Ogni anno è uso servirsi di una delle molte Haggadoth che fanno bella mostra nelle nostre case. Quest’anno io ho fatto ricorso a quella di rav Jonathan Sacks (z.l.). Indispensabile. Spiega rav Sacks che in antiche edizioni del trattato talmudico di Pesachim (118a) c’è un passo che ha lasciato perplessi i commentatori: “Rabbi Tarfon dice: Sul quinto bicchiere di vino recitiamo il Grande Hallel”. Eppure si sa che i bicchieri di vino da bere al seder sono quattro e non cinque. Le edizioni moderne del Talmud parlano infatti di quattro bicchieri. Come si interpreta allora l’affermazione di rabbi Tarfon sul quinto bicchiere?


Rashi afferma che si bevono solo quattro bicchieri durante il seder, ed è proibito bere il quinto.


Maimonide dice che c’è un quinto bicchiere, che è però facoltativo e non obbligatorio.


Ravad di Posquieres, contemporaneo di Maimonide, afferma che il quinto bicchiere dovrebbe essere bevuto, quindi, i primi quattro bicchieri sono obbligatori e il quinto è una mitzvà.


In conclusione, Rashi dice che non dobbiamo berlo, Maimonide dice che possiamo berlo, Ravad dice che dobbiamo berlo.

Il quinto bicchiere, allora, per rispetto a Ravad e a Maimonide lo si versa, ma per rispetto a Rashi non lo si beve. Questa è la storia della coppa di Elia, il quinto bicchiere, appunto.


Nell’Haggadah il numero quattro ricorre più volte: i quattro bicchieri di vino, i quattro figli che fanno le domande, le quattro domande di Ma Nishtanà sulle differenze fra la sera del seder e le altre sere.


Il Talmud Yerushalmi dice che i bicchieri di vino sono 4 perché nella Torah ci sono 4 espressioni di redenzione (Esodo 6:6): “1. Vi sottrarrò alle pene d’Egitto, 2. vi salverò dalla loro schiavitù, 3. vi redimerò con braccio teso e grandi atti di giustizia, 4. vi prenderò come mio popolo”.


Ma c’è anche una quinta espressione di redenzione in quello stesso passo di Esodo: “Vi condurrò alla terra che alzando la mano giurai di dare ad Abramo, Isacco e Giacobbe, e la darò a voi in eredità”


Anche qui, dunque, un quinto elemento che il Talmud Yerushalmi tace.


E poi, l’Haggadah menziona quattro versi della Torah riferiti all’esperienza dell’Egitto (Deut. 26:5-8) che cominciano con “l’arameo voleva distruggere mio padre…”, e questi quattro versi della Torah li commenta a uno a uno. Ma anche in questo caso esiste un quinto verso riferito all’esperienza dell’Egitto, che però l’Haggadah non menziona: “Lui ci ha condotto in questo luogo e ci ha dato questa terra, una terra che stilla latte e miele”.


In ciascuno di questi casi manca un quinto elemento, che viene taciuto. E il quinto bicchiere, quello di Elia, che non si beve, fa pensare al bicchiere che si rompe nel momento dell’unione matrimoniale, per ricordare la distruzione del Beth haMikdash.
Manca anche qualcos’altro: una quinta domanda nel Ma Nishtanà, oltre alle quattro poste dal più piccolo della famiglia, perché a Pesach c’è un’altra differenza, oltre a quelle citate dall’Haggadah. La Mishnà di Pesachim (10:4), infatti, dice che tutte le altre sere “si mangia carne arrostita, stufata, bollita, e questa sera solo arrostita”. Si riferisce ai tempi in cui c’era ancora il Tempio. Poi l’uso di mangiare l’agnello pasquale fu abbandonato, e quindi venne meno anche la domanda.


Ancora una volta, dunque, un quinto caso mancante, un ulteriore caso di incompletezza.


Quattro bicchieri invece di cinque, quattro domande del Ma Nishtanà invece di cinque, quattro espressioni di redenzione invece di cinque, quattro riferimenti all’esperienza dell’Egitto invece di cinque.


Ritorniamo allora ai quattro figli che pongono le domande: il saggio, il malvagio, il semplice e colui che non sa porre le domande.

Rav Sacks, citando il Lubavitcher Rebbe, si chiede se non ci si debba interrogare anche sulla possibilità che ci sia un quinto figlio, il figlio che alla tavola del seder non si è presentato, il figlio che non si è seduto assieme a tutti gli altri. Il figlio perduto. Fin qui, rav Sacks.


Forse è anche per questo figlio che dobbiamo fare il seder, per questo quinto figlio mancante, il figlio silenzioso, che non ha voce, il figlio che dobbiamo cercare per farlo tornare a tutti i costi alla nostra tavola.
L’insegnamento di rav Jonathan Sacks fa riflettere sul nostro dovere di non dare per scontata l’assenza di quel figlio, sul nostro dovere di impegnarci in ogni modo per farlo ritornare alla tavola della comunità.

Dario Calimani, (30 marzo 2021)

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