“NON POTETE IMMAGINARE cosa vuole dire restare senza elettricità tutti i giorni, e sperare che alla macchina che ti tiene in vita in ospedale siano sufficenti le 3 ore al giorno concesse da Israele”. Così ripetevo a chi vedevo nel mio quartiere della Cita ieri sera, quando per quasi un’ora è mancata l’elettricità. “Credetemi. L’ho provato stando nella Striscia di Gaza cosa significa essere costretti a limitare ogni azione, dalle più normali in casa a quelle che garantiscono la sopravvivenza di tre milioni di abitanti”. (Basti pensare che gli impianti di depurazione sono stati danneggiati dai bombardamenti e migliaia di abitanti non hanno l’acqua potabile!).

IERI DOPO MEZZ’ORA LA GENTE DELLA CITA ha cominciato a scendere in strada e aumentando il panico si è affacciata ai balconi come fosse in guerra e il parroco a ripetere a chi vedeva: “Ma sai che a Gaza questo accade tutti i giorni da decenni? E sapete che per i gazawi non si tratta di un guasto da riparare ma della precisa, criminale, volontà dello stato d’Israele di soffocare l’assedio permanente fino allo stremo?”

“QUESTA SETTIMANA IL GOVERNO ISRAELIANO HA DECISO di sospendere le consegne di carburante alla centrale elettrica palestinese di Gaza. I generatori spenti degli ospedali mettono in pericolo la vita di centinaia di feriti dell’ultimo bombardamento e degli ammalati di Covid” (Amira Hass, Internazionale 4.6.21).

MI SONO MESSO IN TERRAZZA a ricordare i tanti amici che resistono a Gaza, a noi che continuiamo a giustificare Israele, al buio fitto che l’oppressione è capace di generare, nell’indifferenza del mondo. E ho acceso una piccola luce al balcone.

don Nandino Capovilla

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