Walter Lippmann, il grande politologo e giornalista autore indimenticato di Public Opinion, definiva negli anni 20 la popolazione target dei grandi mass media come i “semplici spettatori”: individui senza un elevato livello di istruzione, facilmente manipolabili e influenzabili, il cui controllo garantisce un enorme potere economico e politico ai padroni dell’informazione. In questi ultimi sedici mesi non è facile capire se qualcuno davvero ha controllato l’informazione sulla pandemia, anche se la sensazione che si sia lavorato per costruire una ben definita ortodossia di pensiero è molto forte.

Si contano decine di migliaia di notizie apparse su giornali, canali Internet e televisioni che hanno sposato la retorica dello “stato di guerra” contro il Covid. La costruzione sociale del nemico non ha lesinato spese e nemmeno pessime figure. Negli annali sono da registrare lunghi elenchi di previsioni completamente sbagliate e errori madornali.

Si è iniziato con la rassicurazione che il virus non sarebbe mai arrivato in Italia, poi una volta diffusosi nelle regioni del nord è stata profetizzata la devastazione delle aree meridionali rimaste al contrario resilienti alla diffusione della pandemia. Per mesi si è sentito di tutto sull’uso delle mascherine, sono utili a distanza, obbligatorie per frenare il virus e infine derubricate a strumenti prudenzialmente da usare all’aperto anche se i contagi all’aria aperta sono dimostrati essere circa uno su mille. Le strategie vaccinali sono state adattate alle mancanze di scorte causate dai pessimi contratti stipulati con le grandi multinazionali dei farmaci in un’altalena di informazioni sulla validità dei diversi vaccini che avrebbero imbarazzato uno studente di primo anno di medicina.

Informazioni catastrofiche sono state buttate fino a poche settimane fa a un’opinione pubblica sempre più frastornata e intimorita. Si è parlato fino a pochi giorni fa di fine del mondo prossima ventura nei paesi del terzo mondo, mentre le più alte mortalità si registrano nei paesi evoluti. I 4000 decessi giornalieri in India erano spacciati come il segno di una catastrofe naturale di dimensioni bibliche, dimenticandosi di dire che in quel paese la popolazione supera il miliardo e trecentomila individui e che i 200-300 decessi quotidiani degli ultimi sei mesi in Italia sono in percentuale al numero di abitanti molto superiori.

Con le speranze accese dalla somministrazione di massa dei vaccini e l’arrivo della bella stagione, il tasso di diffusione del virus è calato vistosamente e il discorso pubblico sta di nuovo cambiando marcia. I principali media inondano così adesso la cittadinanza di messaggi di ottimismo. “Siamo alla svolta finalmente!”, “Viva l’Italia!” segnalano in coro commentatori e esperti che da mesi hanno detto su tutto di tutto e il contrario di tutto. Sfinito da un anno di restrizioni il popolo italico sembra avere fretta di lasciarsi alle spalle il passato. I media segnalano il boom delle prenotazioni delle ferie estive e non si sa in base a quale statistica i più arditi parlano addirittura con certezza di almeno un italiano su due che questa estate andrà in vacanza.

In questo clima di nuova liberazione, la narrazione sembra propensa a fare molti sconti al passato, con gioia di quanti hanno inanellato errori politici economici e sociali dalle conseguenze catastrofiche. Di alcuni giorni fa, su uno dei maggiori quotidiani nazionali è la notizia che finalmente la Lombardia ha ripreso a correre e sta raggiungendo il primato dell’efficienza nella gestione delle vaccinazioni. Tra un po’ c’è da aspettarsi che il governatore Fontana sarà acclamato come novello salvatore della patria, assieme al premier Draghi, sponsor delle nuove aperture: un sincero democratico anche lui, pur se fino ad ora poco propenso alle discussioni con il parlamento democraticamente eletto dai cittadini.

Quello che purtroppo ancora una volta sembra prospettarsi per il paese è un’opera di colossale rimozione collettiva. La pandemia, che non era inaspettata e che gli organismi internazionali avevano da lungo previsto, è stata gestita fin dai primi mesi in modo pessimo. Forse è bene ricordare che le migliaia di morti nelle Rsa lombarde sono attribuibili alle delibere che autorizzavano lo spostamento dei non negativizzati dagli ospedali nelle case di riposo. L’elevata mortalità nelle grandi regioni industrializzate ha cause strettamente legate alla pressione del mondo economico per ritardare le strategie di lockdown e anticipare le nuove riaperture. Sul ritardo del peggioramento del piano pandemico nazionale e le pressioni sui ricercatori dell’Oms per modificare l’impietoso giudizio sulla gestione dell’emergenza i più sono infastiditi a parlare.

La corruzione nei processi per frode riguardanti l’acquisto massivo di dispositivi di sicurezza, se mai verrà a galla nella sua interezza, è fin da adesso già chiaramente spaventosa. Non si poteva fare altrimenti dicono in molti, ma la domanda è se davvero non si poteva fare a meno delle intermediazioni dei D’Alema, ex primo ministro (sic), delle Pivetti, ex presidente di un ramo delle Camere, e delle decine di politici e amici dei politici che iniziano a essere indagati per frode e atti corruttivi. Sui percettori dei ristori e del peso delle lobbies per la distribuzione dei denari il quadro è sconfortante: molti che non avevano bisogno hanno ricevuto, tanti che avevano necessità non avranno niente.

Ma c’è dell’altro ancora che rischia di essere occultato dalla frenesia di avviare la nuova movida estiva e la nuova rinascita nazionale. Perché per esempio nelle regioni meridionali la mortalità è stata più bassa che al nord? E perché dove i sistemi di ospedalizzazione e istituzionalizzazione sono più consolidati i decessi sono stati maggiori? Perché nessuno parla più di riformare drasticamente la rete della medicina territoriale governata dall’alleanza tra politica e corporazioni mediche e di riorganizzare il sistema delle Rsa al cui interno non si sa ancora, quasi unico caso in Europa, quanti decessi sono avvenuti? In Giappone l’altro paese che presenta insieme all’Italia i tassi di anzianità più alti del mondo si contano ad oggi 11mila morti su un totale di 126 milioni di abitanti, con una campagna vaccinale appena avviata.

Ecco: oggi ci sono decine di interrogativi sollevati da quanto accaduto negli ultimi sedici mesi che aspettano risposte, ma che pare in molti, in troppi, non abbiano voglia di andare a fondo delle questioni. E, in effetti, avere la memoria corta sembra essere una prerogativa che bene si addice agli italiani e ai loro governanti. Prima tutti fascisti e dopo la Liberazione tutti partigiani, prima tutti democratici e poi sdoganatori del berlusconismo e della peggiore destra. Ieri tutti spaventati e malati, e oggi tutti sani, e abituati come sempre a digerire e dimenticare tutto. Come direbbe Franco Battiato: povera Patria.

Luca Fazzi, il Fatto Quotidiano, 19 maggio 2021

Luca Fazzi
Luca Fazzi
Docente in Sociologia presso l’Università di Trento


Sono nato e vivo a Bolzano, città di confine. Ho studiato sociologia, economia e antropologia in Italia, Germania, Gran Bretagna e Svizzera, e insegno all’Università di Trento. Lavoro da molti anni sui temi del terzo settore, delle organizzazioni della società civile e della cittadinanza attiva. Ho scritto su questi argomenti molti libri e articoli, alcuni penso interessanti. Anche se studio per motivi professionali, sono animato dalla convinzione che l’economia e la società abbiano bisogno di qualcosa di più del solo intervento dello Stato e del mercato e che la partecipazione sociale sia un elemento fondamentale per sperare di coltivare una decente democrazia.