esprimono la “parola che Dio proferisce” o quando una parabola di Gesù o la testimonianza della sua risurrezione ci porta salvezza, ma anche altri in cui tante voci si uniscono in una possente orchestra, per affascinare l’intera comunità.

Ed è proprio questa multiformità della parola di Dio, come risuona nel Primo testamento, a preservare noi cristiani del rischio di cadere nella miopia cristologia e in una ecclesiologia di corto respiro.

Ed è quella che ci invita a diffidare da ogni sistematizzazione affrettata.

(Erich Zenger, ” Il primo testamento”, Queriniana, pag. 21)