Non Una Di Meno. Non ci si può accontentare di qualche legge o di qualche diritto strappati con fatica e subito divenuti oggetto di una violenta misoginia. La civiltà che ha avuto per secoli come protagonista un unico sesso oggi mostra le sue radici distruttive, sugli umani e sulla natura

Di un femminicidio che avviene ogni tre giorni non è più tollerabile che si dica che è un “fenomeno strutturale”, legato alla cultura maschile di secoli, senza che gli uomini aggiungano “ci riguarda”.

La violenza sulle donne, l’integralismo antiabortista, le molestie, i ricatti sessuali sul lavoro, emergono oggi non a caso in una forma arcaica e selvaggia – potere di vita e di morte – di fronte alla libertà delle donne che molti uomini sono incapaci di tollerare, altri tollerano in silenzio, altri evitando di alzare gli occhi e la voce contro la barbarie assassina dei loro simili.

Gli attacchi alla libertà femminile si può dire che hanno passato il limite, legittimati nel nostro paese da quel misto di sessismo, razzismo che viene dal cattolicesimo integralista e da governanti preoccupati di proteggere la purezza della “stirpe italica”. Le voci che si fanno sentire sono quelle dei politici e della associazioni che dietro al simbolo della croce, dello slogan “pro vita”, alimentano l’odio e cercano di far passare la loro profonda misoginia attraverso le leggi.

Pochi giorni fa, davanti alla clinica Mangiagalli a Milano, mentre erano in corso aborti terapeutici praticati da una instancabile ginecologa, Alessandra Kusterman, è comparso un enorme manifesto dell’associazione “Ora et labora. In difesa della vita”, in cui campeggiava la scritta “Non fermare il suo cuore” e la foto di un bambino sorridente da un riquadro disegnato sulla pancia di una donna.

Dietro manifesti come questo e iniziative che si stanno diffondendo nelle amministrazioni di vari comuni italiani, sull’esempio di Verona, c’è la consapevolezza che è difficile far passare un attacco diretto alla legge 194, per cui la strada che viene scelta è quella più ipocrita e subdola: agire sui sensi di colpa profondamente inculcati nelle donne da secoli di obbligo procreativo.

Quando la campagna contro l’aborto, e quella contro l’educazione di genere nella scuole diventano l’arma ideologica più facile di un partito, come la Lega, che cerca consensi pescando dentro secolari pregiudizi sessisti, razzisti e omofobi, è il momento di chiedersi se non è proprio il cambiamento del rapporto tra i sessi, la crisi di un patriarcato sicuro finora dei suoi privilegi, accanto al protagonismo che stanno avendo le donne nelle battaglie contro ogni forma di violenza e di sfruttamento, alla base della barbarie in atto.

Delle donne oggi si dice apertamente che sono “egoiste” se non desiderano avere figli. Non si dice che la maternità è stata per loro imposta per secoli e usata come pretesto per escluderle dalla vita pubblica. Si dice che sono “assassine” se decidono di abortire. Non si dice che quello che per gli uomini è stato solo un piacere, ottenuto spesso con la violenza, per le donne è una gravidanza indesiderata e la nascita di un figlio che cambierà la loro vita.

Si dice che sono “zoccole” se si oppongono alla violenza di mariti, padri, fratelli dentro le case, e alle leggi con cui si vorrebbe impedire loro di denunciarla, come è accaduto recentemente a un convegno della Lega col senatore Pillon. Quello che non si dice è che il dominio sulle donne è il fondamento di tutti gli orrori, dalle guerre alle stragi, dal classismo al razzismo ai nazionalismi, ai genocidi, di cui il patriarcato ha riempito la storia.

Prima di rassegnarci alla sequenza inarrestabile delle violenze sessiste, è importante riconoscere che non siamo di fronte a un fenomeno “inspiegabile”, come lasciano intendere le cronache, e che se un tenero figlio diventa improvvisamente un mostro, forse c’è qualcosa nella sua formazione, nel suo immaginario, che va interrogato.

Basterebbe aprire un po’ di più gli occhi sui rapporti di coppia e sugli interni di famiglia, non aver paura di ammettere che gli affetti più intimi sono attraversati da sempre dai rapporti di potere tra i sessi, che l’infanzia prolungata nelle relazioni amorose adulte è una delle radici della violenza, che il potere di indispensabilità delle madri alimenta dipendenza e fragilità nei figli. Se nonostante tutto l’idealizzazione della famiglia è così duratura, forse è perché negli interni delle case tornano a confondersi la nostalgia dell’uomo-figlio, il potere di indispensabilità della donna-madre e i residui di un dominio patriarcale in declino. Il dominio e l’amore continuano a parlare la stessa lingua –“sono tua”, “sei mio”, “non posso vivere senza di te”, “fammi soffrire, fammi morire, ma resta con me (solo canzoni?). Questo vuol dire che non si uccide per amore, ma che l’amore c’entra, e che è il momento di toglierlo dalla sua misteriosità.

Quella che viene oggi allo scoperto è la crisi di una civiltà che ha portato finora in tutte le sue manifestazioni, economiche, culturali e politiche, il segno della comunità storica degli uomini, la loro visione del mondo, imposta, contrabbandata ideologicamente come “naturale”. Non ci si può accontentare di qualche legge o di qualche diritto strappati con fatica e subito divenuti oggetto di una violenta misoginia. La civiltà che ha avuto per secoli come protagonista un unico sesso oggi mostra le sue radici distruttive, sugli umani e sulla natura.

Quelle che oggi riempiono le piazze di tutto il mondo sono donne di generazioni diverse che hanno capito quanto il sessismo sia trasversale a tutte le realtà di sfruttamento, miseria e ingiustizia sociale, e quanto siano profonde le radici della cultura, ancora in parte inconscia, che abbiamo ereditato e purtroppo fatta nostra.

Il cambiamento che si vuole non può essere oggi che radicale: riguarda istituzioni, saperi e poteri della vita privata e pubblica; è contrasto, disobbedienza, ribellione ai governi che legittimano la violenza maschile in tutte le sue forme.