I legionari di Cristo, da anni nell’occhio del ciclone per gli abusi commessi dal proprio fondatore, padre Marcial Maciel Degollado (pedofilo seriale: 60, ufficialmente, i minori abusati, tra cui anche i suoi figli), che provocarono il commissariamento della congregazione da parte del Vaticano, una visita apostolica e un lavoro faticoso di riforma (sfociato nei nuovi Statuti in vigore dal 15 settembre 2020, approvati dalla Santa Sede in via sperimentale per 5 anni), è ora di nuovo al centro di uno scandalo, legato stavolta a complesse vicende finanziarie.

Tutto è emerso dalla rivelazione dei cosiddetti Pandora Papers, documenti frutto di un’inchiesta giornalistica internazionale coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ, una rete internazionale con sede a Washington, promossa nel 1997) e divulgata a circa 150 testate informative di tutto il mondo, che ha analizzato quello che è il più grande leak (fuga di notizie) di dati sensibili riguardanti i paradisi fiscali nella storia, ideale proseguimento dei Panama Papers e dei Paradise Papers, altri due leak di questo genere, resi pubblici nel 2016 e nel 2017.

Ebbene, dalle rivelazioni che progressivamente emergono dalla pubblicazione dei dati dei Pandora Papers – 12 milioni di file, per quasi 3 terabyte di peso – tra gli affari segreti di decine di leader mondiali, tra cui figurano capi di Stato e primi ministri, ministri, giudici, sindaci e generali, uomini d’affari, star del mondo dello spettacolo, figurano anche i Legionari di Cristo, che avrebbero creato un piano finanziario per ricevere denaro in Messico e non denunciarlo al Vaticano, che ha preso il controllo della Legione a causa delle accuse di pedofilia contro il suo fondatore, Marcial Maciel. Una ulteriore dimostrazione di come – al di là delle posizioni teologiche e del posizionamento politico dei movimenti cattolici tradizionalisti – del fatto che essi gestiscano una enorme mole di denaro. I cui movimenti sfuggono (o vengono lasciati sfuggire) allo stesso controllo dei vescovi diocesani e dello stesso Vaticano.

Come in questo caso: secondo i  Pandora Pandora, sin da quando papa Benedetto XVI aveva designato il card. Velasio de Paolis, allora responsabile delle finanze vaticane e uomo di fiducia del papa per mettere ordine sull’enorme patrimonio finanziario dei Legionari. Tale processo era durato due anni e mezzo e la relazione finale intendeva certificare il rinnovamento dell’istituzione. Eppure, il 6 luglio 2010, tre giorni prima che venisse resa pubblica la nomina di De Paolis, quando il Papa aveva già comunicato all’interno dell’istituzione religiosa il nome del nuovo “controllore”, la congregazione aveva aperto un trust irrevocabile (un tipo di struttura che non può essere modificato o rescisso senza il permesso del beneficiario, in questo caso i Legionari di Cristo), che faceva capo a un intricato sistema finanziario, composto di altri due trust, che consentì nel giro di pochi anni ai Legionari di accumulare più di 295 milioni di dollari (254 milioni di euro) in asset con investimenti in settori come quello immobiliare, tecnologico o petrolifero. L’entità, chiamata The Retirement and Medical Charitable Trust (RMCT), venne creata in Nuova Zelanda dai Garza Medinas, potentissima famiglia di imprenditori messicani legati alla congregazione (uno dei nipoti del patriarca, Luis Garza Medina, divenne vicario generale della Legione e si stava preparando a succedere a Marcial Maciel, prima dello scandalo che colpì il fondatore); secondo l’atto di creazione il trust era nato per «raccogliere donazioni e fare investimenti» e, con quei soldi, «assistere finanziariamente i membri in pensione, affetti da malattie mentali o feriti in qualche incidente». Dietro la facciata benefica, Il sistema includeva invece altri due trust, nati in quello stesso anno 2010: il Salus Trust, creato da Luis Garza Medina, e l’AlfaOmega Trust, fondato dai fratelli Dionisio e Felipe de Jesús, soci d’affari di Garza Medina. Secondo quanto rivelato dai Pandora Papers, i tre trust dichiarano lo stesso domicilio in Nuova Zelanda, condividono i loro amministratori e hanno conti con le stesse banche svizzere. Salus Trust e AlfaOmega Trust, facevano investimenti e trasferivano denaro attraverso conti in Svizzera, filiali in Inghilterra e negli Stati Uniti, consulenze commerciali in Spagna e investimenti in Messico, il cui beneficiario finale era il fondo RMCT dei Legionari.

Per nascondere le risorse al controllo Vaticano, i Legionari di Cristo avevano incaricato la società Aspen Trust Services Limited, che aveva progettato lo schema in base al quale le risorse venivano trasferite dai conti svizzeri di AlfaOmega e Salus Trust a tre filiali situate negli Stati Uniti Regno Unito e Stati Uniti.

I soldi sarebbero poi stati investiti in una trentina di società e fondi azionari messicani e stranieri, scelte grazie alla consulenza della società spagnola Proaltus Capital Partners, SL. «Tra gli investimenti effettuati ci sono edifici residenziali in Florida, Indiana, Illinois, Iowa e Texas, dove è stato scoperto che gli inquilini che sono rimasti indietro con i pagamenti hanno dovuto affrontare tattiche aggressive, come gli sfratti durante la pandemia», afferma la pubblicazione.

Da parte propria, la congregazione ammette che «I fondi fiduciari AlphaOmega Trust e Salus Trust sono stati creati da un sacerdote membro della Congregazione e da alcuni suoi familiari» e ma sottolinea che «la Congregazione e alcune opere di apostolato hanno ricevuto prestiti da questo sacerdote e da questi fondi fiduciari, prestiti che devono essere restituiti ai fondi AlphaOmega Trust e Salus Trust».

La vicenda ha un precedente, nel 2017. Anche allora, all’epoca della pubblicazione dei “Paradise papers? emerse che il Legionari possedevano una rete di società offshore, collegata a un indirizzo di Roma: via Aurelia 677, la sede del quartier generale dei Legionari in Italia. Si trattava di un modo per custodire i ricavi milionari delle realtà educative dei Legionari e gestire in forma anonima le rette pagate da oltre 160mila studenti in tutto il mondo, con entrate pari a 300 milioni di dollari l’anno. All’epoca, la congregazione aveva assicurato che non avevano più questo tipo di architettura finanziaria, ma che fosse qualcosa di tipico dei tempi di Marcial Maciel: «Oggi – dichiarò il portavoce dell’epoca, Aaron Smith – la Legione di Cristo non ha società offshore, né ha risorse in società offshore». Tesi ribadita anche oggi, dato che – secondo i Legionari – la Nuova Zelanda non si può definire un “Paradiso fiscale”. 

Valerio Gigante, Adista Notizie n° 37 del 23/10/2021