“Non si può ignorare che nella teologia evangelica – per quanto riguarda, ad esempio, il peccato originale, l’inferno e il diavolo, ma anche la cristologia e la Trinità – un biblicismo e un dogmatismo astorici e inclini al compromesso dominano il campo più di quanto il proclamato progressismo non voglia a mettere. Bultmann viene lodato, ma di fatto altrettanto ignorato quanto Harnack; si esalta la sua interpretazione esistenziale e si reprime la sua demitizzazione.

Nella teologia cattolica, a sua volta, si ammette solo malvolentieri che determinate asserzioni del concilio di Trento, ad esempio sui sacramenti, o persino del Vaticano I, sull’infallibilità del papa e dei concili, non possono venire suffragate dal Nuovo Testamento e dalla storia della Chiesa antica. Per paura della risorta inquisizione romana (J. Ratzinger) si osa presentare, nel migliore dei casi, delle curiose pseudosoluzioni (un’infallibilità «moderata» o «fallibile»); viviamo in una «Chiesa invernale», disse poco prima della sua morte lo stesso Karl Rahner.

Non  di rado proprio là dove non si parte per principio, in dogmatica, dall’alto è dato osservare un tipico salto nel modo di procedere: un dogmatico cattolico o evangelico, equipaggiato esegeticamente, incomincia a salire, un passo dietro l’altro la montagna, arriva però poi a un punto in cui non sembra più possibile proseguire il cammino della conoscenza teologica, ma improvvisamente il nostro teologo si trova, come trasportato da un aereo, sulla «vetta» e di là parla del Dio trinitario e dei suoi «misteri» come se nel frattempo avesse, per così dire, visto il cielo dall’interno.

In questo modo non si ignorano certo più i risultati della critica storica, ma li si trascura dal punto di vista speculativo, invece di accogliere la provocazione dell’esegesi e della storia dei dogmi e di modificare la propria teologia – anche in relazione ai ricordati grandi dogmi”.

Hans Küng, Teologia in cammino, Mondadori, 1987, pag. 219