Il problema principale del nostro tempo è capire se stiamo assistendo al rifiuto su scala mondiale della democrazia liberale e della sua sostituzione con una qualche forma di autoritarismo populista.  Possiamo trovare forti indicatori di questa tendenza nell’America di Trump , nella Russia di Putin e nella Turchia di Erdogan. Inoltre ci sono diversi casi di leader autoritari già al potere (Orban in Ungheria, Duda in Polonia) e di seri candidati a un governo autoritario  di destra in Francia e in Austria e in altri paesi europei. La popolazione complessiva di questi paesi è quasi un terzo di quella del pianeta. Nonostante il crescente allarmismo disponiamo di poche spiegazioni convincenti per questo slittamento globale verso destra.

(…) Prendiamo la Russia di Vladimir Putin. Nel dicembre del 2014 Putin ha firmato un decreto che ha inaugurato una politica culturale fondata sulla massima “la Russia non è Europa”. Tale documento, riflettendo un’ aperta ostilità verso la civiltà occidentale e il multiculturalismo europeo, definiti da Putin, con espressioni sessualmente cariche “Castrati e sterili” fa della virilità russa una forza politica. Questa retorica segna un ritorno esplicito ai valori russi tradizionali e si riaggancia a una lunga storia di sentimenti slavofili e di politiche culturali filorusse. La politica in esso delineata auspica la creazione di uno spazio culturale unificato in tutta la Russia e dichiara che l’unicità è l’uniformità culturali russe sono strumenti fondamentali per la lotta contro le minoranze culturali in patria e i nemici politici all’estero.

Anche la Turchia di Recep Tayyip Erdogan ha fatto della cultura il teatro della sovranità. La strategia di Erdogan consiste principalmente nell’ invocare un ritorno alle tradizioni ottomane, alle loro forme linguistiche e alla grandezza imperiale (un’ideologia definita dai critici “neo ottomanesimo”). Questa visione della Turchia codifica anche le sue ambizioni globali e la sua opposizione agli interventi russi in Medio Oriente, ponendo un freno alla ambizione del paese di entrare nell’Unione Europea. Inoltre, l’atteggiamento neo-Ottomano è una componente fondamentale del tentativo di Erdogan dostituire il nazionalismo secolare di Kemal Ataturk, icona della Turchia moderna, con uno stile di governo più religioso e imperiale. Il paese ha subito una fi emarginare e sorte censura delle sue istituzioni artistiche e culturali insieme alla repressione diretta del dissenso politico popolare.

Sotto molti aspetti il migliore esempio di come i nuovi leader autoritari producano e mantengano una strategia populista, è rappresentato dal caso di Narendra Modi, l’ideologo di destra attualmente primo ministro indiano. Modi Ha alle spalle una lunga carriera come militante e attivista della Destra Indù ,è stato governatore dello stato di Gujarat dal 2001 al 2014 ed è stato implicato nel genocidio dei musulmani locali nel 2002 innescatosi dopo che alcuni di essi avevano assaltato un treno che trasportava pellegrini indù. Egli è un sostenitore dichiarato dell’Hindutva ( il nazionalismo Indù) come ideologia di governo e al pari di molti altri figli dell’attuale covata populista nel mondo, unisce un nazionalismo culturale radicale a politiche e progetti marcatamente neoliberisti. Durante la sua leadership giunta ormai al terzo anno si sono moltiplicati in modo inaudito gli attacchi alle libertà sessuali religiose culturali e artistiche come conseguenza dello smantellamento sistematico dell’eredità laica e socialista di J. Nehru e della visione non violenta del Mahatma Gandhi. Sotto Modi, la guerra con il Pakistan è sempre a un passo, i musulmani dell’India vivono in uno stato di crescente paura e i dalit i cosiddetti Intoccabili ,la casta più bassa, sono ogni giorno aggrediti e umiliati impunemente. Modi ha coniugato il lessico della purezza etnica con la retorica della pulizia e dell’igiene.

Lo stesso vale per il nostro ultimo incubo la vittoria di Donald Trump alle elezioni americane del 8 novembre 2016. Questo evento è ancora molto recente, per cui è difficile fare considerazioni col senno di poi. Tuttavia Trump ha già iniziato ad attuare il suo programma elettorale, attraverso le nomine dei membri del suo governo e le sue dichiarazioni politiche.(..) il messaggio di Trump che coniuga misoginia, razzismo, xenofobia e megalomania in un modo che non ha precedenti nella storia recente, si basa su due messaggi estremi ,uno implicito e l’altro esplicito.
Il messaggio esplicito è la sua volontà di rendere di nuovo grande l’America, ampliando le opzioni militari in territorio straniero, rinegoziando alcuni trattati commerciali che a suo dire hanno ridotto il prestigio e la ricchezza degli Stati Uniti, affrancando le imprese americane della pressione fiscale e dai vincoli ambientali e soprattutto mantenendo le promesse di schedare tutti i musulmani  presenti sul suolo americano, di deportare i clandestini, rafforzare le frontiere e aumentare in modo massiccio i controlli sull’immigrazione.
Il messaggio implicito è razzista e razziale e si rivolge ai bianchi americani che sentono di aver perduto la loro ascendenza immaginaria sulla politica e sull’economia americana a vantaggio dei neri ,dei latinos e degli immigrati di ogni tipo. (…) E’ la prima volta che un messaggio sul potere dell’America nel mondo diventa uno specchietto per le allodole finalizzato a rendere di nuovo i bianchi la classe dominante degli Stati Uniti, il messaggio sul salvataggio dell’economia americana è stato trasformato in un messaggio sulla salvezza della razza bianca. 
(testo tratto da: Arjun Appadurai, L’insofferenza verso la democrazia, in La grande regressione, Milano, Feltrinelli, 2017, pag. 17-29)  

Arjun Appadurai (Bombay, 4 febbraio 1949) è un antropologo statunitense, di origine indiana. 
Nato in India, ma formato negli Stati Uniti, è considerato uno dei massimi esponenti degli Studi postcoloniali. I suoi lavori, incentrati prevalentemente sulle riconfigurazioni culturali tipiche della modernità causate dai processi di globalizzazione e dall’avvento dei nuovi media, sono per certi versi assimilabili alla corrente detta “Cultural studies”. Egli parla della indigenizzazione un processo per cui un oggetto o un comportamento proveniente dall’esterno viene tradotto nella cultura indigena e quindi viene introdotto nella situazione locale. Le sue riflessioni partono da studi di casi particolari, ad esempio ricerche etnografiche in villaggi Tamil nell’India meridionale postocoloniale o studi sugli ingegneri informatici di origine indiana della Silicon Valley, per giungere a considerazioni sui concetti di modernità e globalizzazione. La propria provenienza dalla moderna borghesia indiana e la migrazione come studente e poi come professore negli Stati Uniti sono altre esperienze utilizzate come spunto di riflessione.