Lula-Moro, ora è 2 giudici a 2. Mentre il Brasile sprofonda nella crisi



Se «l’ora della verità si sta avvicinando» per l’ex giudice ed ex ministro Sérgio Moro, come ha assicurato la presidente del Partito dei lavoratori Gleisi Hoffmann, bisognerà comunque aspettare ancora un po’.

Il giudizio sulla sua parzialità da parte della seconda sezione del Supremo Tribunale federale, ripreso martedì a poco più di due anni dalla sua interruzione – quando il risultato era di 2 a 0 a favore dell’ex giudice di Curitiba –, è stato nuovamente sospeso e non si sa fino a quando, ma con il punteggio tornato in parità.

A votare per primo contro Moro è stato Gilmar Mendes che, dopo aver riaperto la sessione proprio per sventare il tentativo del collega Edson Fachin di salvarlo, ha pronunciato un lungo e durissimo intervento contro il «progetto populista di potere» dell’operazione Lava Jato e del suo uomo simbolo, al fine di allontanare Lula dalla scena politica.

E ha concluso votando per l’annullamento di tutti gli atti emessi da Moro, con conseguente azzeramento dei processi contro l’ex presidente, e per l’obbligo del pagamento delle spese processuali da parte dell’ex giudice. Allo stesso modo si è pronunciato Ricardo Lewandowski, dopo aver evidenziato come l’ex presidente sia stato «sottoposto a un simulacro di azione penale» e ricordato la «perplessità della comunità giuridica internazionale» riguardo al suo caso.

Sul 2 a 2, a decidere la partita avrebbe dovuto essere Kássio Nunes Marques, entrato in carica a novembre su indicazione di Bolsonaro, ma il giudice ha chiesto una nuova interruzione della sessione per avere più tempo per studiare il processo.Come notato ironicamente dal giornalista Alex Solnik, se avesse votato a favore di Moro, avrebbe scontentato Bolsonaro, diventato ormai suo acerrimo nemico, ma ugualmente lo avrebbe scontentato se avesse votato contro, contribuendo a spianare la strada alla candidatura presidenziale di un avversario forte come Lula. Nel dubbio, ha preso tempo.

A far ben sperare è stata comunque la ministra Cármen Lúcia che, dopo essersi schierata nel 2018 insieme a Fachin a favore di Moro, ha annunciato un «nuovo voto» dopo il pronunciamento di Nunes Marques, lasciando così intendere un ripensamento da parte sua. A meno che il giudizio, come temono alcuni, non vada alle calende greche, per l’ex paladino della lotta alla corruzione sembra preannunciarsi la disfatta definitiva.

Seduto sulla riva del fiume in attesa di veder passare il cadavere del nemico, Lula ha assistito allo spettacolo da casa, a São Bernardo do Campo, insieme a due dei suoi avvocati, «tranquillo e di buon umore» malgrado la nuova interruzione del giudizio.«Il Stf ha mostrato che mai alcun crimine è stato commesso da me», ha dichiarato poi in conferenza stampa, sottolineando come «la sofferenza che i più poveri stanno vivendo nel paese» sia «molto più grande di tutte le ingiustizie» da lui subite e rivolgendo dure critiche alla gestione della pandemia da parte di Bolsonaro, il giorno dopo in cui il Brasile ha segnato il triste record di 1.954 morti in un solo giorno.

«Non seguite nessuna stupida raccomandazione del presidente e del ministro della salute», ha raccomandato Lula, affermando che tante di quelle morti avrebbero potuto essere evitate se il governo avesse «creato un comitato di crisi, coinvolgendo il ministero della salute e gli scienziati, e orientato ogni settimana la società brasiliana sul da farsi».

«Non abbiamo un governo in questo paese», ha denunciato accusando Bolsonaro di non prendersi cura né di economia o di lavoro, né di salute e ambiente.Contro l’ex presidente, però, l’oligarchia sta già ricominciando a puntare le sue armi evocando, tramite i suoi giornali, un presunto «rischio Lula» per i mercati e continuando a vincolarlo al «più grande schema di corruzione mai svelato nel paese».

La strada verso la presidenza è ancora molto lunga.

Claudia Fanti, il manifesto, 11.03.2021