IL QUARTO VOLUME DELLA SERIE OLTRE LE RELIGIONI

È dedicato al tema del post-teismo, colonna vertebrale del nuovo paradigma definito post-religionaleil quarto volume della serie Oltre le religioni, centrata sull’invito ad andare al di là delle religioni così come le conosciamo, con i loro miti e i loro dogmi, con le loro dottrine e i loro meccanismi di sottomissione e di controllo.
È il tema, cioè, del superamento dell’immagine di Dio come un essere dal potere soprannaturale e dai tratti antropomorfi e patriarcali, onnipotente e onnisciente, creatore, signore e giudice, che dimora al di fuori di questo mondo imperfetto e passeggero ed esercita il suo governo su di noi intervenendo “miracolosamente” nel dominio della natura. Con tutto ciò che tale superamento comporta rispetto ai dogmi della tradizione cristiana, anche cristologici.
Ma, come indicano gli autori e le autrici di questo libro, la rinuncia definitiva all’immagine di un Dio trascendente, provvidente e personale non comporta di per sé il passaggio all’ateismo, configurandosi piuttosto come il punto di partenza di una ricerca spirituale svincolata da ogni pretesa di verità e da ogni appartenenza che non sia quella alla nostra casa comune e alla nostra comune umanità.
Ma cosa possiamo dire rispetto alla realtà divina in cui si vuole continuare a credere, se “credere” ha ancora un senso? E, soprattutto, possiamo dire qualcosa, se è vero che, più di ogni altra parola, “Dio” «nasce dal Silenzio e conduce al Silenzio»? È a questi interrogativi, e a molti altri, che cercano di rispondere le pagine che seguono,  nel segno di una riflessione su un Mistero senza nome che va oltre, immensamente oltre, la nostra capacità di comprenderlo.

AUTORI E CURATORI DI “OLTRE DIO. IN ASCOLTO DEL MISTERO SENZA NOME”

Claudia Fanti, redattrice di Adista, collaboratrice del Manifesto, esperta di movimenti ecclesiali e sociali dell’America Latina, autrice di numerosi articoli e saggi.

José María Vigil, presbitero clarettiano spagnolo naturalizzato nicaraguense, è coordinatore della Commissione Teologica dell’Associazione Ecumenica dei Teologi e Teologhe del Terzo Mondo.

Paolo Scquizzato, sacerdote, vive e lavora nella Diocesi di Pinerolo, si occupa di formazione spirituale ed è responsabile dell’Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso.

José Arregi, teologo basco, è docente presso la Facoltà di Scienze sociali e umane dell’Università di Deusto.

Carmen Magallón è presidente della Fundación Seminario de Investigación para la Paz (www.seipaz.org) e cofondatrice del Seminario Interdisciplinar de Estudios de la Mujer  dell’Università di Saragozza.

Mary Judith Ress, teologa ecofemminista, già missionaria laica cattolica di Maryknoll, è nata negli Stati Uniti ma vive in Cile dal 1991, dove ha contribuito alla nascita della rivista di ecofemminismo, spiritualità e teologia Conspirando.

Gilberto Squizzato, giornalista, regista e autore televisivo e teologo non accademico, è docente al Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano

Santiago Villamayor, spagnolo, è membro della comunità di base Almofuentes di Saragozza ed esperto nel tema del paradigma postreligionale.

Dalla Prefazione di Paolo Scquizzato

“Ognuno di noi si porta dentro una certa immagine di dio, come un marchio impresso a fuoco. È la risposta puntuale alle domande del catechismo, l’abbiamo invocata nei momenti di necessità, celebrata nei nostri culti.
Nell’immaginario collettivo si tratta di un dio maschio, detto anche padre, onnipotente, creatore, che nutre passioni; ad esempio ama, si offende, reagisce, interviene, si pente, perdona, redime, salva, progetta, desidera, plaude, castiga i cattivi premiando i buoni, vede tutto, conosce tutto, anche i segreti più reconditi del cuore.
Tale dio ha il suo domicilio nell’alto dei cieli, gestendo una sorta di cabina di regia; da lassù muove i fili del mondo, tracciando l’orbita degli astri e segnando la sorte delle creature che hanno imparato a chiamare questo suo agire – spesso oscuro e indecifrabile – volontà di Dio.
(…)
Il peccato – trasgressione della norma – lo irrita e l’offende, una sorta di atto di lesa maestà. Per questo è necessario che le sue creature invochino il suo perdono, ma a patto che si mostrino previamente pentite e che la colpa venga poi adeguatamente espiata. Dopo la morte dell’individuo, egli riserverà di certo un futuro alle sue creature: dannazione eterna per i reprobi, beatitudine infinita per i buoni.
Questo piccolo dio così immaginato, alla fine, se ci si pensa bene, è solo poco più che uomo, anzi è un coagulo di proiezioni e frustrazioni squisitamente umane. Aveva ragione Senofane nel VI sec. a.C. quando scriveva: «I mortali si immaginano che gli dèi sian nati e che abbian vesti, voce e figura come loro. Ma se i bovi e i cavalli e i leoni avessero le mani, o potessero disegnare con le mani, e far opere come quelle degli uomini, simili ai cavalli il cavallo raffigurerebbe gli dèi, e simili ai bovi il bove, e farebbero loro dei corpi come quelli che ha ciascuno di loro. Gli Etiopi dicono che i loro dèi hanno il naso camuso e son neri, i Traci che hanno gli occhi azzurri e i capelli rossi» (Elegie).
Questo dio noi umani ce lo siamo costruiti tutto sommato recentemente, se è vero che prima della rivoluzione agricola, una decina di millenni fa, l’immagine della divinità era femminile, feconda energia, identificata quasi tout court con la natura.
Ebbene, questo piccolo dio all’uomo e alla donna del XXI secolo pare essere semplicemente inverosimile, e quindi del tutto indifferente. A dire il vero sono circa cinque secoli – dalle grandi scoperte scientifiche che hanno via via messo in luce la lunga storia evolutiva del cosmo – che questo dio non è più corrispondente alle esigenze del cuore, perché incredibile per la ragione. Le antiche risposte, elaborate da una certa teologia nel passato, oggi non dicono più nulla riguardo alle attuali domande di donne e uomini che si sanno parte di un immenso Universo, abitanti di un piccolissimo pianeta alla periferia del cosmo, granello infinitesimale sperduto tra 250 miliardi di galassie.
(…)
Io credo anzitutto che dinanzi alla grande domanda su Dio, si dovrebbe assumere un atteggiamento di grande umiltà, ossia rinunciare alle definizioni e alle cosiddette verità su Dio.
L’uomo e la donna, spiritualmente maturi, sono coloro che sanno di non potersi avvalere di alcuna definizione, di non poter professare nessuna verità apodittica su ciò che viene denominato dio. Sono consapevoli che il rapporto con la divinità è sempre tensione in avanti, mai il godimento di un oggetto, o il raggiungimento di una meta. Sanno che hanno a che fare con la verità senza però possederla; sono consapevoli d’esserne partecipi.” …

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