A leggere il titolo di questo ennesimo libro di John Shelby Spong, I peccati della Bibbia (Massari, Bolsena 2021, trad. P. Casciola, introduzione e cura di F. Sudati), ci si potrebbe aspettare  un lungo elenco di “peccati” condannati nelle Scritture ebraiche e cristiane. Ma sarebbe una supposizione errata. Il sottotitolo originale, se fosse comparso anche nella traduzione italiana,  avrebbe potuto indirizzarci nella direzione giusta: “Esporre i testi di odio della Bibbia per scoprire il Dio d’amore”. Già: perché i “peccati” di cui tratta in questo  libro il  vescovo episcopaliano statunitense sono i “peccati” che la Bibbia racconta con approvazione, anzi c spesso raccomanda ai fedeli di compiere. Insomma i “peccati” di cui la Bibbia è Soggetto ispiratore.

I primi capitoli, in cui come nel suo stile l’autore intreccia sapientemente autobiografia e mutamenti culturali epocali (soprattutto, ma non esclusivamente, nell’ambito delle rivoluzioni scientifiche sia fisico-naturali che storico-umanistiche), sono dedicati a quello che potremmo definire il peccato ‘capitale’ della Bibbia (ma a patto di aggiungere subito che, se essa potesse parlare a propria difesa,  preciserebbe di esserne vittima prima e più che responsabile): l’idolatrica presunzione di essere la “Parola di Dio” all’umanità. Una simile “pretesa tradizionale” risulta “nel migliore dei casi problematica e nel peggiore assurda” (p. 65).

Nella seconda parte del volume Spong esemplifica alcuni frutti avvelenati della convinzione, comune a tutte le chiese cristiane, che davvero Dio abbia, in qualche modo ‘letterale’, rivolto all’umanità comandi e divieti assoluti, indiscutibili. “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Genesi 1,28): che in epoche di mortalità infantile altissima, carestie, pestilenze, guerre… dei capi religiosi potessero ritenere, anche in buona fede, che il volere del loro Dio fosse tenere alta la riproduzione biologica, è comprensibile. Ma oggi, dopo quello che sappiamo sui limiti delle risorse planetarie, “un’efficace pianificazione famigliare” non è diventata, per citare il vescovo episcopaliano/anglicano James A. Pike, “un nuovo imperativo morale” (p. 88) ? Ma, più in generale, è una nuova teologia (o concezione di Dio) che può liberare l’umanità (o, almeno, quelle aree dell’umanità influenzate ancora dal monoteismo creazionistico) dalla pessima ecologia (o concezione della Terra) di cui è vittima e corresponsabile: la visione di un Dio prima di tutto “interno” “alla vita, all’amore, all’essere” (p. 128). Anche qui sembra che Spong – concentrato sull’immanenza del Divino nella Materia, nella Natura, nella Storia – stenti a conciliare, dialetticamente, questa tematica con una dimensione di Trascendenza, di Oltrità, di Ulteriorità che non sia rappresentata in maniera estrinseca, giustapposta. Ma quel che afferma è già abbastanza prezioso perché lo si possa, e lo si debba, recepire prescindendo da ciò che tende a negare (o, per lo meno, a sottacere).

La sottovalutazione del carnale, del corporeo, della sessualità è strettamente legato – dentro, anche fuori dalle tradizioni religiose dell’umanità – alla diffidenza, se non proprio al disprezzo, del femminile. L’autore vi dedica l’intera parte terza per dimostrare, senza fatica, che il femminismo costituisce una delle grandi rivoluzioni in atto a cavallo degli ultimi due secoli e che tutte le Chiese cristiane (forse – l’edizione originaria è del 2005 – oggi avrebbe citato delle eccezioni lodevoli fra battisti, metodisti, valdesi…) si sono schierate “dalla parte sbagliata del dibattito, opponendosi duramente a ciò che la società laica ha fatto in modo di consentire” (p. 144). Interessante la tesi su cui egli ritorna più di una volta: l’ostilità maschile nei confronti della dimensione femminile è così atavica e così diffusa che va ipotizzata come fattore precedente ad ogni condizionamento culturale-religioso; come radicata in un grumo di “paure maschili irrazionali” (p. 164) (legate soprattutto al sangue e, dunque, alle mestruazioni) che vanno individuate per così dire psicoanaliticamente (se non ci si rassegna a viverne gli effetti ancora per molto tempo).

La misoginia non può che accompagnarsi all’omofobia: ed è stupefacente constatare una sorta di mobilitazione trasversale di tutte le chiese cristiane sulla condanna così insistente di un aspetto apparentemente secondario dell’etica sessuale. Forse una chiave di lettura di tanta intransigenza la si trova in una dichiarazione del sacerdote anglicano canadese Peter Moore del 2003: “Non c’è nulla di più sicuro che la Bibbia condanni l’omosessualità. Se gli omosessuali vincono questa battaglia, la Bibbia non avrà più alcuna autorità morale in nessun settore della vita” (p. 200). E la stessa considerazione – vista dall’altro lato –  spiega perché i settori progressisti, anti-fondamentalisti e anti-letteralisti presenti ormai in quasi tutte le chiese cristiane non possono permettersi il lusso di perdere “questa battaglia” esegetica, ermeneutica e teologica (per altro solidamente supportata da dati scientifico-medici).

Probabilmente è la quinta parte (pp. 227 – 277) , dedicata alla giustificazione del “bastone” come metodo pedagogico raccomandato da Dio sin dal libro dei Proverbi, una delle più originali e intriganti dell’intero libro: il nesso fra questa (come è stata definita in tempi recenti) “pedagogia nera”  e la cronaca disgustosa degli abusi sessuali sui minori (anche negli ambienti ecclesiastici) è davvero tanto illuminante quanto inquietante. Più tristemente noti, invece, i germi micidiali dell’antisemitismo cristiano nel Secondo Testamento, al quale Spong dedica la sesta parte (pp. 278 – 319) e, più in generale, dell’auto-esaltazione del cristianesimo come religione assoluta e definitiva dell’umanità (cfr. la settima parte, pp. 320 – 361).

Qua e là, lungo la trattazione delle parole orribili della Bibbia, Spong inserisce delle contro-indicazioni per mostrare, come essa, “fonte di così tanti testi che hanno causato indicibili orrori, può essere nel contempo una risorsa per esprimere le speranze in una vita davvero umana che non si sono ancora pienamente realizzate” (p. 171). Nella parte conclusiva del volume – della cui consistenza e articolazione ho potuto dare solo un’idea vaga mediante rapidi cenni – l’autore esplicita il succo della sua pars construens:  come l’epopea cristiana è servita all’evoluzione dell’epopea ebraica “da storia tribale a storia universale dell’umanità” (p. 435), così oggi si tratta di non fermare questo ampliamento di orizzonti fissando paletti, scandendo tappe irrinunciabili, bloccando la transizione in atto da Homo sapiens in Homo spiritualis. Ma solo se denudati da ogni pretesa di infallibilità e di esclusività, i cristiani potranno prepararsi – in totale pariteticità con le sorelle e i fratelli del pianeta – a “scrivere il prossimo capitolo della nostra epopea universale” (p. 437).

Augusto Cavadi, www.augustocavadi.com

“Adista segni nuovi”, n. 25, del 3 luglio 2021

https://www.augustocavadi.com/2021/06/i-peccati-della-bibbia-il-genitivo-e.html