Mi ha sempre colpita la straordinaria forza evocativa della musica, per cui l’ascoltatore viene letteralmente catapultato in altri tempi e in altri luoghi, nella Storia o nella fiction. La canzone, in particolare, può servire un’ideologia e diventarne un simbolo potente. Talvolta i brani nascono per narrare un fatto o rappresentare un movimento, come El pueblo unido jamas serà vencido, portato alla fama dagli Inti Illimani e simbolo della conquista della democrazia o We are the world, il brano più venduto nella storia della musica e premiato da 4 Grammy Award, che resta il punto di riferimento della lotta contro la fame in Africa. A volte la canzone viene semplicemente presa a prestito da altri contesti e le si cambia veste per raccontare altre storie, come facevano gli attivisti nelle marce per i diritti civili in America negli anni ’60 con We shall overcome, un antico spiritual afroamericano che veicola un messaggio di speranza aldilà delle sue specificità musicali.
Molti altri potrebbero essere gli esempi e tra i tanti, uno dei più curiosi è senz’altro quello che mi piace definire “il caso Bella ciao”, il must di ogni 25 aprile.
Partigiani ed etnomusicologi, sostengono che all’epoca Bella Ciao fosse cantata da pochi gruppi e come abbia fatto a divenire il simbolo della lotta partigiana, non ci è dato di sapere; forse ha avuto fortuna perché è orecchiabile, o forse perché il riferimento alla lotta contro un generico “invasore” incontra desideri e necessità di un ampio pubblico rendendola molto popolare, fatto sta che ogni italiano impegnato a ricordare la Liberazione si sente quasi in dovere di intonarla, con i bambini a scuola o di fronte a un cippo. Quest’anno, forse, anche in streaming, chi lo sa.
Bella ciao fa il suo ingresso sulla scena pubblica grazie all’omonimo spettacolo di Roberto Leydi, Pippo Crivelli e Franco Fortini presentato nel 1964 al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Come scrive Franco Fabbri “Bella ciao si candidava a inno semiufficiale di un antifascismo moderato, più patriottico che politico, lontano dall’intransigenza comunista lasciata all’opposizione”. Tra l’altro circolava allora la teoria per cui il testo che noi tutti conosciamo fosse in realtà la rivisitazione di un canto delle mondine, quindi quella melodia rappresentava tanto i canti di lavoro quanto la lotta per la libertà e l’opposizione al regime. In realtà, una dichiarazione di Vasco Scansani, mondino e sindacalista, avrebbe poi negato tutto: la Bella Ciao delle mondine l’aveva scritta lui, anni dopo la fine della guerra, per farla cantare a Giovanna Daffini.
Ma la storia può riservare sorprese interessanti. Nel 2006, in un negozietto di dischi di Parigi, il signor Fausto Giovannardi acquista per 2 euro un cd dal titolo “Klezmer. Yiddish swing music”, lo mette in valigia insieme agli altri souvenir e per qualche settimana lo dimentica. Un giorno qualunque, sale sulla sua auto, inserisce il cd acquistato in vacanza e a un tratto si ritrova a cantare Bella ciao, sulle note di un brano dal titolo Koilen. L’autore è Mishka Ziganoff, l’anno di composizione il 1919. Il signor Giovannardi è meravigliato e comincia a contattare studiosi e musicisti di ogni dove, per recuperare ogni informazione possibile sull’autore e sulle connessioni tra Koilen e Bella ciao. Come si può immaginare nascono svariate congetture sull’origine del brano e sulla biografia di Mishka Ziganoff, forse ebreo russo, o forse fisarmonicista zingaro trapiantato a New York e ancora una volta si prova a riscrivere la storia di quella canzone carica di significati e di immagini, più di quanti la canzone stessa avrebbe voluto.
E se è vero che molti canti partigiani hanno evidenti legami con la musica popolare russa, è comunque interessante pensare a quale giro possa aver fatto un brano yiddish del 1919, dall’Est Europa alle montagne dell’Italia occupata per unire chi combatteva contro l’invasore.
Ma è ancor più interessante vedere quante sfumature ha acquisito oggi quel brano, perché da qualche anno è uscito dal contesto specifico del 25 aprile per entrare in molti altri spazi ed esprimere semplicemente l’anelito alla libertà e il desiderio di opporsi a un regime, quale che sia.
Bella ciao si canta tenendosi per mano o tenendo alti gli striscioni e le bandierine, unendo le voci di generazioni diverse, senza per forza domandarsi quale sia la sua reale origine e quali le intenzioni di chi nei decenni l’ha intonata. A volte la si canta semplicemente per la forza che trasmette.
E così succede che nella stessa Parigi in cui Fausto Giovannardi ritrova un pezzo di memoria storica e musicale italiana grazie a un cd di klezmer, il musicista bosniaco Goran Bregovich fa ballare una folla oceanica sulle note di quel canto italiano (?) partigiano (?) russo (?) yiddish (?) che ha la straordinaria capacità di raccontare storie differenti.

Maria Teresa Milano, moked.it, ‍‍25/04/2021

https://moked.it/blog/2021/04/25/cantare-bella-ciao-in-chiave-klezmer/