La propaganda sugli obblighi vaccinali e l’estensione del green pass stanno assumendo, come era facilmente prevedibile, le fattezze di quelle fiere boeme – descritte magistralmente da Angelo Maria Ripellino – in cui si vendono ogni sorta di prodotti magici: ‘limonate fredde in bottiglia come rimedio contro ogni colera, scatoline di chiodi di garofano come preventivo contro i figli illegittimi, saponi infallibili contro la podagra e confetti per prevenire la caduta dei capelli’. Una massa di cittadini sfiancati da mesi di aperture e chiusure e frastornati da quotidiani diluvi di informazioni contrastanti sembra avere scelto così la strada più semplice da seguire: accettare tutto quello che le autorità e i mainstream media divulgano, senza più una minima capacità di riflessione critica.

Eppure la campagna per estendere l’obbligo del cosiddetto green pass per accedere a una serie di servizi come addirittura i trasporti pubblici avviata dal presidente francese Macron, e accolta con toni estatici dalla maggioranza della colorita schiera di partiti politici al governo, qualche interrogativo dovrebbe forse porlo. Già il fatto che a gettare benzina sul fuoco sia stato il solito Roberto Burioni qualche dubbio potrebbe insinuarlo. “La politica deve decidere se agli irresponsabili è consentito danneggiare l’intera società”, ha tuonato questo frontman del circo Barnum dei virologi che da un anno e mezzo dominano la scena mediatica con ipotesi e controipotesi sfornate a giorni alterni, non si capisce se con l’intento di creare informazione o confusione tra i cittadini.

L’agenzia ADNkronos ci ricorda che il 2 febbraio 2020 con lo stesso piglio retorico, il nostro illustre cattedratico affermava rispetto al Covid che “in Italia il rischio è 0. Il virus non circola. Questo non avviene per caso: avviene perché si stanno prendendo delle precauzioni”. Se queste sono le premesse di affidabilità scientifica, il consiglio ai media e alla politica è di scegliere i propri sponsor forse con un po’ più di accuratezza. Ma più in generale è l’intero dibattito che dovrebbe essere costruito in modo da prendere in considerazione veramente un quadro un po’ più articolato e complesso del problema.

I sostenitori della soluzione francese argomentano che senza una rapida estensione della campagna vaccinale, i rischi di andare incontro in autunno a uno scenario dominato da varianti sempre più aggressive e meno gestibili sia più che mai concreto. Questo pericolo naturalmente può esistere. Vaccinare grandi masse di popolazione con una pandemia in corso comporta logicamente anche la possibilità che il virus evolva e si faccia più astuto per aggirare gli ostacoli artificiali alla sua diffusione. Ma è sufficiente, per frenare la corsa potenzialmente assassina del virus verso nuove mutazioni, vaccinare una sola popolazione nazionale? Questo è quello che la politica attualmente vuole fare credere.

La realtà è che i virus sono molto indisponenti nei confronti delle restrizioni amministrative, specie se queste hanno solo impatto a livello nazionale. Attualmente gli esseri umani vaccinati con ciclo completo al mondo sono il 12,7% della popolazione, di cui circa il 90% nei paesi ricchi. In Africa – un continente abitato da un miliardo e 300 milioni di persone – solo l’1% della popolazione risulta vaccinato. Quindi il virus che si vuole fare credere sarà sotto controllo con l’incremento dei vaccinati in alcune regioni del pianeta in realtà è libero di correre e evolvere nella gran parte dei continenti e, di conseguenza, su scala globale.

Sperando che gli attuali vaccini – che comunque vale la pena ricordare, diversamente da quelli del vaiolo o della polio, non coprono dai rischi di trasmissione del contagio – siano la giusta strada, l’unica soluzione per limitare il rischio di nuove micidiali varianti sarebbe allora proprio quello di estendere le coperture vaccinali alla gran parte della popolazione mondiale. Alcuni politici tra cui il premier Draghi hanno accennato alla necessità di accelerare la produzione con il trasferimento tecnologico e la moltiplicazione dei siti produttivi. Ma le case farmaceutiche sono restie a ridurre i margini di utile e invocano a gran voce il rispetto dei diritti di brevetto. Il risultato è che, come nel caso delle politiche green europee, a parole qualcuno riconosce l’importanza di agire su scala globale; ma poi le corsie preferenziali e le rendite di posizione delle grandi aziende multinazionali sono preservate. Fondamentalmente il principio che regola la distribuzione non è dunque quello politico della tutela della salute di tutti, ma quello più pragmatico della massimizzazione degli utili di pochi.

Perché in questo quadro i politici nazionali gridano all’urgenza di costringere i riluttanti a immunizzarsi, senza avvisare che solo con una strategia di copertura vaccinale mondiale i risultati attesi di controllo della diffusione delle varianti possono essere raggiunti, rimane uno dei misteri che rendono la politica una sfera di azione così affascinante. Probabilmente lasciare che i Burioni di turno occupino la scena con toni intimidatori appare la soluzione più semplice per affrontare i problemi. Quale strada migliore per non assumere responsabilità che lasciare parlare la ‘scienza’ che, anche se un po’ sgangherata e contraddittoria, rappresenta sempre un pulpito che il cittadino medio non osa contraddire e a cui si affida volentieri anche per la comodità di non informarsi e prendere posizione?

L’alternativa, del resto, richiederebbe coraggio e visione. Per contrastare in modo efficace la diffusione del Covid e l’insorgere di nuove varianti, servirebbe che la politica a livello internazionale affrontasse il tema della liberalizzazione dei brevetti e del sostegno alla produzione dei vaccini su scala mondiale. L’ottimo Draghi, che i media definiscono ogni giorno come una delle persone più ascoltate al mondo, potrebbe fare dei passi decisi per mobilitare i governi verso questo obiettivo.

Magari non occorre arrivare a soluzioni radicali, in odore di comunismo, che portano alla liberalizzazione totale dei diritti di produzione e distribuzione dei vaccini. Più semplicemente si potrebbe negoziare con i produttori clausole che danneggino meno la salute pubblica a favore della massimizzazione selvaggia dei profitti, magari imparando dagli errori compiuti fino a oggi, che hanno determinato i ritardi di somministrazione delle dosi acquistate e le poco simpatiche sostituzioni in corsa di vaccini, prima garantiti sicuri e subito dopo reputati non completamente affidabili.

Certo, per fare questo servirebbe una visione politica che sacrifica la facile propaganda all’assunzione di impegni, forse anche scomodi, per limitare gli interessi di chi continua a decidere, al di fuori della legittimazione dei processi democratici, le agende mondiali in materia di sicurezza, salute e ambiente. Ma c’è qualcuno interessato e capace di svolgere questo compito? Al momento non pare.

Luca Fazzi, Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2021

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