Negli ultimi anni il tema “donna” pare ritornato con più vigore alla ribalta, complice (purtroppo) la lunga serie di uccisioni e maltrattamenti riportati con orrida continuità dagli organi di stampa.

Dico pare, perché nel dibattito,spesso condotto con superficialità e gusto per lo scoop, non ci sono quelle riflessioni profonde ed a mio avviso assolutamente necessarie, che erano emerse dal “femminismo”, negli anni ’70 – 80 del secolo scorso.

Riflessioni più rivoluzionarie e forti, perchè legate a una critica al sistema capitalista nel suo insieme.

Infatti la struttura di potere che alimentava il patriarcato, per cui la donna veniva tenuta in soggezione, si identificava allora con il rapporto padrone/operaio, classe dominante/ classe oppressa.

Quindi, si riteneva che solo un cambiamento di quei rapporti di forza economici (ridistribuzione della ricchezza, collettivizzazione dei beni, fine del padronato autoritario) avrebbe potuto generare una trasformazione anche all’interno dei rapporti di genere.

Infatti dalla conquista del potere (economico e politico), la donna (come il povero/proletario) era sempre rimasta esclusa. A lei non erano stati permessi gli studi, né una scelta diversa  dal matrimonio e dalla maternità, allo stesso modo della “servitù della gleba”, per cui il contadino o l’operaio non potevano che generare contadini o operai.

Ovviamente, nei secoli, per giustificare questa gestione del potere, si erano tirate in ballo teorie di predestinazione maschile (ben supportate dalle chiese), di impossibilità genetica, di una diversità che implicava, senza se e senza ma, un’inferiorità. Così come si attribuiva al povero la colpa di esserlo  complice la sua ignoranza, la sua inettitudine, la sua stupidità.

Confondere gli effetti con le cause è da sempre una strategia dei prevaricatori! 

Una donna infatti che rimanesse schiava e “diversa” e un povero che rimanesse schiavo e “ignorante” erano funzionali a un patriarcato padronale, a un sistema capitalista/liberista che opprimeva la maggioranza dell’umanità col solo scopo del profitto  contrabbandato con  il termine “progresso”.

Quindi la liberazione della donna veniva fatta coincidere, in quella riflessione, con la liberazione degli oppressi.

Le veniva riconosciuto il diritto di spezzare le catene che la tenevano legata consentendole di far parte di un movimento di riscatto non solo “femminile” ma umano. E soprattutto, liberata dai pregiudizi culturali che l’avevano fatta diversa, le veniva riconosciuto il diritto di affermarsi come “uguale” pur mantenendo la sua “specificità”.

Il dibattito di oggi mi sembra più limitato proprio in quanto avulso da una critica al sistema.

Infatti mentre da una parte si difende giustamente la donna, soprattutto presentandola come “vittima” dell’orco, dall’altra non si smette di consentirne lo sfruttamento “dell’ immagine” (esaltazione del corpo, della bellezza…), né si cerca abbastanza di sradicare il pregiudizio culturale (ancora intatto) che l’essere donna sia un limite fisico, caratteriale, intellettuale.

Nè si mostra abbastanza, soprattutto, il legame indissolubile tra maschilismo e gestione del potere.

Se infatti analizziamo a fondo tutti i pregiudizi di genere e non, scopriamo che hanno un denominatore comune: Il potere.

Il bisogno di esercitarlo senza limiti. La paura di perderlo. Il desiderio di esibirlo per ottenere credito sociale. Il desiderio di averlo tout court, desiderio di cui sono vittime anche le donne che ad esso sacrificano la loro identità.

Le cosiddette “donne in carriera”, per essere tali infatti, devono appiattirsi su un modello maschile, assumere atteggiamenti maschili, abiti o maschili o sessualmente accattivanti (stessa finalità), devono rinunciare alla famiglia, devono essere “uome”. Quindi è una non-vittoria. E’ un illusione.

Mi sembra che così facendo siano funzionali al patriarcato e vogliano solo occupare spazi di potere, con la stessa “cattiveria” dei maschi.

Altro discorso per le lavoratrici dipendenti.

Certo il “guadagnarsi il pane”, che garantisce alle donne autosufficienza e quindi liberazione dalla necessità di un partner, è stato una conquista assoluta. Ma all’interno dei rapporti di lavoro permane intatta “la differenza”: meno stipendio, poca considerazione, poca carriera, tempi stretti per la maternità, molestie e ricatti. E poi doppia giornata .Altra schiavitù . Oltre l’ufficio la casa, la spesa, i figli…i mariti che magari volenterosi, sono essi stessi oberati da lavori stressanti e /o precari, con orari che non lasciano spazi, né sufficiente energia psichica.

A mio avviso, quindi, si deve ripartire per la questione femminile da questa presa di coscienza: in un sistema capitalista che umilia e imprigiona , che pone il consumo e il lucro, come unico obiettivo, non è possibile alcuna liberazione che non sia collettiva.

Una liberazione che passi attraverso la centralità (riconquistata) della persona, con i suoi bisogni, i suoi diritti, i suoi sentimenti, la sua specificità.

Una liberazione che passi da una decrescita economica, che permetta il recupero del tempo, della profondità, della lentezza e della dolcezza per ricreare relazioni vere. Una liberazione dalla  cultura del tutto e subito che alimenta un consumismo distruttivo.

La donna non sarà mai libera, se continuerà ad accettare un mondo in cui il potere sia esercitato a danno della maggioranza.

Oppure si crederà libera perché si prostrerà a interpretare ruoli “nuovi” ma sempre ossequienti al potere di turno. Prima solo mamma e moglie, ora solo lavoratrice schiava. (Ricordo che la lavoratrice sovietica non ha conquistato nulla sul piano della parità di genere!).

Quindi parliamo sempre e con forza della liberazione della donna, ma non dimentichiamo mai di lottare con lei, per una liberazione integrale dell’umanità, per un capovolgimento dei rapporti, che liberi tutti ( maschi in primis) dalla “tentazione” della sopraffazione!

(don Paolo Zambaldi)