Oggi guardando alla scena politica mondiale ed italiana si nota un bisogno che si sta facendo nuovamente, pericolosamente, strada…

È quello che potremo chiamare il bisogno del “piccolo padre”. Che smantella l’idea “che la storia/l’esperienza insegna”.

Prendiamo il popolo russo. Fino alla rivoluzione d’ottobre, guardava con stupita devozione allo Zar come a un “padre”, un “piccolo padre” perché espressamente benedetto   dal “grande Padre”: il padreterno.

Il regime autocratico degli imperatori russi (e non solo) si basava infatti su questo profondo convincimento: che il loro potere derivasse da Dio stesso e dunque che le loro scelte fossero insindacabili, che rappresentassero sempre il meglio per il loro popolo, fatto di ossequienti ed adoranti sudditi/figli, quegli eterni “bambini” che erano loro affidati.

I russi non erano dunque considerati cittadini, uomini/donne liberi e coscienti, non potevano pretendere diritti, erano schiavi che baciavano la mano di che teneva le loro catene… Andavano in massa davanti ai cancelli del Palazzo d’Inverno per chiedere pane, istruzione, riforme necessarie pensando: “Lo Zar, il “piccolo padre”, ci ascolterà perché ci ama e vuole il nostro bene!”. E ci credevano davvero nonostante in cambio ricevessero piombo e pedate.

E lo stesso Zar (come tutti gli uomini soli al comando!) si sentiva onnipotente, giusto, provvidenziale.

Persino di fronte al plotone di esecuzione si dice che Nicola II Romanov non riuscisse a comprendere come il suo amato popolo, i suoi figli, lo volessero morto.

Ma eliminato “quel piccolo padre”, il bisogno di un tutore ad oltranza non abbandonò l’anima del popolo (nonostante la rivoluzione) come ha dimostrato e dimostra (se pur con diversi travestimenti), la storia successiva e recente della Russia.

Anche nella Bibbia troviamo racconti del genere. Gli ebrei reduci dalla schiavitù d’Egitto, con tutto il suo carico di disperazione e di orrore, invocavano, davanti a un Mosè esterrefatto, il ritorno al “padre faraone”. “Forse perché non c’erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dall’Egitto? Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto?” (Es 14, 11-12)

Erano schiavi che rivolevano le loro catene!

E ancora più avanti la scena si ripete, quando il popolo rifiuta la guida dei Giudici e chiede con forza a Samuele di ungere per loro un re, un prescelto, un uomo che risolva tutti i loro problemi… E a nulla valsero gli avvertimenti del Signore per bocca di Samuele: “Questo sarà il diritto del re che regnerà su di voi:

prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, li farà capi di migliaia e capi di cinquantine, li costringerà ad arare i suoi campi, mietere le sue messi e apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. 

Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. 

Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li darà ai suoi ministri. Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi cortigiani e ai suoi ministri. 

Vi prenderà i servi e le serve, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. Metterà la decima sulle vostre greggi e voi stessi diventerete suoi servi. 

Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà” (1Sam 8, 10-18)

Ma il popolo gli risponderà bellamente: “No! Ci sia un re su di noi. Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie”.

Il fascino dei “piccoli padri”! È una tentazione potente, delegare la responsabilità (combatterà le nostre battaglie!), non rischiare in proprio, guardare all’Uno…

Nella nostra Europa quella tentazione ha dominato drammaticamente la storia del secolo scorso e ciclicamente si ripresenta nei popoli che scelgono di affidare il loro destino a uomini che promettono di salvarli e che invece regolarmente si rivelano tiranni. “Piccoli padri” di ogni latitudine, di ogni colore, di ogni cultura, di ogni etnia.

Chiaramente la storia non si può semplificare, la storia non si ripete mai uguale a se stessa. I nuovi re non hanno mantello e corona, non usano le stesse parole, non hanno lussuosi palazzi d’inverno… Ma l’animus resta lo stesso, le finalità invariate, la brutalità e la sofferenza garantite.

E forse nemmeno noi, uomini così “moderni”, tecnologici, connessi, globali, non siamo molto cambiati nell’animo, rispetto ai servi della gleba russi o agli ex schiavi d’Egitto!

Quando siamo in difficoltà non ragioniamo più preferiamo regredire all’infanzia. Cerchiamo affannosamente un “padre” che con un suo atto di volontà risolva possibilmente in modo veloce e indolore la situazione. Fingiamo (e lo sappiamo bene!) di credere che egli si prenderà a cuore la nostra sorte, caccerà i cattivi, ci salverà da noi stessi. In cambio siamo disposti, ancora, a rinunciare a tutto ciò che conta: libertà di parola e di pensiero, diritti individuali e collettivi, dignità umana. Anche se non lo ammettiamo.

La cessione di sovranità infatti è comoda e rassicurante: allevia la responsabilità personale ed esenta dalla lotta, dal sacrificio, dal progetto. Così, quando le situazioni si complicano e servirebbe essere maturi, continua risuonare un lamento: “Almeno in Egitto avevamo da mangiare…”

Anche nella nostra vita di fede, non solo in politica!

Tantissimi cercano ancora un uomo/donna carismatico, un guru, un “piccolo padre” o una “piccola madre” che ci dicano cosa fare. Ci si affida a gruppi, chiese e movimenti che regolino tutta la nostra vita, che ci tengano come eterni bambini bisognosi di tutela. La risposta è sempre la stessa a tutte le latitudini e in ogni contesto: “Perché lui/lei sanno che cosa è meglio per te!”.

Questa esigenza poggia sicuramente sull’archetipo di Dio Padre. Un Dio che da lassù governa, punisce, salva, giudica e perdona con l’autorità di un re. Un’immagine che domina più o meno consciamente i nostri pensieri.

Ma è arrivato il momento di “uccidere simbolicamente questo padre” e con lui tutti i padri terreni, per vivere nella libertà di uomini e donne creati ad immagine di un Dio finalmente inteso come l’Eterna possibilità di vita, come ciò che ci permette di essere ciò che vogliamo essere, come colui che ci suggerisce l’amore/la relazione come orizzonte di senso.

E ora? E in Italia?

Che facciamo di fronte a una pandemia problematica sotto ogni punto di vista, con la prospettiva di una catastrofe ecologica che spingerà folle di uomini e donne oltre i nostri confini in cerca di pane, con il bisogno di rafforzare protezione e diritti?

Evochiamo ancora un “piccolo padre”, il sacerdote del potere, che con le sue abilità tecniche (una sorta di unzione secolare), risolva una crisi nata proprio dalla nostra incapacità di farci carico delle responsabilità riguardo al mondo che ci circonda! Non pare importante che liquidi la faticosa democrazia, che ristabilisca la gerarchia dell’avere, che ristabilisca i diritti dei pochi e i doveri dei molti (i soliti molti…).

E non si alza nessun Samuele a dire la verità!

don Paolo Zambaldi