Trent’anni fa cominciava la Guerra del Golfo, il primo conflitto “in diretta” della storia. In Iraq, ieri come oggi, il dramma è ancora tra la borsa o la vita.

Il cielo verde su Baghdad… Sono passati 30 anni da quella notte del 16 gennaio ’91. La prima guerra in diretta tv. Incollati davanti allo schermo, increduli. Certo, i giovani non possono ricordare, non erano ancora nati, ma è giusto tenere viva la memoria. Chi non ricorda Peter Arnett, mitico inviato della CNN. Nell’Hotel Rasheed, il più bello di Baghdad, alloggiai anche io qualche anno dopo, durante l’embargo. All’ingresso, tra le due porti scorrevoli, come uno zerbino, c’era un mosaico con il volto del presidente Usa e la scritta: Bush is criminal. Tutti quelli che entravano lo dovevano per forza calpestare. Saddam era ancora al potere. Cadrà poi con la seconda guerra del Golfo, il 9 aprile 2003.

Ma io non sono un giornalista né uno storico. Non mi addentro in analisi di cui non sarei capace. Però credo sia giusto ricordare la follia della guerra “avventura senza ritorno”. Così recitava la preghiera scritta da Giovani Paolo II, che forse dovremmo riscoprire.

Parole tragicamente profetiche.  In quella guerra si stima siano morte 200.000 persone, la maggior parte delle quali civili.  Ma chi ha mai contato davvero i morti iracheni? Sappiamo il numero dei soldati morti delle varie nazioni che parteciparono a questa guerra. Abbiamo anche scoperto che furono usate le armi al fosforo bianco e all’uranio impoverito perché si ammalarono e morirono molti soldati Usa. La ‘Sindrome del Golfo’ venne chiamata. Ma che livello di contaminazione ha avuto la popolazione irachena? Chi se n’è mai occupato? Ecco, ricordare quella guerra vuol dire ricordare prima di tutto le vittime, altrimenti diventiamo complici!

 C’è un altro modo per vedere la guerra. Lo scrivevo qualche anno fa su Mosaico di pace: “Se si cerca su Google ‘borsa 17 gennaio 1991’ si possono vedere alcuni servizi del Tg2: “Primo giorno della guerra del Golfo. Come in tutto il mondo, anche in Italia sale la borsa: Milano +4,7%. Le Borse hanno detto sì a quest’operazione militare”.  Sembra banale dire che dietro ogni guerra ci sono interessi. Ma è così. E la storia ci dimostra che spesso i dittatori vengono coccolati quando servono, e poi bombardati e uccisi quando gli interessi cambiano. Vedi Saddam, Vedi Gheddafi. Ma abbiamo anche davanti agli occhi il Regime di Al-Sisi in Egitto. Ma facciamo troppi affari con la vendita delle armi, e quindi si tace su ogni violazione dei diritti umani. La stessa cosa vale per l’Arabia Saudita, a cui vendiamo le bombe della RWM. E anche in questo caso regna il silenzio sulla violazione dei diritti umani e sulle vittime innocenti dello Yemen. Proprio due anni fa, il 16 gennaio 2019 si giocava a Jeddah, in Arabia Saudita, la partita Juve-Milan. Pecunia non olet!

Ecco, riviviamo quei momenti di 30 anni fa in Iraq ricordando le vittime, “gli effetti collaterali” come vennero chiamati, in modo più elegante ed ipocrita, i ‘morti”.

 E con nostalgia e affetto vengono alla mente i tanti incontri, volti,  persone amiche…

Giovani, adulti, anziani. Cristiani, Musulmani, Yazidi.

Proprio Nadia Murad, donna Yazida, rapita come schiava sessuale dall’Isis e poi liberatasi, premio Nobel per la Pace nel 2018, ci ricorda ancora una volta le vittime. A partire dalle donne, sempre ‘usate e abusate’, ‘bottino di guerra’ in ogni guerra. Ce lo ricorda l’amica Giuliana Sgrena nel suo ultimo libro ‘Manifesto per la verità’. Lei giornalista rapita in Iraq nel 2005. Durante la sua liberazione venne ucciso dagli Usa il nostro Nicola Calipari.

L’Iraq… una serie infinita di ricordi, di viaggi fatti insieme a don Fabio Corazzina o anche da solo.  E quando mi chiedevano ‘cosa vai a fare in Iraq?’ . Rispondevo ‘niente, vado a trovarli’. Sì, perchè per tanti anni dopo le bombe, l’embargo e quant’altro, la popolazione irachena si è sentita sola. La visita di un amico era un avvenimento. Il ricordo va anche al vescovo di Mosul, Paulos Faraj Rahho, rapito e ucciso, nel 2008. Erano le avvisaglie di quanto sarebbe accaduto in seguito: l’escalation del terrore fino all’avvento dell’Isis. Già all’inizio del 2014, quando di Iraq non parlava quasi nessuno e i riflettori erano puntati altrove, ogni mese venivano uccise 1.000 persone. Più volte Pax Christi ha denunciato i pericoli e le violenze cui erano sottoposti i cristiani e le altre minoranze. Ma dov’era la comunità internazionale?».

Aveva ragione Giovanni Paolo II, la guerra è ‘avventura senza ritorno’.

Ma la speranza, la vita, è più forte della morte. E il viaggio in Iraq di papa Francesco, in programma dal 5 all’8 marzo prossimo, è davvero un gesto molto importante, pieno di pace e speranza. Nella terra di Abramo, a Ur dei Caldei, nella terra di Giona, a Ninive, l’attuale Mosul. Per incontrare i profughi, le vittime della guerra. E per stabilire ponti di dialogo interreligioso., Mi diceva l’amico Patriarca Louis Sako (conosciuto fin da quando era parroco a Mosul, e poi ordinato vescovo nel 2003) che il Papa è il Papa di tutti, non solo di noi occidentali romani. E quindi è probabile che celebrerà in rito caldeo, insieme anche ad alcuni preti sposati, cosa normalissima per quella Chiesa. E forse si arriverà anche a sottoscrivere con i responsabili Sunniti e Sciiti in Iraq, il documento ‘Sulla fratellanza umana per la Pace mondiale e la convivenza comune’ firmato da Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb , ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019.

Sono gesti di pace che vanno a cancellare, o almeno a lenire,  i segni della guerra.

A conferma di questo arriva la preghiera, composta dal Patriarca Sako, da recitare ogni domenica in tutte le chiese dell’Iraq (ma anche d’Italia volendo..) in preparazione al viaggio di papa Francesco: Signore nostro Dio, concedi al Papa Francesco la salute e la prosperità, affinché possa svolgere con successo questa visita attesa. Benedici i suoi sforzi per rafforzare il dialogo e la riconciliazione fraterna e per costruire la fiducia, consolidare i valori della pace e della dignità umana, specialmente per noi iracheni, testimoni di avvenimenti dolorosi che ci hanno toccato. Signore, nostro creatore, illumina con la tua luce i nostri cuori, affinché vediamo il bene e la pace e iniziamo a realizzarli.”

16 gennaio 2021                                    

Renato Sacco,  coordinatore nazionale di Pax Christi

http://www.bocchescucite.org/quel-cielo-verde-su-baghdad-di-renato-sacco/