Negli ultimi tempi noi cristiani del subcontinente abbiamo vissuto una peculiare esperienza spirituale, che ha segnato fortemente la nostra esistenza storica e ci ha offerto una spiritualità propria che si tramutò nella nostra divisa identificatrice di fronte al mondo intero. E consiste nel fatto che tutto il grande movimento storico, tutta la grande sintesi di pensiero, di valori, di sentimento, proviene in ultima istanza da un’esperienza spirituale fondante che lo abita nel profondo, come il proprio pozzo al quale ciascuno sazia la sua sete.

In America Latina ci sono molte spiritualità: dalle preconciliari o addirittura tridentine, fino alla New Age, passando per quella dei kikos, quella dell’Opus Dei, la carismatica… e per ogni tipo di fondamentalismi. Ma tutte quelle, sebbene siano cresciute qui, sono nate fuori, e lì, fuori dall’America Latina, c’è di loro più e meglio che non quanto ci sia qui. Ma c’è anche una spiritualità genuinamente latinoamericana, perfino latinoamericane per antonomasia, nate, cresciute tra noi, abbondano nella nostra terra resa fertile dal sangue dei martiri, e offerta al mondo come nostro carisma, nostra grazia, nostro dono peculiare, che lo Spirito ci ha dato “per l’utilità comune” ( 1 Cor 12,7). A quella ci riferiamo.

La spiritualità della Liberazione si è caratterizzata per aver posto in primo piano proprio il Gesù storico, il Gesù di Nazareth reale, e per aver confessato lui – non qualunque altra astrazione – il cristo Messia, il Figlio del Dio vivo, la Parola fatta carne e sangue. Poche spiritualità hanno posto al centro, come la nostra, la sequela di Gesù, il proseguimento della sua causa, la prosecuzione del suo camminare per la storia.

“Noi crediamo oggi, nel nostro mondo attuale, come Gesù credette in mezzo a quel mondo della pax imperiale romana”: questo significa essere cristiano, essere seguace di Gesù. E, per questo, poiché si tratta di credere come Lui, va’ fatto con il suo stesso Spirito, con quella sua “spiritualità del regno”. Questo è ciò che vogliamo che sia sempre la nostra Spiritualità della Liberazione.

Abbiamo scelto questo titolo perché esprime molto bene il centro, il fondamento, che sistematicamente può essere articolato in diversi elementi teologici, ma che nella fede di Gesù e nella sua passione per il Regno incontra senza dubbio il simbolo più emblematico e inglobante.

In Queste poche pagine, valendoci concretamente di categorie teologiche, vogliamo chiederci e rispondere sugli elementi fondanti della nostra Spiritualità Latinoamericana, questi elementi essenziali che la fanno essere ciò che è, e senza i quali non sarebbe già la medesima. In tempi – come quelli che corrono – di revisione, di insicurezza e persino di pentimenti superficiali, sarà bene fare uno sforzo per incontrare il fondamento essenziale, quello che sostiene l’edificio, senza il quale non sussisterebbe una spiritualità “latinoamericana”, nel senso detto.

In questa prospettiva dunque, ci chiediamo, “quali sono gli elementi fondanti della nostra spiritualità che traducono oggi la forma del credere di Gesù?

1. Una struttura storico-escatologica del religioso

Ci riferiamo alla struttura stessa del fenomeno religioso, che, come si sa, può assumere forme concrete molto diverse. In molte religioni l’esperienza fondamentale la si vive come una morale, come il compimento di una volontà divina esteriore nella cui obbedienza si radica la salvezza. Altre volte la religione è fondamentalmente l’accettazione (intellettuale e/o vitale) di una verità rivelata. Altra volte lo scambio nella relazione Dio/creatura è il culto e la ricezione di favori salvifici, in un tipo di religione ontologico-cultualista. Nessuna di queste forme generiche-comuni, per gli altri nell’universo delle religioni – corrispondere alla forma del credere di Gesù, sebbene si diano in molti di quelli che si dicono cristiani.

Credere come Gesù, implica una visione storica della realtà. Gesù aveva una concezione dinamica del tempo, storica, lineare, non ciclica né incatenata a se stessa, bensì aperta, lineare, con un alfa e un omega, con una percezione di Dio come di colui che cammina avanti a noi aprendoci il futuro e incaricandoci di costruire la storia.

Oggi è chiaro – scientificamente parlando e con i testi biblici in mano – il carattere storico-escatologico del messaggio di Gesù (di fronte alle altre interpretazioni classiche), carattere che fa sì che la sua sequela – il cristianesimo – non possa confondersi con una morale, né con un sistema di culto, una dottrina, o la semplice appartenenza giuridica ad una istituzione religiosa determinata. La “religione” di Gesù è una religione di carattere etico-profetico su una struttura storico-escatologica, non una religiosità ontologico-cultualista sul modello classico delle religioni (Dio sopra, gli esseri umani sotto).

L’escatologico qui allude alle relazioni tra escatologia e storia: non relazioni di giustapposizione né di discontinuità, bensì d’interpretazione e continuità; l’escatologico assorbe la storia facendola trascendere a sé medesima, e la storia è l’unico modo alla nostra portata di fare l’escatologia.

“Credere come Gesù” implica concepire la realtà come storia, come ciò che fa libero l’essere umano, incoraggiato da qualche utopia generatrice di senso. Da qualsiasi altro schema, da qualsiasi altra lettura della realtà si può essere religiosi, ma non si potrà “credere come Gesù”. E senza quello, neppure si potrà vivere la Spiritualità della Liberazione.

2. Dio come Dio del Regno

Molti credono in Dio, ma sono già meno quelli che credono nel Dio di Gesù, o, ed è lo stesso, sono meno quelli che credono in Dio “come ci credette Gesù”. Egli non credette in un Dio alieno dalla storia, né credette in lui come in qualcosa chiuso in se stesso, del quale si potesse parlare come separato da noi. Il Dio di Gesù è un Dio del quale si deve parlare sempre come una realtà duale: Dio e il Regno. Il Dio del Regno, e il Regno di Dio. Un Dio senza Regno (purtroppo tanto comune tra i cristiani) non ha niente a che vedere con la fede di Gesù (né con la spiritualità della liberazione).

Se un’esperienza religiosa o un testo (sebbene sia un documento ecclesiastico) parlano di Dio senza parlare del Regno, non riflettono la spiritualità di Gesù (né la spiritualità della liberazione).

Il Dio di Gesù è sempre un Dio con una volontà, con un progetto, con un’utopia: Dio “sogna” un mondo diverso, nuovo, rinnovato, degno dell’essere umano e degno di Dio. E questo progetto, questa utopia si chiama – nelle stesse parole della lingua aramaica di Gesù – malkuta Jahvé, Regno di Dio. Questo regno fu anche il progetto, il sogno, l’utopia di Gesù: la Causa per la quale visse, della quale parlò, con la quale sognò, per la quale rischiò, per cui fu perseguitato, catturato, torturato, e giustiziato. Gesù fu, in effetti, un lottatore, un “militante”, una persona con Causa, d’un pezzo. Così egli credette. Un cristianesimo senza il Regno come utopia, come causa per la quale vivere e per la quale morire, un cristianesimo che crede che le utopie – o la storia – già arrivino alla loro fine… poco o niente ha a che vedere con Gesù. Egli credette in modo molto diverso.

Questo Regno di Dio fu il centro della vita e della predicazione di Gesù. Fu la sua “opzione fondamentale”, in parole di antropologia moderna; il suo “assoluto”, in parole più sistematiche. Egli sapeva che “solo il Regno é “assoluto”, (e che) tutto il resto é relativo” (EN 8). Il Regno di Dio (del Dio del Regno) è per Gesù il centro unificatore della sua esperienza religiosa, dei suoi sogni, del suo messaggio e predicazione; queste sono alcune delle ragioni più fondamentali della fede di Gesù; per quello spaventa il pensare che allontana dall’essere cristiano ( e dalla spiritualità della liberazione) tutto ciò che coscientemente o incoscientemente pone altre cose e non il Regno al centro del cristianesimo.

3. Mutua implicazione tra trascendenza e immanenza

Un tipo determinato di relazioni tra escatologia e storia implica anche una relazione peculiare tra trascendenza e immanenza. Per Gesù non ci sono due storie, due realtà, bensì una sola. Trascendenza e immanenza sono dimensioni di una realtà globale unica. La salvezza sta già nella storia e nel suo processo di Liberazione verso la pienezza escatologica.

Sebbene il regno non sia di questo mondo per la sua origine (ha la sua origine in Dio: “Il mio regno non è di questo mondo”, Gv 19, 36), sta già in mezzo a noi manifestandosi nei processi di liberazione (“Se scaccio i demoni è perché è giunto il Regno di Dio e sta’ in mezzo a voi” Mt 12, 28; Lc 7, 18-23) a diversi livelli e in tutti i campi. Ogni liberazione che qui viviamo mostra che l’azione di salvezza escatologica si anticipa, fermentando già da ora la realtà che sarà pienamente trasfigurata nell’escatologia. E questo é ciò che ci permette, come a Gesù, di essere contemplativi nella storia, nei suoi processi, nelle sue trasformazioni.

Ogni dualismo tra trascendenza e immanenza, tra le cose di sopra e quelle di sotto, tra questo mondo e l’altro, le cose divine e le cose del mondo, non procede dalla fede di Gesù, né identifica la spiritualità della liberazione.

4. Realismo pratico

La passione per la realtà, di partire sempre dalla realtà, di studiarla e coglierla adeguatamente, e di tornare ad essa dopo il momento riflessivo col proposito di trasformarla e avvicinarla alle esigenze del Regno, non è solo una caratteristica metodologico-pedagogica o perfino un modo di fare psicologico peculiarmente latinoamericano, bensì è anche uno spirito, un’esperienza spirituale genuinamente latinoamericana.

Questo realismo include la volontà di conoscere più e meglio la realtà, di analizzarla, di scoprire le cause storiche e strutturali, di discernere i meccanismi e le strategie per essere più efficaci nel nostro amore, poiché il nostro amore vuol essere intelligente ed efficace. Gesù, che non aveva gli strumenti analitici di cui disponiamo venti secoli dopo, stesso mostrò la stessa preoccupazione di denunciare i meccanismi tante volte nascosti nella realtà, e di misurare il nostro cuore con la pratica dell’amore (Mt25). Gesù fu profondamente realista: non si lasciò ingannare dalle parole non accompagnate dai fatti, nemmeno quando son parole di orazione (Mt 7,21).

5. La misericordia

Gesù fu spinto da una passione, da una misericordia fondamentale che gli ardeva nel cuore. Il suo punto d’appoggio non era una dottrina teorica o un’analisi sociologica, bensì il commuoversi delle sue viscere di fronte a tutto il dolore e la sofferenza, segno dell’assenza di Dio.

La spiritualità della liberazione fece della “indignazione etica” (o per la passione per la dignità, per volgere lo stesso in positivo) una esperienza fontale della misericordia vitale, una “opzione fondamentale”. Nel profondo di ogni vita umana vissuta con profondità c’è una passione per la dignità e per i valori e una reazione etica davanti alla realtà che li contraddice. Nella sofferenza del mondo ci sono dimensioni che compromettono i valori assoluti la cui integrazione è necessaria per poterci sentire persone umane. In questa esperienza ci sembra di toccare l’aspetto più sensibile dell’esistenza, qualcosa che ci concerne inevitabilmente e che provoca in noi una reazione incontenibile.

I Vangeli ci testimoniano abbondantemente la misericordia di Gesù, la sua compassione, lo sconvolgimento delle sue viscere commosse nel vedere la realtà, che lo fa vibrare di indignazione etica davanti all’ingiustizia, e di esultazione gioiosa nell’essere testimone della liberazione degli oppressi. Questa capacità di vibrazione, queste “viscere di misericordia” che gli danno una forza incontenibile, sono parte del modo di credere di Gesù. E anche della teologia della spiritualità.

6. Opzione per i poveri

Gesù percepisce l’esistenza di interessi contrapposti da parte di gruppi diversi della società che sono attori oltre le loro mere individualità. Gesù si riferisce a diversi “plurali”: i poveri, i ricchi, i maestri della legge, i farisei… E Gesù prende posizione in questa trama conflittuosa di interessi. Li legge a partire dalla “giustizia del Regno” e si pone in totale solidarietà con i poveri – di ogni classe: il povero economico, la donna, il bambino, l’emarginato, il lebbroso, il peccatore -. Questi lo sentono loro, a loro favorevole, e i nemici dei poveri sentono che non sta’ dalla loro parte.

Gesù, nonostante fosse la presenza tra noi dell’Amore stesso, non restò neutrale. Fu sempre inequivocabilmente allineato con i poveri, con le vittime dell’ingiustizia. E chiamò tutti – compresi i ricchi e coloro che si pretendono neutrali per motivi religiosi – a convertirsi e a volgersi alla solidarietà fattiva con i poveri.

Dio vuole che si realizzi il suo progetto, il Regno; vuole introdurre tutto nell’ordine della volontà di Dio. E ciò è una Buona Notizia per i poveri di tutte le classi: Gesù si dedicò entusiasticamente a propagarla: “Beati i poveri e i poveri di spirito, perché di essi è il Regno che viene!”.

Credere come Gesù implica anche fare nostra questa stessa presa di posizione e impegnare la vita a proclamare e a realizzare con i fatti questa Buona Notizia.

7. Nuova ecclesialità

Il ritorno a Gesù, la sua riscoperta ci ha fatto riscoprire anche l’ecclesialità. Il Vaticano II segnò un cambio ecclesiologico fondamentale. Se Gesù ebbe il suo assoluto nel Regno di Dio e questa fu la Causa per la quale diede la vita, la Chiesa deve seguirlo, deve credere come lui. Non c’è motivo che significhi un’autointronizzazione della Chiesa; nessun ecclesiocentrismo.

E’ la Chiesa come unione quella che ha superato -in teoria al meno- l’ecclesiocentrismo: il centro non è la Chiesa, bensì il Regno. E soprattutto: la Chiesa non è il Regno. La Chiesa è semplicemente “germe e principio del Regno”, e non l’unico, sebbene uno molto significativo. E’ una “mediazione del Regno”. Sta’ al servizio del Regno. Il suo unico senso è servirlo, accoglierlo, cercarlo, mediarlo, propiziarlo. A quello si vota interamente. Spendersi e logorarsi per il Regno, anche in quello che le toglie la vita: questo è l’obiettivo ed il senso più profondo della Chiesa.

Così, la Chiesa non è un mondo a parte, un ghetto chiuso in se stesso e con codici propri. Essere Chiesa è “vivere e lottare per la Causa di Gesù, il Regno”, ossia, “credere come lui”. Questa è la missione della Chiesa e la missione dei cristiani. E come il Regno è vita, verità, giustizia, pace, fraternità, amore… questa missione del cristiano coincide sostanzialmente con la missione stessa dell’essere umano. E’ “la grande missione” dell’essere umano su questa terra. Gesù non ha voluto sottrarci dal nostro compito umano, ma piuttosto concentrarci in quello con una nuova luce, col suo proprio Spirito. E questo è ciò che ha fatto. E fare lo stesso (“credere come lui”) è ciò che deve fare la Chiesa (e la spiritualità della liberazione).

8. Santità politica

L’esperienza di Dio che aveva Gesù, lo Spirito, il fuoco che si portava dentro, lo portò a non ridursi a vita privata, ma ad affrontare “il peccato del mondo”, del “mondo” che Dio tanto amò (Gv 3, 16) e al quale Dio inviò il proprio Figlio (Gv 3, 17), questo stesso mondo al quale Gesù finì inviando i suoi discepoli. Gesù condusse veramente una “vita pubblica”, non solo in quanto contrapposta alla sua “vita nascosta” a Nazareth, a noi sconosciuta, ma in quanto sovrapposta alla sua vita “familiare” o “privata”. Il messaggiodel Regno che Gesù predicò ha molto a che vedere con le strutture sociali e politiche del suo tempo, che si sentirono turbate dalla sua predicazione e dalla sua prassi. Infine, la sua morte fu conseguenza di questa sfida pubblica che quella proclamazione della volontà di Dio suppone in un mondo strutturato sopra il peccato.

Credere come Gesù oggi implica fare lo stesso in un mondo che si è complicato molto da allora, ma che ha fondamentalmente gli stessi problemi etici e la stessa necessità della Buona Notizia. Dio non vuole che ci “salviamo dal mondo”, ne forse che “ci salviamo nel mondo”, ma che “salviamo il mondo”. Che “restiamo nel mondo senza essere del mondo”, disse lui esattamente. E oggi dopo vari secoli, il mondo si è fatto cosciente dell’inevitabile dimensione politica, che è parte ineludibile della realtà, e la cui ignoranza non aumenta ma diminuisce le nostre responsabilità.

Cercando di “credere come Gesù” oggi, la spiritualità della liberazione fa della verità, della lotta per la giustizia e per la pace, dei diritti umani, del diritto internazionale, della creazione di strutture nuove di fraternità… virtù maggiori, che correggano e completino quelle virtù classiche più domestiche, individuali, conventuali, spirituali…

9. Macroecumenismo e dialogo religioso

Gesù non fu un “ecclesiastico professionale”. Il centro della sua fede non fu la Chiesa, ma il Regno, e proclamò la prassi della costruzione di questo Regno come il criterio escatologico della salvezza giudicherà tutti gli umani (Mt 25, 31ss): un criterio totalmente ecumenico, non ecclesiastico, non confessionale, neanche religioso, superiore a ogni razza, cultura, credo.

Credere oggi come Gesù implica misurare tutto con la misura del Regno. Per questo sentiamo più vicinanza con chi lotta per la Causa di Gesù – forse senza conoscerla ancora – che con quello che, a volte nel Suo nome – si oppone ad essa.

Questo è tremendo, ma è reale, ed è evangelico. Gesù stesso avverte questa maggior vicinanza. Egli si identificò più col samaritano che con il sacerdote ed il levita, più con la liberazione dei poveri che con il culto del tempio (Lc 10, 25ss); più con gli umili peccatori che con i farisei soddisfatti di sé (Lc 15, 11-32ss); più con colui che fa la volontà di Dio che con chi dice “Signore, Signore” (Mt 7,21); più con coloro che danno da mangiare all’affamato anche senza conoscere Gesù (Mt 25,31ss) che con coloro che fanno miracoli nel suo nome (Mt 7,22); più con quello che dice “no” ma fa la volontà del padre che con chi dice “si”, ma non la fa (Mt 21, 28-32)…

Gesù non ha piccole mire concentrate nella piccolezza della Chiesa. Ottimista, dalla sua visione della fede, Gesù mira più in là, e vede l’immensa messe, che Dio stesso seminò – senza la Chiesa – e che ora necessita di molti operai per essere raccolta (Mt 9, 38). Gesù non invia a seminare, ma a raccogliere questa messe incalcolabile che sta lì fin dapprima che arrivi lui. Ottimismo rispetto alla salvezza del mondo, visione contemplativa della realtà, attitudine positiva al dialogo e di andare ad incontrare gli altri, disinteresse istituzionale proprio… sono attitudini macroecumeniche di Gesù che la spiritualità della liberazione vuole fare sue.

In sintesi, inoltre, il detto: non si tratta tanto di credere in Gesù, quanto di “credere come Gesù”, con la sua stessa “spiritualità del Regno”. Poiché ci sono molti che credono “in Lui”, ma non credono “come lui”. Già lo sappiamo: anche i demoni credono “in Lui”, ma non gli serve a niente (Gc 2, 19)

“Seguire Gesù” – una metafora a volte già logorata – non consiste nell’andare per cammini esotici per i quali Egli non andò; consiste piuttosto nel continuare il nostro cammino “nello stesso modo in cui egli” percorse il suo: avendo di fronte il mondo e la storia come Gesù li ha avuti, avendo di fronte la realtà indomabile e la speranza, l’utopia e il realismo, l’indignazione e la tenerezza, la lotta e la contemplazione, e tutto ciò dalla prospettiva del Regno come centro di tutto.

Lui ha già fatto il suo cammino, quasi 2000 anni fa, e noi lo andiamo a ripetere, perché quel mondo ancora non esiste. L’imitazione e le ricette ripetute non servono, poiché siamo in un’altra parte del cammino, in questo altro tronco, ora neoliberale, e bisogna essere fedeli creativamente, tentando di fare non quello che lui fece, bensì quello che lui avrebbe fatto oggi qui, ossia, credere oggi e qui come crederebbe lui, con la sua stessa “spiritualità del Regno”.

Questo è, né più né meno, il fondamento della spiritualità della liberazione.

J.M. Vigil